Morte di un pittore “neo-passatista” e mai futurista

Morte di un pittore “neo-passatista” e mai futurista
Eventi e Cultura 18 Settembre 2016 ore 12:30

Filippo Tommaso Marinetti gli dedicò un rapido ma intenso corteggiamento. Una serrata corte futurista per farlo aderire al Futurismo. Fu inutile. Glauco Cambon non ne volle sapere. Il suo sguardo, tra le dense volute delle sue innumerevoli sigarette, rimase fisso su un punto lontano, dove i colori arditi, le forme eleganti e quel non so ché di decadente (figlio di assidue letture dannunziane) tendono una mano a Dante Gabriel Rossetti, l’altra ad Arnold Böcklin. Fu, il Cambon, interprete del ieri dipinto per il domani. Disse di essere un (o il) “neo-passatista”. C’è chi sostiene che si trovasse a Biella per realizzare un ritratto. Altri, i più informati, per organizzare una mostra al Circolo Commerciale. La sera del 6 marzo 1930 aveva lasciato gli amici lamentando una lieve indisposizione. Era rientrato in albergo e si era ritirato presto nella sua stanza, ma la notte non aveva giovato alle sue condizioni. Anzi. L’indomani il personale di servizio notò che l’ospite non stava affatto bene. Fu chiamato il dottor Danioni. Il medico constatò la gravità della situazione e dispose il ricovero all’Ospedale degli Infermi. Il trasporto del malato fu ovviamente effettuato sulla autolettiga della “Croce Verde”. Glauco Cambon, nato a Trieste il 13 agosto 1875, cessò di vivere poco dopo l’arrivo al nosocomio cittadino. Da un altro ospedale il Cambon era appena uscito. A Regoledo, sul Lago di Como, c’era una casa di cura, una clinica dove respirare aria buona. Quella che ormai faticava a entrare nei polmoni catramati di nicotina del triestino. Vi era rimasto parecchio, lavorando per quanto possibile, e poi lo avevano dimesso, nell’autunno del ‘29. A Biella lo aspettava una buona occasione di rilancio e non aveva perso tempo. Poi la morte lo aveva raggiunto in una camera d’albergo come se l’artista fosse un qualsiasi commesso viaggiatore. Un’altra camera, quella ardente, fu allestita presso l’obitorio. La moglie, la pittrice Ermenegilda “Gilda” Pansiotti, si precipitò a Biella per dargli l’ultimo saluto. Si erano sposati nel 1923. Lei aveva sedici anni meno di lui e gli sopravvisse per altri 56. Perse Glauco, ma le rimase Glauco, il figlio che nacque nel 1923 e che crebbe per divenire americanista insigne e docente universitario di letteratura negli Stati Uniti d’America (morì nel 1988). C’è chi ha scritto che il pittore Glauco Cambon fosse un alcolizzato e un tossicomane, non un semplice fumatore compulsivo. E che a Biella cercasse almeno un po’ di riscatto dall’oblio in cui era caduto già in vita. La città gli era nota. Nel 1922, quando il pennello ancora non gli tremava nella mano e il suo nome era ancora tra quelli dei migliori autori di manifesti pubblicitari in circolazione, a Glauco Cambon era stato commissionato un grande cartellone dalla conceria Luigi Antonio Magliola. L’immagine della ditta avrebbe assunto le fattezze di un oplita ignudo, con spada ed elmo crestato, un guerriero classico fasciato dalle spire di una cinghia di cuoio. Non la sua opera migliore e un po’ strana nello sviluppo del soggetto: gli operai nei lanifici biellesi facevano sovente una brutta fine avvolti e stritolati dalle corregge. Eppure quella tavola fece il suo dovere. Portò in Italia e nel mondo il celebre marchio della sfinge. Ma già quelli del cartellone Magliola non erano più i tempi felici dei manifesti che lo avevano reso famoso: “Courmayeur” (1906), “Indra Tea” (1908), i lavori per la Modiano delle carte da gioco e della bella pubblicità. Glauco Cambon, che fu sepolto nel cimitero di Biella, aveva vissuto l’apice e il declino della Belle Epoque formandosi a Monaco di Baviera e poi a Roma, presso Giulio Aristide Sartorio. Aveva esposto nelle grandi kermesse artistiche di quegli anni, dalle biennali veneziane (quasi tutte dal 1897 al 1924) a Brera (1906), da Parigi (1909) a Zara (1912). Il “Velo azzurro” (1907) è per molti il suo capolavoro. Nel 1914 partecipò alla Biennale con tre quadri. Uno di questi, il ritratto dell’attore goldoniano Emilio Zago nei panni di uno dei “rusteghi”, colpì la Regina Madre in visita alla mostra. La sovrana lo acquistò e lo volle donare alla Casa di Goldoni. Cambon fu un apprezzato decoratore grafico e un raffinato illustratore, anche per cartoline postali e libri. Lo legava un’antica amicizia al ministro Giovanni Giuriati, presidente della Camera dei Deputati ai tempi del decesso. Il politico fascista telegrafò a Biella: “La notizia del trapasso di Glauco Cambon, patriota fervente, artista eletto, amico leale e amatissimo, mi colpisce duramente. Sono anima e cuore con quanti lo piangono fraternamente”. Un autoritratto ne consegna l’effige altera, ma dolce, pizzuta come un ufficiale del Risorgimento, vagamente tesa e sofferente, ma, si direbbe, operosa. Dipinse notturni affascinanti e ritratti splendidi e veri (notevoli quelli del padre Luigi, della madre Elisa Tagliapietra e della sorella Nella), ma anche figure femminee e mitologiche come le “Figlie del Reno” e la “Salammbo” del 1906. La stessa tematica del mito, ma con più dramma interiore e, forse, con incipiente squilibrio ritornò nel 1919 con quella testa mozzata di “Medusa.” C’è in queste tre opere particolari un rimando, un simbolo, un tratto occulto. Già, l’occulto: il mondo di Nella da cui Glauco si era allontanato stabilendosi a Milano, ma che non uscì mai del tutto dai suoi quadri, anche quando si fermò alla cornice. L’occultismo era una specialità della casa. Una casa, quella di via Biasoletto, che fu salotto di intellettuali, abbastanza massoni e molto irredentisti. I genitori del pittore la vollero frequentata da poeti e scrittori locali, dall’intellighenzia triestina e da non pochi “nomi”, da De Amicis a Giacosa, naturalmente Svevo e, probabilmente, anche Carducci. E Joyce? Non si hanno riscontri, ma stupirebbe la sua assenza. D’Annunzio, invece, non si fece convincere e deluse sempre le speranze di Nella, che pure gli era devota senza averlo mai incontrato. Una casa in cui, nel 1904, la morte scese come un commesso viaggiatore in un albergo, giusto il tempo di portarsi via il fratello di Glauco, Gino (che quell’anno perse la vita a Vienna in modo mai chiarito), e il padre. E per poco non si portò via anche il salotto. Fu Nella, la sorella maggiore (nata nel 1872), la non eccelsa quanto irriducibile poetessa, a salvare i famosi mercoledì in casa Cambon non più soltanto con la bella prosa e i versi dei suoi ospiti, ma con lo spiritismo. Quelle sedute medianiche ispirarono anche gli scettici (uno fra tutti il citato Italo Svevo) e resero Nella Cambon in Doria assai più celebre delle sue creazioni in rima o dei suoi libri. Per più di vent’anni la sorella del pittore che morì a Biella organizzò serate di “reincarnazione” e di contatti con l’aldilà. Stando alle cronache dell’epoca, la Cambon si affidava di norma a due fratelli, Enrico e Romana Fornis, medium e sensitivi. Quelle esperienze non erano spettacoli da fiera, bensì un vero e proprio “studio”, tant’è che la padrona di casa annotò tutto quanto avveniva durante i “dialoghi” con i defunti. La lista dei personaggi evocati e comunicanti è talmente lunga e illustre che possono bastare Manzoni e Savonarola, Tolstoj e diversi papi. Gli stessi Fornis permisero a Nella di mettersi in contatto con amici e parenti scomparsi. Non è noto, però, se ebbero modo di richiamare dal mondo dei morti il fratello Glauco. Nel 1929 il pittore pensò di averla scampata, ma la convalescenza lariana lo aveva illuso. Possibile che ne fosse in qualche modo consapevole? Ritrasse allora una donna dai capelli rossi che fissa chi guarda. C’è qualcosa di autunnale in quel dipinto e non solo per il colori. La bocca è chiusa, come se avesse ormai detto tutto quello che c’era da dire. A Glauco, non ad altri. Forse non ci furono più ritratti dopo questo. Lo sguardo è quello di un commiato: la morte venne a Biella e aveva i suoi occhi? Danilo Craveia

