Eventi e Cultura

L'INCIPIT DEI VOSTRI RACCONTI

L'INCIPIT DEI VOSTRI RACCONTI
Eventi e Cultura 14 Dicembre 2012 ore 21:52

Tirate fuori il vostro racconto dal cassetto! E diventate protagonisti della nuova rubrica "L'incipit dei vostri racconti", che Eco di Biella pubblicherà ogni sabato sull'edizione cartacea nel suo inizio. Per leggere il resto del racconto, occorrerà collegarsi al sito nel pomeriggio di sabato. Tutti possono partecipare all'inziativa gratuita, in collaborazione con la casa editrice biellese Lineadaria. Inviate i vostri racconti all'indirizzo lineadariaeditore@gmail.com, la selezione verrà effettuata da Federica Ugliengo.
Buona lettura e buon esordio a tutti nella pagina, già cult per gli appassionati, L'Eco delle Parole.

 

NELL'ALTRODOVE

di ARTEMISIA LORO PIANA

 

segue da pagina 24  dell'edizione di Eco di Biella in edicola oggi

 

Lei non aveva voglia di dargli ragione: “Ormai sono sveglia. Sono rimasta sveglia tutta la notte, che hai continuato a russare!”

Avrebbe voluto puntualizzare che alle quattro l’aveva vista dormire ma era troppo assonnato per innescare una discussione.

 

Davanti all’ospedale, dentro la Peugeot 406 dal paraurti ammaccato, Leo teneva le mani inguantate sotto le ascelle e muoveva i piedi.

Anna teneva lo sguardo fisso all’ingresso: “Che cani! Farci aspettare fino alle sette con il freddo che fa!”

Lui avrebbe voluto insistere che era meglio rincasare e tornare più tardi, ma temeva di scatenare una reazione.

La moglie, guardò l’uomo seduto al suo fianco che stava pulendo le lenti appannate nel risvolto della giacca e si sentì in colpa per il battibecco che andava avanti da che s’erano svegliati. Nonostante le pillole di estrogeni, non aveva trovato rimedio all’irritabilità che la disfunzione ormonale le provocava.

C’erano giornate che capiva già dal risveglio sarebbe stata di pessimo umore; allora faceva esercizi di respirazione, si sforzava di controllarsi e cercava di non iniziare discussioni. Ma quando quei momenti arrivavano inaspettatamente non poteva fare più nulla. Lui capiva e lasciava che il momento passasse.

“Scusami, è la menopausa che mi rende così irritabile”. Si giustificò mentre ingranava la retromarcia.

Leo accennò di sì con il capo.

 

Cominciava a nevicare quando doppiarono la rotonda per imboccare la tangenziale.

S’accorsero del furgone che si immetteva alla loro destra che era tardi per evitarlo.

Lo videro scivolare verso di loro sull’asfalto viscido, mentre si domandavano se si sarebbe fermato o se fossero riusciti a spingersi più avanti, quel tanto che era sufficiente per evitare l’impatto.

Pochi secondi possono sembrare attimi lunghissimi anche se il tempo scorre sempre alla stessa velocità.

In quell’istante infinito l’orecchio percepisce un rumore secco, l’occhio il movimento vorticoso delle immagini, la bocca una secchezza immediata mentre il cuore si ferma, un attimo solamente. Un buco nel tempo, anche se la neve non ha mai smesso di scendere, il mondo di respirare, il metronomo della vita di muoversi costante.

C’è silenzio attorno ma il momento continua a non avere tempo.

L’immagine di due spighe di grano davanti agli occhi di Anna. Odore di pane fresco alle narici e odore di pneumatici.

Gli occhi di suo marito su di lei e l’accenno del capo che dice va bene e chiede se va bene.

Fa freddo. Pensano al letto caldo dove vorrebbero essere. Che strano pensiero mentre scendono dall’auto.

L’uomo che li ha investiti cerca di uscire dal furgone capovolto al centro della rotonda. La donna di bronzo che fila la lana sembra allungargli il fuso perché si aggrappi.

Lui la vede e la odia. La odierà per un pezzo, o per sempre, dipende da come stanno quelli che ha investito.

Ma la donna di bronzo continua a sorridere nella luce gialla, come a rammentargli che lei non ne può nulla, che è stato lui a sbandare.

I tre si muovono evitando di calpestare i filoni di pane sparsi tutt’attorno, come a non peggiorare il danno. Che cose idiote passano per la mente in certi momenti!

Si avvicinano in silenzio all’uomo; ma questi li ignora, passa oltre e raggiunge il Peugeot.

