Uno sguardo nella “bottega” di Fo

Uno sguardo nella “bottega” di Fo
Eventi e Cultura 23 Ottobre 2016 ore 11:44

BIELLA - Occorre immaginarselo cosi?, Dario Fo. Sveglia presto, i primi schizzi, una pila di bozzetti in mano per accogliere i collaboratori, colori sgargianti, animali tanti animali, il coinvolgimento cercato di chi gli arrivava a tiro, postino compreso. Perche?, prima di ricevere cio? che e? giunto all’esterno, bisogna - avendone la possibilita? - respirare quanto invece e? avvenuto prima, ovvero dentro la bottega Fo. “Bottega” nel senso rinascimentale del termine, che e? stata la dimensione dove ha preso vita la mostra itinerante “Darwin - L’universo impossibile narrato da Dario Fo con dipinti e pupazzi”, ultimo lavoro curato dal premio Nobel, allestita nella cornice di Palazzo Gromo Losa e di Palazzo Ferrero, a Biella Piazzo. E che sara? inaugurata il prossimo sabato, 29 ottobre, alle ore 17, per restarvi fino all’8 dicembre.

La bottega del “maestro Fo” ci viene idealmente aperta dal figlio Jacopo, ospite d’onore in collegamento durante la presentazione ufficiale dell’evento, tenutasi venerdì alla Fondazione Crb, alla presenza di un fitto numero di relatori: il sindaco di Biella, Marco Cavicchioli; Marcello Vaudano per la stessa Fondazione Crb; Mario Pirovano, attore teatrale, traduttore e interprete dei monologhi di Dario Fo, coinvolto con la compagnia teatrale di Fo. E, non ultima, da Jessica Borroni, una degli artisti che sono stati suoi fidati collaboratori, “maestranza” rinascimentale: Enrico Bartolini, Sara Bellodi, Michela Casiere, Margherita Pigliapochi, Luca Vittorio Toffolon e Jacopo Zerbo.

«Mio padre non era uno che rifacesse molto». Cosi? comincia il racconto di Jacopo Fo sulla laboriosita? creativa del padre. «Aveva una rapidita? di esecuzione enorme: si alzava alle otto, faceva colazione, preparava gli schizzi, dopo pranzo si riposava e dalle quattro del pomeriggio tornava a lavorare, poi telegiornale e andava a dormire. Alternava la pittura alle ricerche, ma non vedeva cosi? qualcuno leggeva per lui e non riusciva piu? a scrivere bene, cosi? dettava. Se arrivava qualcuno, fosse anche il postino, gli diceva: “Senti qua...”. Aveva bisogno di vedere la reazione della gente ai suoi racconti. Il disegno alimentava, secondo lui, la parte istintiva del cervello, lo stato d’animo piu? efficiente e creativo. A questa mostra teneva molto, sentiva di avere poco tempo e voleva assolutamente che arrivasse a Biella. Saro? sicuramente presente all’inaugurazione».

Il racconto e?, per questa mostra, essenziale. Ogni opera ne contiene uno, immagine che esprime la storia e le deduzioni di Charles Darwin. «Ho dipinto con Dario tutti i giorni per sei anni - il ricordo di Jessica Borroni - Mi ha insegnato, io che vengo dall'Accademia, a esprimermi in modo libero, soprattutto con i colori, penso al cielo rosso o al cavallo viola. Gli piacevano i contrasti e i colori vivaci. E gli animali, con loro si e? sbizzarrito. La bottega di Dario era una fucina di idee dai ritmi quasi deliranti, con quella confusione della quale amava circondarsi in quanto realizzazione del Bello».

Giovanna Boglietti

BIELLA - Occorre immaginarselo cosi?, Dario Fo. Sveglia presto, i primi schizzi, una pila di bozzetti in mano per accogliere i collaboratori, colori sgargianti, animali tanti animali, il coinvolgimento cercato di chi gli arrivava a tiro, postino compreso. Perche?, prima di ricevere cio? che e? giunto all’esterno, bisogna - avendone la possibilita? - respirare quanto invece e? avvenuto prima, ovvero dentro la bottega Fo. “Bottega” nel senso rinascimentale del termine, che e? stata la dimensione dove ha preso vita la mostra itinerante “Darwin - L’universo impossibile narrato da Dario Fo con dipinti e pupazzi”, ultimo lavoro curato dal premio Nobel, allestita nella cornice di Palazzo Gromo Losa e di Palazzo Ferrero, a Biella Piazzo. E che sara? inaugurata il prossimo sabato, 29 ottobre, alle ore 17, per restarvi fino all’8 dicembre.

La bottega del “maestro Fo” ci viene idealmente aperta dal figlio Jacopo, ospite d’onore in collegamento durante la presentazione ufficiale dell’evento, tenutasi venerdì alla Fondazione Crb, alla presenza di un fitto numero di relatori: il sindaco di Biella, Marco Cavicchioli; Marcello Vaudano per la stessa Fondazione Crb; Mario Pirovano, attore teatrale, traduttore e interprete dei monologhi di Dario Fo, coinvolto con la compagnia teatrale di Fo. E, non ultima, da Jessica Borroni, una degli artisti che sono stati suoi fidati collaboratori, “maestranza” rinascimentale: Enrico Bartolini, Sara Bellodi, Michela Casiere, Margherita Pigliapochi, Luca Vittorio Toffolon e Jacopo Zerbo.

«Mio padre non era uno che rifacesse molto». Cosi? comincia il racconto di Jacopo Fo sulla laboriosita? creativa del padre. «Aveva una rapidita? di esecuzione enorme: si alzava alle otto, faceva colazione, preparava gli schizzi, dopo pranzo si riposava e dalle quattro del pomeriggio tornava a lavorare, poi telegiornale e andava a dormire. Alternava la pittura alle ricerche, ma non vedeva cosi? qualcuno leggeva per lui e non riusciva piu? a scrivere bene, cosi? dettava. Se arrivava qualcuno, fosse anche il postino, gli diceva: “Senti qua...”. Aveva bisogno di vedere la reazione della gente ai suoi racconti. Il disegno alimentava, secondo lui, la parte istintiva del cervello, lo stato d’animo piu? efficiente e creativo. A questa mostra teneva molto, sentiva di avere poco tempo e voleva assolutamente che arrivasse a Biella. Saro? sicuramente presente all’inaugurazione».

Il racconto e?, per questa mostra, essenziale. Ogni opera ne contiene uno, immagine che esprime la storia e le deduzioni di Charles Darwin. «Ho dipinto con Dario tutti i giorni per sei anni - il ricordo di Jessica Borroni - Mi ha insegnato, io che vengo dall'Accademia, a esprimermi in modo libero, soprattutto con i colori, penso al cielo rosso o al cavallo viola. Gli piacevano i contrasti e i colori vivaci. E gli animali, con loro si e? sbizzarrito. La bottega di Dario era una fucina di idee dai ritmi quasi deliranti, con quella confusione della quale amava circondarsi in quanto realizzazione del Bello».

Giovanna Boglietti