Eventi e Cultura

L'INCIPIT DEI VOSTRI RACCONTI

L'INCIPIT DEI VOSTRI RACCONTI
Eventi e Cultura 14 Marzo 2013 ore 16:21

Tirate fuori il vostro racconto dal cassetto! E diventate protagonisti della nuova rubrica "L'incipit dei vostri racconti", che Eco di Biella pubblicherà ogni sabato sull'edizione cartacea nel suo inizio (incipit). Per leggere il resto del racconto, occorrerà collegarsi al sito nel pomeriggio di sabato. Tutti possono partecipare all'inziativa gratuita, in collaborazione con la casa editrice biellese Lineadaria. Inviate i vostri racconti all'indirizzo lineadariaeditore@gmail.com, la selezione verrà effettuata da Federica Ugliengo. Buona lettura e buon esordio a tutti nella pagina, già cult per gli appassionati, L'Eco delle Parole.

 

L'enigma della scala

di Alberto Camerano

segue da Eco di Biella in edicola oggi 16 marzo

Quando il filo dei pensieri la porta a rivedere il volto di suo nonno che la osservava mentre era intenta a dipingere, si rende conto meravigliandosi ogni volta di non averlo mai visto disegnare, neppure con una matita. Si domanda allora come potesse essere così profondo conoscitore della pittura, non solo della tecnica, ma anche di tutto quello la fa vivere in a chi la ama. Eppure, Gianna ne è certa, quello che lei mette nei suoi quadri è il frutto di quanto lui aveva saputo trasmetterle, un amore così profondo che a tratti intuisce essere, forse, il motivo dei suoi lievi e momentanei turbamenti.

Non ricorda di aver visto qualche suo quadro, tranne uno. La casa in fondo alla valle dove abitava il nonno era spoglia, come quasi tutte le altre del paese, con poche suppellettili, quelle essenziali, indispensabili per vivere in montagna. E lì, in casa del nonno di dipinti non ve erano di certo. L’unica pittura di cui Gianna ha memoria si trovava nella casa che abitava insieme ai suoi, all’inizio della valle, quasi prossima alla città. Il ricordo sfumato e vago di quel quadro rimane confuso con le piccole discussioni che nascevano tra suo padre e sua madre, circa l’autore, anche perché non vi era una firma che potesse identificarlo. In realtà si trattava più di uno scherzo che di una vera e propria discussione ed era solitamente suo padre ad iniziarlo, quando si sentiva dell’umore giusto per stuzzicare la consorte su quel tema.

- Il quadro, egli sosteneva, non è stato dipinto dal nonno, bensì da un suo commilitone della Grande Guerra. Costui sapeva dipingere e, per combattere, più che il nemico, il terrore che si sarebbe impadronito di lui prima dell’assalto, ne ritraeva il luogo e gli episodi che sarebbero accaduti di lì a poco.