Marito e moglie lo guardano infilare la testa nel finestrino frantumato.

Cerca di aprire la portiera ma non ci riesce. Poi corre dalla parte opposta, riproducendo gli stessi gesti.

Anna e Leo tacciono mentre lo guardano cercare qualcosa in tasca.

Ha le mani che tremano e il telefono cade in terra. Lui si china per raccoglierlo sotto i loro sguardi allibiti.

Si ferma un bus. Scendono l’autista e due passeggeri.

C’è fermento mentre l’uomo del furgone si dispera.

Nessuno si interessa a loro due. E’ solo lamiera, dicono, poteva andare peggio, ma nessuno li ascolta.

Leo prende Anna per mano e l’allontana.

“Non possono sentirci.” le dice e lei comprende.

Si siedono alla base della rotonda, sotto la statua della donna che fila la lana e osservano.

“Hai freddo?” domanda lui.

“No, sto bene, e tu?”

“Sto bene anch’io” e l’avvicina a sé ponendole il braccio attorno alle spalle.

“E adesso che si fa?” domanda Anna.

“Non ne ho la minima idea.Tu che vorresti fare?”

“Tornare a casa. Non ho voglia di stare qui a guardare “

“Allora andiamo” dice Leo alzandosi.

“Non abbiamo l’auto!”

Lui sorride e lei capisce.

“Andiamo a vedere il bambino allora !” cambia idea.

“Già, in barba agli orari!”

E sono già là.

 

“Assomiglia a te” dice Leo porgendo ad Anna il sacchetto di Haribo che ha appena sottratto al banco del bar.

Lei rifiuta. “Tutte queste schifezze non fanno bene, lo sai!”

“Ma ne posso mangiare a volontà adesso…e gratis!”

Lei ride “E’ stato divertente! Ma solo perché nessuno se n’è accorto.”

“Come avrebbero potuto vederci?” risponde mentre pensa che lei è ancora lontana dalla consapevolezza di quello che è.

La guarda sorridendo; lei ascolta il suo pensiero e lo rifiuta.

“Se non fosse successo a tutti e due contemporaneamente non sarebbe così bello. Ne sono certo!” aggiunge serenamente lui infilando in bocca un’altra gelatina colorata.

“Vuoi dire che siamo stati favoriti? Leo, io non credo nella vita dopo la morte, e neppure tu!”

Si siedono su una panchina del parco vicino all’ospedale.

“Hai voluto tu sederti qua?” chiede lui.

“E’ il primo posto che mi è venuto in mente.”

“Io pensavo a casa nostra”

“L’hai pensato dopo. Io non ho voglia di stare in casa”

Lui sorride ingoiando un dolcetto gommoso: “Non cambi mai!”

Ma Anna soprassiede, pensa al significato delle sue stesse parole.

“Ho dei vuoti di memoria… ”cerca giustificazione.

Lui chiude il sacchetto dei dolci e lei gli prende la mano per cercare sicurezza: “Abbiamo preso una botta in testa e stiamo delirando, ma passerà. Fossimo morti non saremmo qui…”.

Lui cerca di indirizzarla piano: “E com’è che siamo entrati senza che ci fermassero?”

“Non ci hanno veduti passare, erano distratti.”

”E come ci siamo arrivati?”

“Ci siamo addormentati in macchina e abbiamo perso il tempo”

Ora il volto di lei pare contratto. “Ho paura” dice e lui la stringe.

Rimangono in silenzio mentre osservani il movimento attorno a loro.

“Come sappiamo che loro sono vivi e noi morti?” domanda Anna.

“I nostri corpi li ho veduti. Avrei voluto scostarti i capelli dal viso ma ho avuto timore di guardare. Io…io non mi sono quasi riconosciuto. Lo specchio mi ha sempre restituito un’altra immagine.”

Lei tace cercando di afferrare qualcosa che attutisca lo sbigottimento e il timore, ma si indispone e alza la voce.

“Non possiamo stare su questa panchina. Torniamo a casa!” Lui le prende la mano poi domanda : “A che hai pensato?”

“A casa!” risponde lei guardandosi attorno.

“Si, torniamo a casa” rimarca Leo, ma continuano a rimanere lì.

“Come abbiamo fatto a voler essere su questa panchina?” pensa lui.

“Abbiamo solo voluto esserci” le rimanda il pensiero.

“Pensa con me di essere seduta sul divano in salotto”

Lei lo fa ma il parco, la gente, la strada, sono ancora lì attorno.

“Ti stai innervosendo?”

“No, assolutamente.”

