Risorse minerarie a metà ‘800: quante miniere, torbiere e cave

Risorse minerarie a metà ‘800: quante miniere, torbiere e cave
Eventi e Cultura 06 Novembre 2016 ore 10:10

Di certo non è la classica lettura da comodino, non è il libro dilettevole da leggiucchiare prima di addormentarsi, anche se ai non addetti ai lavori e ai non cultori della materia potrebbe indurre una certa qual sonnolenza, ma la “Notice statistique sur l’industrie minérale des états sardes” è un documento interessante che svela una realtà biellese abbastanza sconosciuta. Stampata a Torino nel 1858 dalla tipografia Giuseppe Favale e Compagnia (che si firma J. Favale et Compagnie visto che l’opuscolo è in francese) la “Notice” è il risultato un po’ estemporaneo di un’indagine, invece, assai ambiziosa e puntigliosa condotta per ordine del Ministero dei Lavori Pubblici. Il volumetto di per sè, ancor prima di esaminarne i contenuti dal punto di vista del Biellese, merita un istante di attenzione. Il succitato competente ministero aveva tra le sue incombenze anche quella della gestione delle risorse minerarie del Regno di Sardegna che, come è noto, in quel momento storico ancora comprendeva anche la Savoia e altri piccoli territori transalpini. A occuparsi della gestione amministrativa, commerciale e tecnica delle cave, delle miniere, delle industrie a esse connesse e dell’attività estrattiva in genere era una “Inspection des Mines” con a capo un “inspecteur”.

Nel periodo carloalbertino, più precisamente il 30 giugno 1840, il Governo emanò un editto “col quale S. M. riunisce in una sola legge le disposizioni relative alle miniere, cave ed usine”. Quel complesso dispositivo era composto da 192 articoli che si proponevano di mettere ordine classificando i materiali, ripartendo ambiti merceologici, attribuendo competenze, determinando infrazioni e pene. Quel “testo unico” si apriva con una considerazione di merito: “Fra le industrie i cui prodotti concorrono ad accrescere la pubblica ricchezza, la coltivazione delle miniere e dei combustibili fossili si raccomanda particolarmente alla Nostra Sovrana protezione siccome quella che provvede ad una infinità di bisogni, ed alimenta parecchi rami importantissimi di commercio”. L’era del petrolio non era ancora iniziata, ma quella del carbone era in pieno sviluppo, e il Regno di Sardegna ne era pressoché privo, come era assai deficitario di gran parte delle materie prime minerarie. In ogni caso andava definito un quadro preciso del cosa, del dove e del quanto poteva offrire il sottosuolo piemontese e savoiardo. Fin dal 1826 l’Azienda Generale dell’Interno si era impegnata a redigere un “Répertoire des Mines” (edito in quattro volumi) che si concluse nel 1844. A seguito della pubblicazione del decreto del 1840 e con l’intenzione di presentare un rapporto che coprisse gli ultimi tre lustri (l’occasione stabilita era quella dell’Esposizione Generale del 1858 che avrebbe aperto i battenti il 10 maggio al Castello del Valentino), attorno al 1855 la “Inspection des Mines” aveva per l’appunto avuto dal Ministero dei Lavori Pubblici la disposizione di elaborare una serie di tabelle riassuntive che illustrassero la situazione.

Ecco l’origine della “Notice”: circostanziare, qualificare, quantificare, ubicare le capacità e le potenzialità di “mines, tourbières, carrières et usines” in Piemonte e Savoia. Il lavoro fu ufficialmente concluso il 20 aprile 1858, giusto in tempo per l’apertura dell’Esposizione. Ovviamente reca la firma dell’Ispettore delle Miniere Despine. Ad onor del vero si deve segnalare che il sottoscrittore siglò la breve presentazione dell’opera due anni dopo essere morto, ma questo è un dettaglio. In effetti il cavalier Charles Marie Joseph Despine, nato ad Annecy il 5 dicembre 1792, era deceduto il 20 febbraio 1856, ma il suo contributo per il buon esito dell’operazione doveva essere stato così rilevante che i suoi collaboratori e/o il suo successore non ebbero dubbi nell’attribuirgliene il merito. Dando un’occhiata alle tabelle si scopre quindi ciò che i biellesi di allora avevano sotto i piedi e che, in un modo o nell’altro, stavano già usando. Nomi, cognomi e toponimi sono in qualche caso non precisi, ma questi furono i dati rilevati. La prima “tavola” riguardava le miniere in concessione (ma non sfruttate) e quelle in corso di sfruttamento.