- Ma che stai dicendo, ribatteva lei, nel quadro della guerra non si vede neanche l’ombra. L’ha dipinto il nonno ed è l’unico che si è tenuto di tutti quelli che ha fatto, perché è il ricordo di un posto molto particolare, nel quale si è trovato prima o durante la guerra e lo ha dipinto dopo essere tornato a casa. - In fondo, continuava lui, come se sua moglie non avesse detto nulla, non era difficile prevederli, poiché in ogni battaglia, in ogni assalto, si vedevano sempre le stesse cose: uomini morti, caduti, nelle pozze scavate dalle granate o in un groviglio di filo spinato. – Smettila di dire queste cose, ché Gianna si spaventa. Ma lui doveva comunque terminare, - tutto ciò me l’ha raccontato il nonno, che ebbe il quadro in dono dall’amico, prima che fosse ucciso nel suo ultimo assalto. A Gianna non faceva paura ascoltare il discorso di suo padre, un po’ perché non poteva sapere che cosa fosse realmente la Grande Guerra, un po’ perché era attratta dal fascino che il dipinto emanava e un po’ perché voleva troppo bene a suo nonno per dubitare che il quadro fosse stato dipinto da lui. Era tanto certa che quel quadro fosse suo che mai gli aveva chiesto chi l’avesse fatto. Semmai, le volte che era sola con lui, provava a farsi rivelare qualche particolare che maggiormente la incuriosiva. Il nonno spiegava e ancor più raccontava, e raccontava, storie, fiabe, cose viste, cose vissute, cose inventate, e poi vicende della sua vita e di quella di altri che lui aveva incontrato. Di un particolare soltanto il nonno non aveva mai detto nulla e non si era soffermato a raccontare niente, proprio niente. Di questo Gianna si era resa conto solo qualche anno dopo, quando, divenuta donna, aveva iniziato a vivere la sua vita indipendente e libera. Accadeva nei momenti in cui stava da sola seguendo il filo dei pensieri, soprattutto quando questi la guidavano verso mete indefinite. Il quadro era una di queste, anzi il più delle volte era quella che inquietava di più. Ma non sapeva spiegarsi bene il perché, se non per il fatto che di cosa ci fosse nel quadro non ricordava quasi nulla, tranne che quello di cui il nonno non le aveva mai raccontato niente: la scala. Lei stessa aveva cercato di disegnarne, ma ogni volta non era soddisfatta, non era quella che avrebbe voluto dipingere, era del tutto diversa da quella che aveva immaginato. Non solo anche quelle che riprendeva dal vero alla fine riuscivano affatto diverse sulla tela, su una tavola o anche su un semplice foglio di carta. Spesso la sua insoddisfazione per la scala che aveva disegnato era tale da farle venire in mente una frase che da bambina aveva sentito dire dal nonno. Si era seduta su un gradino della scala che dal piano terra portava di sopra, nella stanza dove lui dormiva, per giocare con la sua bambola preferita. La scala era la sua casa, perché i due o tre gradini che riusciva a raggiungere, facendola salire e scendere, erano ciascuno una stanza, dove la bambola prendeva vita come se si trovasse in cucina, in salotto o nella sua camera da letto. – Ogni scala è… aveva esclamato il nonno, che la osservava intenerito con il suo solito sorriso, mentre lei era intenta al gioco. Era talmente presa che non aveva sentito cosa avesse detto e non si era accorta che lui fosse lì presso ad osservarla. Ed in effetti un attimo dopo Gianna aveva alzato gli occhi per vedere se il nonno fosse lì vicino, ma lui se ne stava già da un’altra parte, a trafficare con i suoi attrezzi.

Ora quella frase ritorna, quasi per gioco, come se fosse accompagnata dallo stesso sorriso che aveva il nonno quando l’aveva pronunciata. L’insoddisfazione per il risultato di quello che ha appena disegnato passa, ma una specie di agitazione si impadronisce di lei, per quel senso di incompletezza che può lasciare il ricordo di un felice momento d’infanzia, in cui ci si rivede per un istante, la fotografia di un gesto, che subito svanisce nel nulla e di cui nulla più esiste. Gianna sa che la frase non terminava così, ma proseguiva con un’affermazione. Quale poteva essere, non se lo ricorda proprio. O forse non vuole ricordarla, perché potrebbe avere in lei un effetto sgradevole o deludente. Allora meglio lasciarla così, in sospeso.

 

Il mondo delle scale è vario ed imprevedibile. Se si escludono le scale dei palazzacci di città, quelli nati e cresciuti con l’urbanizzazione selvaggia, dove le scale si ripetono sempre eguali per piani e piani, tutte le altre hanno ciascuna aspetto e carattere diversi, addirittura una vita propria.

Che tale mondo esista veramente Gianna lo avrebbe scoperto prima o poi. Non solo, ma le avrebbe svelato ciò che in questo momento della sua vita sta solo intuendo e sentendo come qualcosa di appartenente a lei stessa, però come ricoperto da una cortina ardua da rimuovere. O appare piuttosto come un elemento mancante, che, se ci fosse, la renderebbe diversa completamente, permettendole di essere e dipingere come vorrebbe veramente? Qualcosa che sta aspettando da tempo e che ancora non è riuscita ad ottenere? Non che Gianna si senta infelice, no. Fa la sua vita, un po’ solitaria forse, ma questo la aiuta, quando si mette a dipingere. Il suo lavoro poi, non si può dire che sia monotono. Anzi il contatto ed i rapporti con la gente, soprattutto quella della sua vallata, non l’annoiano di certo e compensa i momenti in cui si trova da sola. Qualcosa però manca, come se la sua vita fosse priva di musica, come se in lei esistesse un’orchestra che esegue una sinfonia, ma dagli strumenti non esce alcun suono.

