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Max Régis, veniva da Mosso l’antijuif emigrato in Africa

Max Régis, veniva da Mosso l’antijuif emigrato in Africa
Eventi e Cultura 24 Gennaio 2016 ore 12:43

Il tempo che passa è scandito anche dalle ricorrenze, alcune più importanti e meno ignorabili

di altre. Mercoledì ricorre il "Giorno della Memoria". Ormai c'è una "giornata" per ogni cosa: una volta erano i santi a presidiare il calendario, oggi ci sono le "giornate" di questo e di

quello. Tra non molto diventeremo indifferenti al succedersi di anniversari dedicati a qualsivoglia questione. Tutte fondamentali, nessuna fondamentale.

Si corre il rischio di appiattire tutto, di indignarci o "impegnarci" a orologeria, a scadenze prefissate, solo per ventiquattro ore, per poi cambiare causa o battaglia, senza più potere/sapere discernere. Con la data che rammenta l'Olocausto, al contrario, sarebbe meglio evitare questo meccanismo di esaltazione/rimozione diaria, un po' usa e getta. Sarebbe meglio rifletterci su per provare a considerare la vicenda non come un tragico episodio storico ormai lontano, bensì come un elemento latente ma costante della nostra società ipocrita. Soprattutto non bisogna ridurre l'antisemitismo ad Auschwitz. C'è stato un lungo "prima" preparatorio e c'è un dopo, nel quale viviamo e nel quale spesso dimostriamo di non aver imparato la lezione. Nel plurisecolare e terribile percorso di avvicinamento alla "Soluzione Finale" ci sono stati avvenimenti e personaggi che riguardano anche noi biellesi. Tanti sono stati positivi, alcuni altri, invece, sono stati molto negativi. La pagina di oggi ne ripropone uno del quale andare per niente fieri. Proprio per questo motivo, alla vigilia del "Giorno della Memoria", è il caso di disseppellire la storiaccia che segue. Nel 1898, ad Algeri, per dieci centesimi di franco si poteva acquistare un pamphlet stampato dalla Impremerie

Typographique Ernest Mallebay, al 30 di rue de Constantine. Quindici pagine intitolate "Max Régis et son oeuvre". L'autore, Fernand Laffitte, ci teneva a sottolineare, sul frontespizio, che l'acquirente avrebbe trovato nell'opuscolo anche un ritratto del protagonista. Il libercolo è una sorta di rarità bibliografica (visto il contenuto è meglio così...) e, pur nel suo essere più che delirante, appare storicamente "interessante" fin dalla seconda di copertina, per i suoi inserti pubblicitari. La "Kina" antigiudea, l'assenzio antigiudeo e le sigarette dello studente

antigiudeo... Va da sé che l'uomo celebrato nel volumetto apparteneva a quella schiera di antisemiti militanti che, proprio in quel momento, stavano infangando l'Europa e le sue colonie. Monsieur Régis fa bella mostra di sé in antiporta: baffuto, elegante, giovane ma già pronto ad armare una vera e propria crociata contro i giudei. L'autore, in merito, non

aveva dubbi: «L'oeuvre de Max Régis est grandiose, personnelle, et est celle d'un convaincu ». Laffitte, collaboratore, amico e ammiratore di Régis, ne esaltava il pensiero e le azioni da profeta e da condottiero, e soprattutto glorificava il successo della pubblicazione del bisettimanale "L'Antijuif Algerien" (versione magrebina di quello parigino nato nel 1896), la voce della lotta senza quartiere, della barricata ideale, della resistenza strenua, del pogrom sacrosanto. Algeri era il mondo capovolto, era agli antipodi di Parigi (che proprio in quei mesi stava guardando, ricambiata, l'abisso morale e sociale del caso Dreyfuss), era il prodromo perfetto della Deutschland più abietta, quella delle SS. Era l'Algeri di un giornalista nato Sétif l'8 giugno 1873 che a soli venticinque anni cavalcava e conduceva la sommossa contro quegli ebrei da tempo "padroni" della città. Il potere costituito, antigiudaico nel profondo, lo appoggiava o gli lasciava  carta bianca, almeno all'inizio. Régis, un anno di giurisprudenza