Filippo Tommaso Marinetti gli dedicò un rapido ma intenso corteggiamento. Una serrata corte futurista per farlo aderire al Futurismo. Fu inutile. Glauco Cambon non ne volle sapere. Il suo sguardo, tra le dense volute delle sue innumerevoli sigarette, rimase fisso su un punto lontano, dove i colori arditi, le forme eleganti e quel non so ché di decadente (figlio di assidue letture dannunziane) tendono una mano a Dante Gabriel Rossetti, l’altra ad Arnold Böcklin. Fu, il Cambon, interprete del ieri dipinto per il domani. Disse di essere un (o il) “neo-passatista”. C’è chi sostiene che si trovasse a Biella per realizzare un ritratto. Altri, i più informati, per organizzare una mostra al Circolo Commerciale. La sera del 6 marzo 1930 aveva lasciato gli amici lamentando una lieve indisposizione. Era rientrato in albergo e si era ritirato presto nella sua stanza, ma la notte non aveva giovato alle sue condizioni. Anzi. L’indomani il personale di servizio notò che l’ospite non stava affatto bene. Fu chiamato il dottor Danioni. Il medico constatò la gravità della situazione e dispose il ricovero all’Ospedale degli Infermi. Il trasporto del malato fu ovviamente effettuato sulla autolettiga della “Croce Verde”. Glauco Cambon, nato a Trieste il 13 agosto 1875, cessò di vivere poco dopo l’arrivo al nosocomio cittadino. Da un altro ospedale il Cambon era appena uscito. A Regoledo, sul Lago di Como, c’era una casa di cura, una clinica dove respirare aria buona. Quella che ormai faticava a entrare nei polmoni catramati di nicotina del triestino. Vi era rimasto parecchio, lavorando per quanto possibile, e poi lo avevano dimesso, nell’autunno del ‘29. A Biella lo aspettava una buona occasione di rilancio e non aveva perso tempo. Poi la morte lo aveva raggiunto in una camera d’albergo come se l’artista fosse un qualsiasi commesso viaggiatore. Un’altra camera, quella ardente, fu allestita presso l’obitorio. La moglie, la pittrice Ermenegilda “Gilda” Pansiotti, si precipitò a Biella per dargli l’ultimo saluto. Si erano sposati nel 1923. Lei aveva sedici anni meno di lui e gli sopravvisse per altri 56. Perse Glauco, ma le rimase Glauco, il figlio che nacque nel 1923 e che crebbe per divenire americanista insigne e docente universitario di letteratura negli Stati Uniti d’America (morì nel 1988). C’è chi ha scritto che il pittore Glauco Cambon fosse un alcolizzato e un tossicomane, non un semplice fumatore compulsivo. E che a Biella cercasse almeno un po’ di riscatto dall’oblio in cui era caduto già in vita. La città gli era nota. Nel 1922, quando il pennello ancora non gli tremava nella mano e il suo nome era ancora tra quelli dei migliori autori di manifesti pubblicitari in circolazione, a Glauco Cambon era stato commissionato un grande cartellone dalla conceria Luigi Antonio Magliola. L’immagine della ditta avrebbe assunto le fattezze di un oplita ignudo, con spada ed elmo crestato, un guerriero classico fasciato dalle spire di una cinghia di cuoio. Non la sua opera migliore e un po’ strana nello sviluppo del soggetto: gli operai nei lanifici biellesi facevano sovente una brutta fine avvolti e stritolati dalle corregge. Eppure quella tavola fece il suo dovere. Portò in Italia e nel mondo il celebre marchio della sfinge. Ma già quelli del cartellone Magliola non erano più i tempi felici dei manifesti che lo avevano reso famoso: “Courmayeur” (1906), “Indra Tea” (1908), i lavori per la Modiano delle carte da gioco e della bella pubblicità. Glauco Cambon, che fu sepolto nel cimitero di Biella, aveva vissuto l’apice e il declino della Belle Epoque formandosi a Monaco di Baviera e poi a Roma, presso Giulio Aristide Sartorio. Aveva esposto nelle grandi kermesse artistiche di quegli anni, dalle biennali veneziane (quasi tutte dal 1897 al 1924) a Brera (1906), da Parigi (1909) a Zara (1912). Il “Velo azzurro” (1907) è per molti il suo capolavoro. Nel 1914 partecipò