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Storie di bambole: quelle della moda e quelle per beneficenza

Storie di bambole: quelle della moda e quelle per beneficenza
Eventi e Cultura 17 Gennaio 2016 ore 10:01

A volte le coincidenze aiutano a cogliere e a stabilire strane connessioni, consentono di avviare particolari riflessioni. L’attenta lettura dell’articolo pubblicato da Ada Negri su “La Stampa” del 21 dicembre 1913 è vivamente consigliata a chi si occupa di moda e di stile.

Ma quelle due colonne in terza pagina meritano la fatica di reperire quel giornale vecchio di un secolo anche per un’altra ragione. La poetessa, che fu biellese d’adozione, esprime un pensiero profondo e, da par suo, “sociale” non solo sulla moda, ma anche sulla bellezza e sulla crudeltà dell’effimero amplificata dal commercio delle cose che è anche, spesso, commercio delle persone. Il pezzo si intitola “Le bambole vive ” e si ispira alle prime mannequin, ovvero le indossatrici, che la Negri ebbe modo di osservare in quel periodo in una sfilata a Zurigo. Quello stesso giorno, domenica 21 dicembre 1913, nei locali affittati dalla Banca Commerciale Italiana all’interno di Palazzo Oropa si svolgeva una grandiosa esposizione di bambole, in questo caso “vere ” davvero, cioè giocattoli. Si trattava di una mostra- mercato allestita per beneficenza. I due eventi non sarebbero potuti essere più diversi.

Ma quella parola, bambole, ricorre in entrambi e, sorprendentemente, li porta a confronto, offrendo di quella Epoque, ormai sempre meno bella e quasi pronta al grande massacro imminente, un quadro realista e denso di dolore. Nel 1896 la letterata lodigiana Ada Negri aveva sposato il mossese Giovanni Garlanda, industriale laniero. Lui era innamorato dei suoi versi, lei dopo un mese aveva ceduto alla sua corte. Due anni dopo nacque Bianca. Poi fu la volta di Vittoria, ma la secondogenita visse solo qualche settimana. Per le insormontabili differenze e le continue incomprensioni tra l’artista e la famiglia Garlanda, il matrimonio andò di male in peggio e, proprio nel 1913, fu formalizzata una separazione che, di fatto, era già in essere da tempo. Ada si trasferì a Zurigo per stare vicina a Bianca che era iscritta in un collegio della città. Mentre alloggiava alla pensione Florhof, la Negri doveva in qualche modo far trascorrere le lunghe ore senza la figlia. Accompagnare le signore della Zurigo bene a un défilé era un sistema come un altro per quella emigrante sui generis. Immaginare Ada Negri in quello scintillante salone di un “magazzino di mode”, al seguito e/o seguita da una “ben composta cerchia di dame svizzere, quiete ed attente come al sermone domenicale” non può che indurre a meditare sui casi della vita.

Proprio lei che, arrivata a Biella, era stata salutata come la “poetessa dei miseri e degli oppressi”, lei che fu accolta, soprattutto dalla stampa locale di ispirazione mazziniana e socialista, come la “voce muliebre ma ferma” che mancava per cantare le condizioni dei lavoratori e, in special modo, delle lavoratrici. Quella esperienza non poteva che suscitarle “un bizzarro effetto, misto di ambigua curiosità e di repulsione”, le stesse sensazioni che provava di fronte ai manichini di legno esposti nelle vetrine.