La sua amica Giuliana è un tipo del tutto diverso da lei. Sempre con la battuta pronta, poco riflessiva, anzi no, del tutto impulsiva e anche un po’ superficiale, ma non per questo la si potrebbe definire stupida. Maniaca della griffe, con la tinta e l’acconciatura appena fatte dal suo parrucchiere, ma anche con un certo spiritello ironico. Insomma una donna completamente all’opposto. Stare con lei è un divertimento unico, anche perché Giuliana vive in città e nonostante ciò, anzi proprio questo, è per Gianna un motivo di più. – Passo a prenderti alle tre, vedi di farti trovare pronta. La telefonata di Giuliana è come sempre improvvisa e furiosa. - In effetti, pensa Gianna, negli ultimi tempi è diventata parecchio nervosa. Infatti Giuliana da qualche mese sta cambiando molte cose di casa sua, non ultima la scala che porta in mansarda. Per Gianna si tratta di una decisione di rinnovamento un po’ bizzarra e magari anche troppo radicale. La scala poi, che c’entra? Perché deve cambiare anche la scala? Non va bene così com’è? Ma Gianna lo sa che con le decisioni di Giuliana non si discute: sono così e basta, se ti va, bene, se non ti va, va bene lo stesso.

La falegnameria si trova appena fuori di un paese, che dista a pochi chilometri dalla città. – Me l’ha segnalata un collega, che è uno che sa sempre tutto, e se hai bisogno di qualcosa, sa sempre dove trovarlo, al minor prezzo ed alla massima qualità, dice Giuliana, un po’ chiosando, dopo una prima fase del viaggio riempita con gli immancabili pettegolezzi su amici, colleghi e fatti altrui. – L’importante è che facciano scale originali, che senza essere teatrali, quindi di cattivo gusto, non siano allo stesso tempo banali come quelle prefabbricate, replica Gianna, distrattamente, più intenta a seguire il percorso, che a dare ascolto all’amica. – Sono sicura che mi saprai consigliare la scelta migliore. Mi fido di te e del tuo gusto, molto più che di me stessa, sentenzia Giuliana facendosi, con queste parole, seria e carezzevole. Gianna non dice nulla, c’è qualcosa dentro di lei che sta suonando da quando è iniziato il viaggio. Non è un allarme, bensì un susseguirsi di pensieri o immagini avvolte da note musicali non ben distinte, anzi decisamente senza alcun senso. Le ultime parole dell’amica, così semplici e convinte, sembrano avere messo in movimento l’orchestra, coordinando gli strumenti, proprio come quando entra il Primo Violino a dare il La e i musicisti interrompono l’accordatura. I suoni emessi, che parevano essere in preda ad una totale anarchia, diventano una sola nota a cui tutti gli strumenti si allineano.

Oltrepassato l’ultimo incrocio dopo l’uscita del paese, Gianna e Giuliana si ritrovano in aperta campagna. – Ma dove siamo finite? Chiede Giuliana. – Siamo andate oltre. La zona industriale è prima. Esclama Gianna – Grazie tante l’ho vista, ma non ho notato la falegnameria. Comunque ora torno indietro. Le due amiche, ritornate verso l’ultimo incrocio, quasi senza accorgersene svoltano per una stradina sterrata che le porta innanzi ad una costruzione che nulla a che vedere che gli odierni capannoni, ma ha l’aspetto di una veneranda fabbrica in mattoni. Il portone è chiuso ed un’insegna, vetusta anch’essa, indica che quello è il posto che cercano.