dopo il liceo al Louis-le-Grand di Parigi (lo stesso di Robespierre e di molti altri "immortali"), fu prima un fustigatore a mezzo stampa, poi un persecutore con ogni mezzo. Oltremare, sulla sponda del Sahara, Maximilien Régis incarnava e sfogava ciò che esasperava «le gros de la population française contre les juifs - come scrisse il dreyfusard Jean Jaures nel 1895 - c’est que par l’usure, par l’infatigable activité commerciale et par l’abus des influences politiques, ils accaparent peu à peu la fortune, le commerce, les emplois lucratifs, les fonctions administratives, la puissance publique». Régis diventò sindaco di Algeri nel novembre del 1898. Le sue prime parole: «Maintenant, il faut qu’ils crèvent tous!». Gli ebrei algerini dovevano crepare tutti. Programma semplice, alla Himmler, alla Goebbels. E iniziarono le leggi speciali per indurli a partire o per creare un casus belli, l'innesco di una nuova notte di San Bartolomeo, questa volta non contro i protestanti bensì contro gli israeliti. Divieti, segregazioni professionali, intimidazioni e spedizioni punitive.

Gli ebrei di Algeri erano cittadini francesi a tutti gli effetti dal 1870 (il decreto Cremieux li aveva resi tali suscitando reazioni rabbiose) e quei quarantamila giudei, stando ai sodali di Régis, avevano occupato i posti migliori nelle amministrazioni, le cattedre nelle scuole, gli scranni nei tribunali. Per gli antisemiti era un paradosso. Il tutto con il beneplacito dei borghesi corrotti. Senza contare quel pennivendolo di Emile Zola e le sue accuse farneticanti. Régis voleva bruciarlo in effige: lo scrittore esecrabile che, parole di Fernand Laffitte, andava cercando il letame di cui si nutriva il suo Naturalismo nelle cloache d'Israele. Uno status quo intollerabile, una miscela esplosiva per demagoghi in cerca di consenso, cioè di un bersaglio contro cui indirizzare la follia della folla. Un vero francese non poteva chiedere di meglio (anche se Régis non era un vero francese, così come Hitler non era un vero tedesco) e l'allucinazione razzista portava ancora oltre, all'identificazione della Francia migliore con l'Algeria, all'eugenetica della secessione: «Si la France refuse de se libérer des Juifs, que le peuple algérien prenne en main ses destinées!». Via gli ebrei o via dalla Francia. L'exploit dell'antisemita radicale durò un mese. Anche troppo, ma tant'è. La sua "guerra di religione" (lui, anticlericale che aveva nell'antigiudaismo l'unico credo) non smosse le coscienze o gli umori della maggioranza della gente di Algeri: troppo poco da guadagnare e troppo da perdere a ghettizzare e/o deportare gli ebrei. Régis, l'irriducibile duellante (sono almeno due le singolari tenzoni cui prende parte, la più celebre quella contro il capitano Oger che lo aveva

insultato qualificandolo spregiativamente come antigiudeo) fu deposto e condannato il 22 febbraio 1899 (non per antisemitismo, bensì per insubordinazione). Ma non mollò. Espatriò per un breve periodo, poi si ripresentò agli elettori con il solito obiettivo. Nel luglio del 1901 fu nuovamente eletto primo cittadino di Algeri (il che la dice lunga sulla qualità dell'elettorato e sull'effetto della riabilitazione pubblica di Dreyfuss che avrebbe dovuto schiacciare l'antisemitismo strisciante nella società francese). Anche in questo caso il suo astro nero tramontò subito: doveva ancora scontare la condanna del 1899 e, per evitare il carcere, fuggì in Spagna. Fu la fine. La Storia lo fece scivolare nel buio e morì dimenticato nel 1950. Lo ricordiamo, con la sola pietà dovuta ai morti, in questa pagina perché l'enfant prodige dell'antigiudaismo coloniale francese era un biellese. Max Régis era, all'anagrafe, Massimiliano Emilio Regis Milano, figlio di un muratore di Mosso Santa Maria emigrato in Algeria come tanti biellesi di allora, per cercar fortuna sotto l'egida di Napoleone III. La seconda generazione avrebbe potuto vivere meglio della prima, con una laurea e uno studio da avvocato, con la gratitudine per le opportunità avute e i risultati raggiunti. Invece fu l'odio a guidare i passi del mossese, l'odio focalizzato sugli ebrei. Perché? La domanda è sempre la stessa. Si presenta, sussurrata o urlata, nelle parole o negli scritti di Primo Levi, Boris Pahor e di Elie Wiesel. Perché? La risposta, come sempre, riguarda tutti, anche i biellesi, anche a più di un secolo di distanza per atti commessi sotto cieli africani.

