La carica di capitan Tommaso Raspino: “L’Eurotrend vuole la Coppa”

La carica di capitan Tommaso Raspino: “L’Eurotrend vuole la Coppa”
Sport 07 Marzo 2014 ore 14:39

Ma quale sarà la vostra arma vincente?
«La fame. Dobbiamo avere più fame degli avversari, se sarà anche solo pari non ce la faremo».

  Si comincia da Capo d’Orlando.
«Capo d’Orlando ha troppa esperienza per sbagliare nel derby con Agrigento. Esperienza che, vista l’età media della squadra, il giorno dopo e con una partita in più sulle gambe potrebbe essere un vantaggio per noi. Ma qui uso un condizionale grande come una casa».
 
Quale avversario preferirebbe evitare?
«Torino, ma credo che arriverà in finale. È una squadra che in stagione abbiamo sofferto, come tutte quelle che hanno centri molto forti. Come Veroli con Cittadini, o Capo d’Orlando con Nicevic».

A proposito della stagione, sembra che giri tutto a meraviglia. È così?
«In effetti sì. Si è creato un affiatamento che mi ricordo in passato solo nelle squadre giovanili. E addirittura sono un po’ triste a pensare che alla fine della stagione qualcuno se ne andrà. Sarebbe bello riconfermare il gruppo in blocco».
 
Quale dei suoi compagni l’ha stupita di più?
«Tolgo quelli che conoscevo già, perché potevo immaginarmi i loro miglioramenti. Dico Infante, perché sebbene sia un veterano è sempre il primo ad arrivare agli allenamenti e dà positività a tutto il gruppo».

E si ci limitassimo al talento?
«Allora dico Hollis, è impressionante. È destinato a giocare in altre categorie».

L’aggettivo “impressionante” si potrebbe usare anche per Voskuil.
«È vero, quando prende ritmo fa impazzire gli avversari. È il nostro leader in partita, quello a cui passi la palla nei momenti delicati.  Io non vorrei incontrarlo da avversario: difendere su di lui è davvero un brutto lavoro, soprattutto quando giochiamo per lui e il marcatore deve passare su una serie di blocchi».
 
Quello su cui si riponevano meno speranze è forse Berti, visto che è arrivato all’ultimo per sostituire Mathis. Eppure…
«Non conosco Mathis, ma mi tengo Berti tutta la vita. In spogliatoio è come Infante, sparge positività. E in campo ci ha fatto vincere almeno tre partite, tra cui le due con Ferentino».

E di coach Corbani cosa  dice?
«Mi aspettavo questo tipo di approccio alle partite, perché mi ricordavo le sue squadre giovanili. Ma mi ha stupito sotto il profilo umano. Io ho sempre fatto fatica a rapportarmi con i coach, perché devo riuscire a trovare il giusto equilibrio tra un rapporto professionale e di amicizia per rendere al meglio. Lui ha toccato da subito i tasti giusti».

Ecco, l’impressione da fuori è proprio questa, che Corbani riesca a entrare nella testa dei giocatori. Ma come fa?
«Posso raccontarvi un esempio. Il venerdì prima della gara di ritorno con Capo d’Orlando mi  ha urlato dietro per tutto l’allenamento. Non c’era un vero motivo, mi aveva preso di mira. Però prima di andare negli spogliatoi mi parlato, mi ha detto che non ero più l’esempio positivo che si aspettava durante la settimana. Non è stato piacevole, ma ho capito cosa voleva dirmi».

Il paragone con Cancellieri è d’obbligo. Al di là dei meriti e demeriti, possiamo dire che sono due allenatori agli antipodi?
«In effetti è così. “Canc” era maniacale sotto il profilo della tattica e costruiva ogni partita sugli avversari. Ma eravamo anche in Serie A, e i minimi dettagli contavano di più».
 
Ma non le resta la sensazione che non abbia creduto abbastanza in lei?
«Un po’ è vero, ma capisco anche che quando devi vincere a tutti i costi è difficile far crescere i singoli giocatori. Diciamo che sul campo non ci siamo trovati, ma sotto il profilo umano non ho niente da rimproverargli».

Dopo una stagione come questa si sente pronto per tornare in Serie A?
«Per essere da Serie A devo migliorare ancora, soprattutto devo trovare più continuità nel tiro da fuori.  Mi sto allenando soprattutto mentalmente, perché il problema non è fare canestro, ma farlo in partita sotto pressione. Ma penso di poter diventare un buon giocatore di sistema, non incidendo come quest’anno ma facendo la mia parte».
Matteo Lusiani

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