Un mese prima, a Biella, il locale comitato dell’Opera di Assistenza degli Operai Italiani Emigrati “preoccupandosi delle condizioni precarie di molti fra i nostri conterranei che cercano lavoro all’estero, ha pensato di indire una Esposizione di bambole con vendita di beneficenza”. Quella che era più conosciuta come “Opera Bonomelli”(istituita da mons. Geremia Bonomelli nel 1900) si occupava di aiutare in senso spirituale, ma anche (e soprattutto) in termini concreti e materiali, i lavoratori italiani attivi all’estero. Alle signore della Biella bene affiliate alla “Bonomelli” e presiedute da Noemi Calliano Lanza, era venuto in mente di organizzare un mercatino prenatalizio per devolverne il ricavato alle famiglie degli emigranti, per alleviare almeno un po’ le dure condizioni di vita di chi era partito e/o di chi era rimasto a casa. Un metodo e un fine diversi per usare le bambole. Le donne biellesi di certo non erano meno vezzose o meno attratte dai begli abiti di quelle elvetiche, ma sussisteva una differenza di fondo: gli svizzeri non emigravano, i biellesi sì. Il comitato era formato dal meglio gentil sesso della città e del circondario, tutto rigorosamente con il doppio cognome d’ordinanza: Petiva d’Ovidio, Vaciago Boglietti, Guala De Tomatis, Bona Defabianis, Coda Sella ecc. Arrivarono tante piccole offerte e un congruo numero di “pezzi” da mettere in mostra. Intanto la Negri analizzava le modelle: ne studiava l’incedere, ne svelava il carattere leggendolo nei gesti involontari, ne ritraeva la perfezione fisica esaltando la “loro grazia flessuosa, nata e sbocciata a posta per incorniciarsi delle futilità della moda.” Ma ecco lo sguardo antropologico della poetessa che aumenta l’ingrandimento su quel significativo e nuovo “campione” sociologico: l’occhio nudo cede il posto al microscopio di chi è abituata a vedere non solo il showroom, ma anche il retrobottega della realtà. Quelle ragazze “non avrebbero potuto essere più contegnose, più aristocratiche, più signore di così”, ma “venivano dal sobborgo e dalla soffitta: si potevan credere principesse, ma io decifravo, fissandole, fra me e me, il malinteso terribile della loro vita”.

Erano ragazze del popolo, solo e semplicemente splendide, ma misere di natali e prive di avvenire e di dignità. “Non importa affatto che siano intelligenti (...) e si avvezzano a non far nulla e vivono l’intera giornata in un’atmosfera di lusso, di profumi, di calorifero”, ma è solo apparenza, un fragile miraggio. “Immagino purtroppo che cosa debbano esse provare, qual senso di freddo al cuore, di disgusto agli occhi e alle narici, rientrando nella bassa e stretta casa ove il padre operaio ritorna, certe sere di sabato, ubbriaco fradicio, e la madre s’affatica, e tutto sa di povero, di stentato, di sottoscala e di acquaio”.

Quella era la stamberga dell’emigrato, anzi di tanti emigrati costretti a vivere ammassati chissà dove, in Francia, negli USA e anche in Svizzera. Forse la Negri aveva avuto dinanzi anche la figlia di un italiano, o di un biellese. L’iniziativa delle bonomelliane biellesi era in tutto e per tutto seria, tanto che a coronarne l’alto livello sarebbe arrivata anche una poupée della Regina Madre. Il discorso della apertura fu tenuto dalla signora Carandini, la moglie del prefetto, che illustrò lo scopo filantropico della kermesse e citò le varie tipologie di bambole esposte: “esse, la reginetta imperante, l’educanda della prima comunione, la sposina, l’amazzone, la fobellina, la Giovanna d’Arco (...) esse dicono il gusto estetico, la mano esperta che le ha adornate...”. Il trionfo del superfluo al servizio, per una volta, delle necessità di coloro che non si sarebbero mai potuti permettere quei meravigliosi balocchi per bambine di tutte le età. La bambola della Regina Margherita, rimasta invenduta, fu estratta a sorte e fu vinta dalla signora Piacenza di Pollone. Furono raccolte più di 1.800 lire, un buon risultato.

Ad Ada le mannequin facevano un po’ pena: quelle bambole vive erano delle sprovvedute. Sarebbero presto sfiorite e a loro non sarebbe restato nulla. Alcune “sdruccioleranno, quasi senza accorgersene, nella vita galante” (come a dire che si sarebbero prostituite), poche avrebbero trovato un buon partito. La più parte, però, sarebbe tornata nell’ombra e le luci della passerella non sarebbero state che un lontano e triste ricordo che, come diceva Cyrano de Bergerac, avrebbe crepitato come illusioni secche e rimpianti. Il futuro, nel 1913, era già in arrivo e i poeti lo intravedevano meglio degli altri.

Il rapido tramontare delle modelle era tuttavia un monito che la Negri mandava al mondo intero. “D’altronde, presto o tardi, non caliamo tutti, forse, a fondo? Non v’è soluzione di continuità. E l’esistenza altro non è se non un’immensa e assai volubile casa di mode, che ci liquida, povere bambole stanche, quando siamo vecchi o malati, e non possiamo più far bella mostra di noi, e onore alla Ditta”.