Danilo Craveia

Il tempo che passa è scandito anche dalle ricorrenze, alcune più importanti e meno ignorabili

di altre. Mercoledì ricorre il "Giorno della Memoria". Ormai c'è una "giornata" per ogni cosa: una volta erano i santi a presidiare il calendario, oggi ci sono le "giornate" di questo e di

quello. Tra non molto diventeremo indifferenti al succedersi di anniversari dedicati a qualsivoglia questione. Tutte fondamentali, nessuna fondamentale.

Si corre il rischio di appiattire tutto, di indignarci o "impegnarci" a orologeria, a scadenze prefissate, solo per ventiquattro ore, per poi cambiare causa o battaglia, senza più potere/sapere discernere. Con la data che rammenta l'Olocausto, al contrario, sarebbe meglio evitare questo meccanismo di esaltazione/rimozione diaria, un po' usa e getta. Sarebbe meglio rifletterci su per provare a considerare la vicenda non come un tragico episodio storico ormai lontano, bensì come un elemento latente ma costante della nostra società ipocrita. Soprattutto non bisogna ridurre l'antisemitismo ad Auschwitz. C'è stato un lungo "prima" preparatorio e c'è un dopo, nel quale viviamo e nel quale spesso dimostriamo di non aver imparato la lezione. Nel plurisecolare e terribile percorso di avvicinamento alla "Soluzione Finale" ci sono stati avvenimenti e personaggi che riguardano anche noi biellesi. Tanti sono stati positivi, alcuni altri, invece, sono stati molto negativi. La pagina di oggi ne ripropone uno del quale andare per niente fieri. Proprio per questo motivo, alla vigilia del "Giorno della Memoria", è il caso di disseppellire la storiaccia che segue. Nel 1898, ad Algeri, per dieci centesimi di franco si poteva acquistare un pamphlet stampato dalla Impremerie

Typographique Ernest Mallebay, al 30 di rue de Constantine. Quindici pagine intitolate "Max Régis et son oeuvre". L'autore, Fernand Laffitte, ci teneva a sottolineare, sul frontespizio, che l'acquirente avrebbe trovato nell'opuscolo anche un ritratto del protagonista. Il libercolo è una sorta di rarità bibliografica (visto il contenuto è meglio così...) e, pur nel suo essere più che delirante, appare storicamente "interessante" fin dalla seconda di copertina, per i suoi inserti pubblicitari. La "Kina" antigiudea, l'assenzio antigiudeo e le sigarette dello studente

antigiudeo... Va da sé che l'uomo celebrato nel volumetto apparteneva a quella schiera di antisemiti militanti che, proprio in quel momento, stavano infangando l'Europa e le sue colonie. Monsieur Régis fa bella mostra di sé in antiporta: baffuto, elegante, giovane ma già pronto ad armare una vera e propria crociata contro i giudei. L'autore, in merito, non

aveva dubbi: «L'oeuvre de Max Régis est grandiose, personnelle, et est celle d'un convaincu ». Laffitte, collaboratore, amico e ammiratore di Régis, ne esaltava il pensiero e le azioni da profeta e da condottiero, e soprattutto glorificava il successo della pubblicazione del bisettimanale "L'Antijuif Algerien" (versione magrebina di quello parigino nato nel 1896), la voce della lotta senza quartiere, della barricata ideale, della resistenza strenua, del pogrom sacrosanto. Algeri era il mondo capovolto, era agli antipodi di Parigi (che proprio in quei mesi stava guardando, ricambiata, l'abisso morale e sociale del caso Dreyfuss), era il prodromo perfetto della Deutschland più abietta, quella delle SS. Era l'Algeri di un giornalista nato Sétif l'8 giugno 1873 che a soli venticinque anni cavalcava e conduceva la sommossa contro quegli ebrei da tempo "padroni" della città. Il potere costituito, antigiudaico nel profondo, lo appoggiava o gli lasciava  carta bianca, almeno all'inizio. Régis, un anno di giurisprudenza