alla Biennale con tre quadri. Uno di questi, il ritratto dell’attore goldoniano Emilio Zago nei panni di uno dei “rusteghi”, colpì la Regina Madre in visita alla mostra. La sovrana lo acquistò e lo volle donare alla Casa di Goldoni. Cambon fu un apprezzato decoratore grafico e un raffinato illustratore, anche per cartoline postali e libri. Lo legava un’antica amicizia al ministro Giovanni Giuriati, presidente della Camera dei Deputati ai tempi del decesso. Il politico fascista telegrafò a Biella: “La notizia del trapasso di Glauco Cambon, patriota fervente, artista eletto, amico leale e amatissimo, mi colpisce duramente. Sono anima e cuore con quanti lo piangono fraternamente”. Un autoritratto ne consegna l’effige altera, ma dolce, pizzuta come un ufficiale del Risorgimento, vagamente tesa e sofferente, ma, si direbbe, operosa. Dipinse notturni affascinanti e ritratti splendidi e veri (notevoli quelli del padre Luigi, della madre Elisa Tagliapietra e della sorella Nella), ma anche figure femminee e mitologiche come le “Figlie del Reno” e la “Salammbo” del 1906. La stessa tematica del mito, ma con più dramma interiore e, forse, con incipiente squilibrio ritornò nel 1919 con quella testa mozzata di “Medusa.” C’è in queste tre opere particolari un rimando, un simbolo, un tratto occulto. Già, l’occulto: il mondo di Nella da cui Glauco si era allontanato stabilendosi a Milano, ma che non uscì mai del tutto dai suoi quadri, anche quando si fermò alla cornice. L’occultismo era una specialità della casa. Una casa, quella di via Biasoletto, che fu salotto di intellettuali, abbastanza massoni e molto irredentisti. I genitori del pittore la vollero frequentata da poeti e scrittori locali, dall’intellighenzia triestina e da non pochi “nomi”, da De Amicis a Giacosa, naturalmente Svevo e, probabilmente, anche Carducci. E Joyce? Non si hanno riscontri, ma stupirebbe la sua assenza. D’Annunzio, invece, non si fece convincere e deluse sempre le speranze di Nella, che pure gli era devota senza averlo mai incontrato. Una casa in cui, nel 1904, la morte scese come un commesso viaggiatore in un albergo, giusto il tempo di portarsi via il fratello di Glauco, Gino (che quell’anno perse la vita a Vienna in modo mai chiarito), e il padre. E per poco non si portò via anche il salotto. Fu Nella, la sorella maggiore (nata nel 1872), la non eccelsa quanto irriducibile poetessa, a salvare i famosi mercoledì in casa Cambon non più soltanto con la bella prosa e i versi dei suoi ospiti, ma con lo spiritismo. Quelle sedute medianiche ispirarono anche gli scettici (uno fra tutti il citato Italo Svevo) e resero Nella Cambon in Doria assai più celebre delle sue creazioni in rima o dei suoi libri. Per più di vent’anni la sorella del pittore che morì a Biella organizzò serate di “reincarnazione” e di contatti con l’aldilà. Stando alle cronache dell’epoca, la Cambon si affidava di norma a due fratelli, Enrico e Romana Fornis, medium e sensitivi. Quelle esperienze non erano spettacoli da fiera, bensì un vero e proprio “studio”, tant’è che la padrona di casa annotò tutto quanto avveniva durante i “dialoghi” con i defunti. La lista dei personaggi evocati e comunicanti è talmente lunga e illustre che possono bastare Manzoni e Savonarola, Tolstoj e diversi papi. Gli stessi Fornis permisero a Nella di mettersi in contatto con amici e parenti scomparsi. Non è noto, però, se ebbero modo di richiamare dal mondo dei morti il fratello Glauco. Nel 1929 il pittore pensò di averla scampata, ma la convalescenza lariana lo aveva illuso. Possibile che ne fosse in qualche modo consapevole? Ritrasse allora una donna dai capelli rossi che fissa chi guarda. C’è qualcosa di autunnale in quel dipinto e non solo per il colori. La bocca è chiusa, come se avesse ormai detto tutto quello che c’era da dire. A Glauco, non ad altri. Forse non ci furono più ritratti dopo questo. Lo sguardo è quello di un commiato: la morte venne a Biella e aveva i suoi occhi? Danilo Craveia