Danilo Craveia

A volte le coincidenze aiutano a cogliere e a stabilire strane connessioni, consentono di avviare particolari riflessioni. L’attenta lettura dell’articolo pubblicato da Ada Negri su “La Stampa” del 21 dicembre 1913 è vivamente consigliata a chi si occupa di moda e di stile.

Ma quelle due colonne in terza pagina meritano la fatica di reperire quel giornale vecchio di un secolo anche per un’altra ragione. La poetessa, che fu biellese d’adozione, esprime un pensiero profondo e, da par suo, “sociale” non solo sulla moda, ma anche sulla bellezza e sulla crudeltà dell’effimero amplificata dal commercio delle cose che è anche, spesso, commercio delle persone. Il pezzo si intitola “Le bambole vive ” e si ispira alle prime mannequin, ovvero le indossatrici, che la Negri ebbe modo di osservare in quel periodo in una sfilata a Zurigo. Quello stesso giorno, domenica 21 dicembre 1913, nei locali affittati dalla Banca Commerciale Italiana all’interno di Palazzo Oropa si svolgeva una grandiosa esposizione di bambole, in questo caso “vere ” davvero, cioè giocattoli. Si trattava di una mostra- mercato allestita per beneficenza. I due eventi non sarebbero potuti essere più diversi.

Ma quella parola, bambole, ricorre in entrambi e, sorprendentemente, li porta a confronto, offrendo di quella Epoque, ormai sempre meno bella e quasi pronta al grande massacro imminente, un quadro realista e denso di dolore. Nel 1896 la letterata lodigiana Ada Negri aveva sposato il mossese Giovanni Garlanda, industriale laniero. Lui era innamorato dei suoi versi, lei dopo un mese aveva ceduto alla sua corte. Due anni dopo nacque Bianca. Poi fu la volta di Vittoria, ma la secondogenita visse solo qualche settimana. Per le insormontabili differenze e le continue incomprensioni tra l’artista e la famiglia Garlanda, il matrimonio andò di male in peggio e, proprio nel 1913, fu formalizzata una separazione che, di fatto, era già in essere da tempo. Ada si trasferì a Zurigo per stare vicina a Bianca che era iscritta in un collegio della città. Mentre alloggiava alla pensione Florhof, la Negri doveva in qualche modo far trascorrere le lunghe ore senza la figlia. Accompagnare le signore della Zurigo bene a un défilé era un sistema come un altro per quella emigrante sui generis. Immaginare Ada Negri in quello scintillante salone di un “magazzino di mode”, al seguito e/o seguita da una “ben composta cerchia di dame svizzere, quiete ed attente come al sermone domenicale” non può che indurre a meditare sui casi della vita.

Proprio lei che, arrivata a Biella, era stata salutata come la “poetessa dei miseri e degli oppressi”, lei che fu accolta, soprattutto dalla stampa locale di ispirazione mazziniana e socialista, come la “voce muliebre ma ferma” che mancava per cantare le condizioni dei lavoratori e, in special modo, delle lavoratrici. Quella esperienza non poteva che suscitarle “un bizzarro effetto, misto di ambigua curiosità e di repulsione”, le stesse sensazioni che provava di fronte ai manichini di legno esposti nelle vetrine.