Nel Biellese risultavano attive quella di Gifflenga, concessa il 6 febbraio 1858 in capo al marchese Leone Doria Lamba, di Pinerolo per l’estrazione di lignite alluvionale (176 ettari), e quella di Crevacuore (Val Barbina) a favore del dottor Giovanni Giordani per ferro, nichel e cobalto (400 ettari) su cui aveva messo gli occhi anche una società inglese intenzionata ad avviarne l’utilizzo industriale. La seconda tabella si riferiva alle torbiere e il Biellese ne era del tutto sprovvisto. La terza informava sulle sabbie e le terre aurifere. Solo l’Elvo entrò nelle colonne dello schema e solo per qualche chilogrammo ricavato in tutto il decennio 1847-1857, con un controvalore inferiore ai 10.000 franchi, una cifra comunque non irrilevante (circa il 7% del totale nel regno). Più articolato il discorso delle cave (tavola quarta). Delle 18 concessioni, tutte a cielo aperto e tutte rilasciate dopo il 1830, le tre di Sostegno davano calce, così come le due di Crevacuore e le due di Andorno in regione “Viglione” (?). Quelle della Bürsch (Quittengo - Balma, San Paolo Cervo e Piedicavallo) fornivano granito, tra cui quello “nerastro” della Balma estratto dalla stessa Comunità di Quittengo e quello di colore grigio chiaro estratto dalla Città di Torino. La stessa Città di Torino aveva in concessione una cava a Oropa (granito o serpentino?) nell’area verso l’Orone e sempre da Oropa (ma più precisamente dalle parti di Cossila-Favaro) si otteneva il porfido. A Masserano si cavava gneiss (serizzo) e marmo bianco in regione “Valdesia” (?), ma anche pietra da taglio a Rongio. A Villa del Bosco un certo Agapito Magistrini estraeva argilla per stoviglie, mentre a Castelletto Villa si trovava “pierre à rasoir”, ovvero per molatura. La quinta tabella ragguagliava sulle saline, quindi il Biellese era escluso.

La sesta riferiva delle industrie o dei laboratori artigiani di qualche rilevanza che impiegavano minerali metallici per le loro produzioni. Naturalmente la maggior parte di quelle realtà importava quasi tutto ciò che lavorava. Il rilevamento nel Biellese aveva evidenziato quindici “usines”, sette delle quali a Netro e una a Donato. Serramoglia, Faccarello, Vineis, Gallina e Cavallo i fonditori, tutti con permesso risalente al 25 febbraio 1829. La dotazione strumentale comune era il “feu d’affinerie” e quello di “subtiladure”. In Valle Elvo si lavorava “fer” e “fonte” (ferro e ghisa) per fabbricare utensili in ferro “ouvré” e oggetti in ghisa generati da fusione in stampi (“moulages”). I fratelli Serramoglia della frazione Zumer erano specializzati anche nella realizzazione delle baionette (nel 1852 ne avevano prodotte ben 4.000). A Portula e a Postua si fabbricavano chiodi e catene, così come sulla Morezza a “Vagliano” (cioè Sagliano) dove era già attivo Eugenio Wauthier originario delle Ardenne. In mezzo ai monti della Valsessera, alla Piana del Ponte (territorio di Bioglio), Lorenzo Tomati aveva il suo doppio “feu” sempre acceso per laminare e forgiare all’incudine. A Biella, invece, si trovavano tre altiforni o, come si diceva allora in francese, “cubilot” destinati alla fusione della lega meno nobile del ferro e del carbonio, ovvero la ghisa. Due funzionavano al “Bordone”, cioè al Bardone, dove il Cervo e l’Oropa si incontrano. Erano intestati a due svizzeri, tali Otton Beisweger e André Faussa (in verità si chiamavano Fauster e Beiswenger), ma li azionavano Giuseppe Dente e il futuro “mago” della ghisa, Francesco Squindo. Gli stessi elvetici possedevano il terzo “cubilot” presso l’Ospizio di Carità del Vernato. Tutto qui. A conti fatti, grazie al già defunto inspecteur Despine, miniere e industria pesante non facevano per noi, meglio dunque puntare sulla lana.