- Non c’è nessuno, è chiuso. Possibile? dice quasi farfugliando tra se e se Giuliana. – C’è un biglietto con un numero di telefono. Proviamo a chiamare, sostiene vagamente spazientita Gianna con il tono di chi vuole evidenziare una cosa banale a qualcuno che si ostina a negare l’evidenza. La voce al telefono è quella di un uomo gentile e affabile, tipica di chi è abituato a trattare con clienti che devono fare una scelta per lo più unica e decisiva: infatti, quanti si comperano una scala da mettere in casa più di una volta nella loro vita? Ma quella voce ascoltata da Gianna per la prima volta ha qualcosa di diverso, che non è il telefonino a rendere così particolare nella semplice ovvietà di quanto sta dicendo, che avrebbe finito un lavoro e sarebbe arrivato di lì a poco. L’attesa non è lunga e l’uomo, dall’aspetto solido e di primo acchito un po’ rude in contrasto con la voce di poc’anzi al telefono, scendendo dal furgone, cattura subito lo sguardo delle due donne, forse anche qualcos’altro. Gli occhi e i capelli sono nerissimi, come pure l’accenno di barba che copre il mento e le guance curiosamente paffute. Gli danno un’espressione, tutt’altro che sgradevole, al tempo stesso apparentemente ingenua ed un poco indolente, che diventa più marcata quando, con un sorriso morbido e maschio, invita le nuove clienti all’interno del laboratorio. Dentro l’ampio spazio è occupato da macchinari per lavorare il legno e da scale, alcune finite, altre ancora grezze. Una ha una forma bizzarra coi gradini a mezzaluna, in parte di legno e parte di metallo, si avvita su stessa come una pianta rampicante , arrivando fino quasi al soffitto. - Me l’ordinata una signora un po’ eccentrica, anche se l’idea non è sua, ma l’ha copiata da una rivista. Dice sorridendo furbescamente. Io sono Massimo, andiamo in ufficio così mi spiegate di che cosa avete bisogno.

L’ufficio, che funge anche da saletta d’esposizione, pur dando l’idea di essere spazioso è avvolto in tenue penombra con i modelli delle scale che vi stanno immobili e paiono come addormentate. Sembra emanare un che di antico, quasi dimenticato. In effetti entrare in quel luogo dà a Gianna la sensazione di come se le quelle scale immobili venissero svegliate dalla sua presenza. Ora Gianna sente che l’orchestra sta andando compatta ed armoniosa. La musica non è calma, però. E’ un Presto, che si è impossessato di lei e non le dà respiro.

- E…, e quello? Le esce di bocca come un soffio. Massimo comprende subito a cosa Gianna si sta riferendo. – E’ un quadro che mi ha lasciato mio nonno. So che glielo aveva donato un suo amico poco prima di morire. Vuol sapere come l’ho intitolato? – Come…? Chiede Gianna, pur sentendo che il suo Io più recondito conosceva già la risposta. – Ogni scala è un enigma. Rivela, fissando su di lei lo sguardo. Il suo è un sussurro, come il gesto del direttore che richiama l’orchestra per lanciarla nell’Agitato finale che Gianna sente dentro di se.

– Che cos’hai? Ti senti poco bene? Le domanda Giuliana. – Mi sembra che la vista di quel quadro ti abbia sconvolta. Ma il suono della sua voce arriva a Gianna indistinto e lontanissimo, come se fosse sovrastato dalla forza dell’orchestra. - Va tutto bene, non mi ha sconvolta, anche se non so esattamente ciò che mi sta succedendo. Lo stavo cercando da molto tempo ed ora ho ritrovato… ma non sono sicura… forse è tutta suggestione… questo posto mi sembra così strano… ho come l’impressione di esserci già stata… ma sono sicura di non esserci MAI stata… il titolo del quadro poi… Le frasi escono spezzate dalla bocca di Gianna, divenendo come il filo dei pensieri quando si fa incerto e tortuoso.

- Sapevo che un giorno sarebbe arrivato qualcuno a riprendersi il quadro, ma non immaginavo che potesse succedere così. Soprattutto non pensavo che potesse essere una donna… Ma che stupido sono stato: solo una donna ci sarebbe riuscita. Massimo sorride dicendo queste parole.- Anche se in apparenza… Mi permetti di darti del tu? Sembra impossibile, ma costruire una scala, ogni volta è come sciogliere un enigma. La scala nel quadro esiste per davvero e tu l’hai trovata, alla fine.

 

La casa appare all’improvviso lungo il sentiero, dopo aver aggirato un grande masso. Lì in una radura, che forma come un’isola incantata in mezzo ai castagni, sembra disabitata, ma da fuori pare tutto al suo posto. – Sei bellissima! esclama Gianna ridendo non appena se la trova davanti. Il brivido che le corre lungo la schiena è caldo e dolce. Perché lei è lì davanti alla casa, proprio quella, con i due ampi archi sul davanti e il ballatoio che ne percorre la facciata. E poi eccola, la sua scala di pietra e legno, che inizia partendo da fuori. Un po’ più su è come inghiottita dai muri. Poi riappare e continua a salire verso gli archi di sopra.

 

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