Un mese prima, a Biella, il locale comitato dell’Opera di Assistenza degli Operai Italiani Emigrati “preoccupandosi delle condizioni precarie di molti fra i nostri conterranei che cercano lavoro all’estero, ha pensato di indire una Esposizione di bambole con vendita di beneficenza”. Quella che era più conosciuta come “Opera Bonomelli”(istituita da mons. Geremia Bonomelli nel 1900) si occupava di aiutare in senso spirituale, ma anche (e soprattutto) in termini concreti e materiali, i lavoratori italiani attivi all’estero. Alle signore della Biella bene affiliate alla “Bonomelli” e presiedute da Noemi Calliano Lanza, era venuto in mente di organizzare un mercatino prenatalizio per devolverne il ricavato alle famiglie degli emigranti, per alleviare almeno un po’ le dure condizioni di vita di chi era partito e/o di chi era rimasto a casa. Un metodo e un fine diversi per usare le bambole. Le donne biellesi di certo non erano meno vezzose o meno attratte dai begli abiti di quelle elvetiche, ma sussisteva una differenza di fondo: gli svizzeri non emigravano, i biellesi sì. Il comitato era formato dal meglio gentil sesso della città e del circondario, tutto rigorosamente con il doppio cognome d’ordinanza: Petiva d’Ovidio, Vaciago Boglietti, Guala De Tomatis, Bona Defabianis, Coda Sella ecc. Arrivarono tante piccole offerte e un congruo numero di “pezzi” da mettere in mostra. Intanto la Negri analizzava le modelle: ne studiava l’incedere, ne svelava il carattere leggendolo nei gesti involontari, ne ritraeva la perfezione fisica esaltando la “loro grazia flessuosa, nata e sbocciata a posta per incorniciarsi delle futilità della moda.” Ma ecco lo sguardo antropologico della poetessa che aumenta l’ingrandimento su quel significativo e nuovo “campione” sociologico: l’occhio nudo cede il posto al microscopio di chi è abituata a vedere non solo il showroom, ma anche il retrobottega della realtà. Quelle ragazze “non avrebbero potuto essere più contegnose, più aristocratiche, più signore di così”, ma “venivano dal sobborgo e dalla soffitta: si potevan credere principesse, ma io decifravo, fissandole, fra me e me, il malinteso terribile della loro vita”.

Erano ragazze del popolo, solo e semplicemente splendide, ma misere di natali e prive di avvenire e di dignità. “Non importa affatto che siano intelligenti (...) e si avvezzano a non far nulla e vivono l’intera giornata in un’atmosfera di lusso, di profumi, di calorifero”, ma è solo apparenza, un fragile miraggio. “Immagino purtroppo che cosa debbano esse provare, qual senso di freddo al cuore, di disgusto agli occhi e alle narici, rientrando nella bassa e stretta casa ove il padre operaio ritorna, certe sere di sabato, ubbriaco fradicio, e la madre s’affatica, e tutto sa di povero, di stentato, di sottoscala e di acquaio”.

Quella era la stamberga dell’emigrato, anzi di tanti emigrati costretti a vivere ammassati chissà dove, in Francia, negli USA e anche in Svizzera. Forse la Negri aveva avuto dinanzi anche la figlia di un italiano, o di un biellese. L’iniziativa delle bonomelliane biellesi era in tutto e per tutto seria, tanto che a coronarne l’alto livello sarebbe arrivata anche una poupée della Regina Madre. Il discorso della apertura fu tenuto dalla signora Carandini, la moglie del prefetto, che illustrò lo scopo filantropico della kermesse e citò le varie tipologie di bambole esposte: “esse, la reginetta imperante, l’educanda della prima comunione, la sposina, l’amazzone, la fobellina, la Giovanna d’Arco (...) esse dicono il gusto estetico, la mano esperta che le ha adornate...”. Il trionfo del superfluo al servizio, per una volta, delle necessità di coloro che non si sarebbero mai potuti permettere quei meravigliosi balocchi per bambine di tutte le età. La bambola della Regina Margherita, rimasta invenduta, fu estratta a sorte e fu vinta dalla signora Piacenza di Pollone. Furono raccolte più di 1.800 lire, un buon risultato.

Ad Ada le mannequin facevano un po’ pena: quelle bambole vive erano delle sprovvedute. Sarebbero presto sfiorite e a loro non sarebbe restato nulla. Alcune “sdruccioleranno, quasi senza accorgersene, nella vita galante” (come a dire che si sarebbero prostituite), poche avrebbero trovato un buon partito. La più parte, però, sarebbe tornata nell’ombra e le luci della passerella non sarebbero state che un lontano e triste ricordo che, come diceva Cyrano de Bergerac, avrebbe crepitato come illusioni secche e rimpianti. Il futuro, nel 1913, era già in arrivo e i poeti lo intravedevano meglio degli altri.

Il rapido tramontare delle modelle era tuttavia un monito che la Negri mandava al mondo intero. “D’altronde, presto o tardi, non caliamo tutti, forse, a fondo? Non v’è soluzione di continuità. E l’esistenza altro non è se non un’immensa e assai volubile casa di mode, che ci liquida, povere bambole stanche, quando siamo vecchi o malati, e non possiamo più far bella mostra di noi, e onore alla Ditta”.

Danilo Craveia

 

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