Danilo Craveia

Di certo non è la classica lettura da comodino, non è il libro dilettevole da leggiucchiare prima di addormentarsi, anche se ai non addetti ai lavori e ai non cultori della materia potrebbe indurre una certa qual sonnolenza, ma la “Notice statistique sur l’industrie minérale des états sardes” è un documento interessante che svela una realtà biellese abbastanza sconosciuta. Stampata a Torino nel 1858 dalla tipografia Giuseppe Favale e Compagnia (che si firma J. Favale et Compagnie visto che l’opuscolo è in francese) la “Notice” è il risultato un po’ estemporaneo di un’indagine, invece, assai ambiziosa e puntigliosa condotta per ordine del Ministero dei Lavori Pubblici. Il volumetto di per sè, ancor prima di esaminarne i contenuti dal punto di vista del Biellese, merita un istante di attenzione. Il succitato competente ministero aveva tra le sue incombenze anche quella della gestione delle risorse minerarie del Regno di Sardegna che, come è noto, in quel momento storico ancora comprendeva anche la Savoia e altri piccoli territori transalpini. A occuparsi della gestione amministrativa, commerciale e tecnica delle cave, delle miniere, delle industrie a esse connesse e dell’attività estrattiva in genere era una “Inspection des Mines” con a capo un “inspecteur”.

Nel periodo carloalbertino, più precisamente il 30 giugno 1840, il Governo emanò un editto “col quale S. M. riunisce in una sola legge le disposizioni relative alle miniere, cave ed usine”. Quel complesso dispositivo era composto da 192 articoli che si proponevano di mettere ordine classificando i materiali, ripartendo ambiti merceologici, attribuendo competenze, determinando infrazioni e pene. Quel “testo unico” si apriva con una considerazione di merito: “Fra le industrie i cui prodotti concorrono ad accrescere la pubblica ricchezza, la coltivazione delle miniere e dei combustibili fossili si raccomanda particolarmente alla Nostra Sovrana protezione siccome quella che provvede ad una infinità di bisogni, ed alimenta parecchi rami importantissimi di commercio”. L’era del petrolio non era ancora iniziata, ma quella del carbone era in pieno sviluppo, e il Regno di Sardegna ne era pressoché privo, come era assai deficitario di gran parte delle materie prime minerarie. In ogni caso andava definito un quadro preciso del cosa, del dove e del quanto poteva offrire il sottosuolo piemontese e savoiardo. Fin dal 1826 l’Azienda Generale dell’Interno si era impegnata a redigere un “Répertoire des Mines” (edito in quattro volumi) che si concluse nel 1844. A seguito della pubblicazione del decreto del 1840 e con l’intenzione di presentare un rapporto che coprisse gli ultimi tre lustri (l’occasione stabilita era quella dell’Esposizione Generale del 1858 che avrebbe aperto i battenti il 10 maggio al Castello del Valentino), attorno al 1855 la “Inspection des Mines” aveva per l’appunto avuto dal Ministero dei Lavori Pubblici la disposizione di elaborare una serie di tabelle riassuntive che illustrassero la situazione.

Ecco l’origine della “Notice”: circostanziare, qualificare, quantificare, ubicare le capacità e le potenzialità di “mines, tourbières, carrières et usines” in Piemonte e Savoia. Il lavoro fu ufficialmente concluso il 20 aprile 1858, giusto in tempo per l’apertura dell’Esposizione. Ovviamente reca la firma dell’Ispettore delle Miniere Despine. Ad onor del vero si deve segnalare che il sottoscrittore siglò la breve presentazione dell’opera due anni dopo essere morto, ma questo è un dettaglio. In effetti il cavalier Charles Marie Joseph Despine, nato ad Annecy il 5 dicembre 1792, era deceduto il 20 febbraio 1856, ma il suo contributo per il buon esito dell’operazione doveva essere stato così rilevante che i suoi collaboratori e/o il suo successore non ebbero dubbi nell’attribuirgliene il merito. Dando un’occhiata alle tabelle si scopre quindi ciò che i biellesi di allora avevano sotto i piedi e che, in un modo o nell’altro, stavano già usando. Nomi, cognomi e toponimi sono in qualche caso non precisi, ma questi furono i dati rilevati. La prima “tavola” riguardava le miniere in concessione (ma non sfruttate) e quelle in corso di sfruttamento.

