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«Ragazzaccio lo sono stato pure io, ma...»: intervista a Paolo Ruffini

Il noto regista, che è anche attore, produttore, scrittore e sceneggiatore, ha presentato il suo film venerdì al Cinema “Verdi”

«Ragazzaccio lo sono stato pure io, ma...»: intervista a Paolo Ruffini
Spettacoli Grande Biella, 13 Novembre 2022 ore 08:51

«Ragazzaccio lo sono stato pure io, ma...»: intervista a Paolo Ruffini

Tu credi di essere veramente così avanti, innovativo, comportandoti come un bullo?”. “No, boh, non lo so. Cioè, ma prof secondo te ce la faccio a passare l’anno?”. “Mattia, eh, dipende. Oh! Qui siamo in guerra, amico mio. Quindi, in guerra cosa succede? Si vince...”. “O si perde”. “No... o si impara. Ha un cognome Dante: Alighieri!”. “Prof, lo sapevo. Ma perché perde tempo con me?”. “No, allora, io non perdo tempo con te, Mattia. Ascoltami: io con te il tempo lo impiego”.

Tappa a Candelo

Basterebbe forse questo scambio di battute per concentrare il senso del nuovo film di Paolo Ruffini, “ Ragazzaccio”, prodotto da Vera Film in collaborazione con Simone Valenza e Minerva Pictures e distribuito da Adler Entertainment. Il noto regista, che è anche attore, produttore, scrittore e sceneggiatore, lo ha presentato venerdì, di persona, al Cinema “Verdi” di Candelo. In una intervista a “Eco di Biella” ha raccontato chi sia Mattia e chi si cela dietro al volto del professore che con lui non molla la presa e, a scuola, vuole tenerlo “dentro”.

Le sue parole

«Questo film è dedicato a tutti quelli che a scuola si sentivano ripetere: “Ti butto fuori”. Perché i veri danni si fanno quando sei fuori, non quando sei dentro. Lo dedico a loro, perché io stesso ero uno di loro. Beppe Fiorello è un grande attore e ha disegnato, sì, la figura di un docente illuminato. Ce ne sono. Personalmente, non credo alla formula “docenti contro allievi”. Molti ragazzi passano più tempo a scuola che a casa, l’errore umano è una fallibilità che tutti - genitori e docenti - hanno, ma rappresentando un’istituzione gli insegnanti hanno qualche responsabilità in più. I ragazzi poi hanno diritto alla disubbidienza, in fondo è formativo lo sbagliare. E quando si domandano a cosa serva studiare, e lo facevo spesso anche io, credo che la difficoltà sia dovuta al fatto che non vengono sedotti. Penso, allora, che ci sia bisogno di raccontare la cultura come elemento fondamentale per la loro crescita, che fa essere liberi, cittadini migliori, e apprezzare le cose belle, volendo anche l’eccesso».

Giovanna Boglietti

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