dopo il liceo al Louis-le-Grand di Parigi (lo stesso di Robespierre e di molti altri "immortali"), fu prima un fustigatore a mezzo stampa, poi un persecutore con ogni mezzo. Oltremare, sulla sponda del Sahara, Maximilien Régis incarnava e sfogava ciò che esasperava «le gros de la population française contre les juifs - come scrisse il dreyfusard Jean Jaures nel 1895 - c’est que par l’usure, par l’infatigable activité commerciale et par l’abus des influences politiques, ils accaparent peu à peu la fortune, le commerce, les emplois lucratifs, les fonctions administratives, la puissance publique». Régis diventò sindaco di Algeri nel novembre del 1898. Le sue prime parole: «Maintenant, il faut qu’ils crèvent tous!». Gli ebrei algerini dovevano crepare tutti. Programma semplice, alla Himmler, alla Goebbels. E iniziarono le leggi speciali per indurli a partire o per creare un casus belli, l'innesco di una nuova notte di San Bartolomeo, questa volta non contro i protestanti bensì contro gli israeliti. Divieti, segregazioni professionali, intimidazioni e spedizioni punitive.

Gli ebrei di Algeri erano cittadini francesi a tutti gli effetti dal 1870 (il decreto Cremieux li aveva resi tali suscitando reazioni rabbiose) e quei quarantamila giudei, stando ai sodali di Régis, avevano occupato i posti migliori nelle amministrazioni, le cattedre nelle scuole, gli scranni nei tribunali. Per gli antisemiti era un paradosso. Il tutto con il beneplacito dei borghesi corrotti. Senza contare quel pennivendolo di Emile Zola e le sue accuse farneticanti. Régis voleva bruciarlo in effige: lo scrittore esecrabile che, parole di Fernand Laffitte, andava cercando il letame di cui si nutriva il suo Naturalismo nelle cloache d'Israele. Uno status quo intollerabile, una miscela esplosiva per demagoghi in cerca di consenso, cioè di un bersaglio contro cui indirizzare la follia della folla. Un vero francese non poteva chiedere di meglio (anche se Régis non era un vero francese, così come Hitler non era un vero tedesco) e l'allucinazione razzista portava ancora oltre, all'identificazione della Francia migliore con l'Algeria, all'eugenetica della secessione: «Si la France refuse de se libérer des Juifs, que le peuple algérien prenne en main ses destinées!». Via gli ebrei o via dalla Francia. L'exploit dell'antisemita radicale durò un mese. Anche troppo, ma tant'è. La sua "guerra di religione" (lui, anticlericale che aveva nell'antigiudaismo l'unico credo) non smosse le coscienze o gli umori della maggioranza della gente di Algeri: troppo poco da guadagnare e troppo da perdere a ghettizzare e/o deportare gli ebrei. Régis, l'irriducibile duellante (sono almeno due le singolari tenzoni cui prende parte, la più celebre quella contro il capitano Oger che lo aveva

insultato qualificandolo spregiativamente come antigiudeo) fu deposto e condannato il 22 febbraio 1899 (non per antisemitismo, bensì per insubordinazione). Ma non mollò. Espatriò per un breve periodo, poi si ripresentò agli elettori con il solito obiettivo. Nel luglio del 1901 fu nuovamente eletto primo cittadino di Algeri (il che la dice lunga sulla qualità dell'elettorato e sull'effetto della riabilitazione pubblica di Dreyfuss che avrebbe dovuto schiacciare l'antisemitismo strisciante nella società francese). Anche in questo caso il suo astro nero tramontò subito: doveva ancora scontare la condanna del 1899 e, per evitare il carcere, fuggì in Spagna. Fu la fine. La Storia lo fece scivolare nel buio e morì dimenticato nel 1950. Lo ricordiamo, con la sola pietà dovuta ai morti, in questa pagina perché l'enfant prodige dell'antigiudaismo coloniale francese era un biellese. Max Régis era, all'anagrafe, Massimiliano Emilio Regis Milano, figlio di un muratore di Mosso Santa Maria emigrato in Algeria come tanti biellesi di allora, per cercar fortuna sotto l'egida di Napoleone III. La seconda generazione avrebbe potuto vivere meglio della prima, con una laurea e uno studio da avvocato, con la gratitudine per le opportunità avute e i risultati raggiunti. Invece fu l'odio a guidare i passi del mossese, l'odio focalizzato sugli ebrei. Perché? La domanda è sempre la stessa. Si presenta, sussurrata o urlata, nelle parole o negli scritti di Primo Levi, Boris Pahor e di Elie Wiesel. Perché? La risposta, come sempre, riguarda tutti, anche i biellesi, anche a più di un secolo di distanza per atti commessi sotto cieli africani.

Danilo Craveia