Nel Biellese risultavano attive quella di Gifflenga, concessa il 6 febbraio 1858 in capo al marchese Leone Doria Lamba, di Pinerolo per l’estrazione di lignite alluvionale (176 ettari), e quella di Crevacuore (Val Barbina) a favore del dottor Giovanni Giordani per ferro, nichel e cobalto (400 ettari) su cui aveva messo gli occhi anche una società inglese intenzionata ad avviarne l’utilizzo industriale. La seconda tabella si riferiva alle torbiere e il Biellese ne era del tutto sprovvisto. La terza informava sulle sabbie e le terre aurifere. Solo l’Elvo entrò nelle colonne dello schema e solo per qualche chilogrammo ricavato in tutto il decennio 1847-1857, con un controvalore inferiore ai 10.000 franchi, una cifra comunque non irrilevante (circa il 7% del totale nel regno). Più articolato il discorso delle cave (tavola quarta). Delle 18 concessioni, tutte a cielo aperto e tutte rilasciate dopo il 1830, le tre di Sostegno davano calce, così come le due di Crevacuore e le due di Andorno in regione “Viglione” (?). Quelle della Bürsch (Quittengo - Balma, San Paolo Cervo e Piedicavallo) fornivano granito, tra cui quello “nerastro” della Balma estratto dalla stessa Comunità di Quittengo e quello di colore grigio chiaro estratto dalla Città di Torino. La stessa Città di Torino aveva in concessione una cava a Oropa (granito o serpentino?) nell’area verso l’Orone e sempre da Oropa (ma più precisamente dalle parti di Cossila-Favaro) si otteneva il porfido. A Masserano si cavava gneiss (serizzo) e marmo bianco in regione “Valdesia” (?), ma anche pietra da taglio a Rongio. A Villa del Bosco un certo Agapito Magistrini estraeva argilla per stoviglie, mentre a Castelletto Villa si trovava “pierre à rasoir”, ovvero per molatura. La quinta tabella ragguagliava sulle saline, quindi il Biellese era escluso.

La sesta riferiva delle industrie o dei laboratori artigiani di qualche rilevanza che impiegavano minerali metallici per le loro produzioni. Naturalmente la maggior parte di quelle realtà importava quasi tutto ciò che lavorava. Il rilevamento nel Biellese aveva evidenziato quindici “usines”, sette delle quali a Netro e una a Donato. Serramoglia, Faccarello, Vineis, Gallina e Cavallo i fonditori, tutti con permesso risalente al 25 febbraio 1829. La dotazione strumentale comune era il “feu d’affinerie” e quello di “subtiladure”. In Valle Elvo si lavorava “fer” e “fonte” (ferro e ghisa) per fabbricare utensili in ferro “ouvré” e oggetti in ghisa generati da fusione in stampi (“moulages”). I fratelli Serramoglia della frazione Zumer erano specializzati anche nella realizzazione delle baionette (nel 1852 ne avevano prodotte ben 4.000). A Portula e a Postua si fabbricavano chiodi e catene, così come sulla Morezza a “Vagliano” (cioè Sagliano) dove era già attivo Eugenio Wauthier originario delle Ardenne. In mezzo ai monti della Valsessera, alla Piana del Ponte (territorio di Bioglio), Lorenzo Tomati aveva il suo doppio “feu” sempre acceso per laminare e forgiare all’incudine. A Biella, invece, si trovavano tre altiforni o, come si diceva allora in francese, “cubilot” destinati alla fusione della lega meno nobile del ferro e del carbonio, ovvero la ghisa. Due funzionavano al “Bordone”, cioè al Bardone, dove il Cervo e l’Oropa si incontrano. Erano intestati a due svizzeri, tali Otton Beisweger e André Faussa (in verità si chiamavano Fauster e Beiswenger), ma li azionavano Giuseppe Dente e il futuro “mago” della ghisa, Francesco Squindo. Gli stessi elvetici possedevano il terzo “cubilot” presso l’Ospizio di Carità del Vernato. Tutto qui. A conti fatti, grazie al già defunto inspecteur Despine, miniere e industria pesante non facevano per noi, meglio dunque puntare sulla lana.

Danilo Craveia