la storia

La chiusura infinita dei circoli Arci

Lo sfogo di Elena e Debora: «Paghiamo le tasse come tutti, allo Stato questo non importa»

La chiusura infinita dei circoli Arci
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Lo strano caso degli Arci, ovvero quelli che sembrano dei bar, ma che bar - teoricamente parlando - non sono. E per ciò, ne pagano le conseguenze. Tra i più attivi e frequentati del Cossatese (da tutte le fasce d’età), quello situato in frazione Castello a Lessona. A gestirlo, anche con discreto successo, Elena e Debora, che negli ultimi tribolati mesi non hanno mancato di esprimere la propria frustrazione a mezzo social (e con messaggio pubblico come da foto). «Non ci viene concesso di lavorare» si lamentavano. Passano i decreti, cambiano colore le regioni, ma la loro situazione non si sblocca.

"Non ci lasciano aprire"

«Esatto. Non ci lasciano aprire, perché siamo calcolati come circoli ricreativi. In realtà noi siamo un bar normalissimo: con le nostre scadenze, una dipendente (in cassa integrazione), la partita IVA eccetera» commenta Elena Valcauda.
«Non sappiamo ancora quando possiamo ricominciare. E non siamo solo noi in questa situazione, tutti gli ARCI sono messi così: ho parlato con quelli della Spolina e del Parlamento, a Cossato. Il presidente della sezione di Biella (Valter Clemente, nda) cerca di mandare lettere, smuovere le cose, ma la situazione non è cambiata».

"L'asporto non ha senso per noi"

Un peccato, certamente. Specie per un posto che, nel periodo precedente alla pandemia, andava molto bene. «La clientela ce l’abbiamo, lavoriamo molto: pranzi, cene, aperitivi, musica live. Fare asporto? Non potremmo comunque e non avrebbe molto senso. Il problema è cercare di capire, perché organizzare è impossibile. Sarebbe cara grazia se ci facessero riaprire almeno a mezzogiorno, per i lavoratori in pausa pranzo».

Simone Romito

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