“Neppure io”

Le loro menti sono sospese, come in un sonno leggero, mentre procedono lungo il vialetto che li porta fuori dal parco.

Anna si ferma davanti ad una vecchina che sembra guardare in lontananza ed aspettare. Le mani, poggiate sul pomolo della canna che l’aiuta a reggersi, tremano un poco.

Leo le conclude il pensiero.

“Credo che quando si è vecchi si pensi alla morte con più serenità.”

Lei vorrebbe dirgli di finirla con quella storia e lui mantiene la mente sgombra per non disturbarla.

Si voltano e ritornano sui loro passi.

“Hai deciso tu di tornare indietro?” domanda lei e il no di risposta rimbalza veloce.

Un senso di disagio profondo, quasi di paura, avvolge entrambi.

“Forse ci va del tempo per ambientarci alla nuova situazione” dice lui.

“Voglio che tutto sia come sempre!” si arrabbia lei.

“Credo non si possa più. Non aver paura Anna, ci sono qua io.” e decide di trovarsi deltro il pronto soccorso insieme a lei.

E lì sono, immediatamente.

“Non possiamo allontanarci troppo dai nostri corpi. Credo sia questa la ragione” deduce Leo.

Anna gli chiede di non tormentarla più con quella storia a cui non crede.

Lui insiste perché veda con i suoi stessi occhi quello che lui ha già veduto ma lei si oppone.

“Ma dobbiamo farlo se vogliamo essere liberi. Fintanto che non accettiamo pienamente questo fatto rimarremo sospesi”

Anna ritrae la mano che lui tiene stretta:“Non voglio guardare, fallo tu se vuoi. Io non sono pronta.”

“No, se non con te”

“Non costringermi a farlo!”

“Aspetterò che tu sia pronta, io da solo non vado”

“E’ tutta un’idiozia. Non esiste nulla dopo la morte. E’ un sogno, un maledetto sogno e non riuscirai a convincermi del contrario. Mi sveglierò e tutto sarà finito!”

“Dapprima la cosa sembrava non turbarti così tanto…”

“Prima ero sbigottita, anche divertita ma … ora non mi sta bene!”

“Credi che agli altri sia stato bene?”

“Non so come è stato per gli altri. Ma so che non vi è nulla dopo la morte se non un corpo che marcisce”

“Neghi l’evidenza?”

“Parli tu che hai sempre condiviso questa opinione!?”

“Prima d’oggi.” Risponde mesto.

“Oggi non esiste. Ci siamo lasciati abbagliare da qualcosa che non comprendiamo ma dobbiamo essere obiettivi.”

“E cosa dice la tua obiettività?”

“Non lo so. Ma le cose che non conosco le voglio scoprire. Forse… siamo rimasti feriti …ci hanno iniettato qualche farmaco e siamo nel delirio”

“Lo stesso delirio nello stesso momento?”

“Chi mi dice che tu non sia un sogno dentro il mio sogno? Questo sogno è mio e solo mio. Tu forse ne stai facendo un altro che non ha nulla a che fare con tutto questo.”

“Ma io sto facendo lo stesso tuo sogno”

“NO! Nel mio sogno fai il mio sogno. Il tuo non lo conosco. Tu dici cose e fai cose che io voglio tu faccia ma sei lontano da qua!”

“Allora ordinami di sparire se è un tuo sogno e io sparirò”

“Non funziona così. E’ un incubo. Devo attendere il risveglio perché finisca”

“Accetta di essere quello che sei e supera l’ultimo scalino.” Insiste lui.

“Non cercare di far tacere la mia razionalità. Non ti riconosco più. Da quando sei diventato così credente?”

“Da quando ho visto!”

“Da quando nel mio sogno tu hai visto cosa volevo che vedessi”. Gli volta le spalle e cerca di allontanarsi ma qualcosa o qualcuno la tiene incollata al posto.

“Non trattenermi!” gli ordina senza voltarsi.

“Non lo sto facendo. Ma se vai oltre non potrò più essere con te”

Una forza invisibile costringe lei a voltarsi e ad ascoltarlo.

“Ti sono stato accanto per tutta la vita. Non ti abbandono nel momento più difficile. Se proprio non riesco a convincerti verrò io con te. Non ti lascio sola”

Scorge negli occhi di lui un amore diverso da quello che ha sempre conosciuto.

Gli scivola vicino e l’abbraccia. “Ho paura!” dice.

“Anch’io” risponde e la tranquillizza accarezzandole i capelli.

 

Il tempo scorre con un ritmo accelerato davanti ai loro occhi, ma rimane fermo dentro di loro, mentre osservano camici verdi uscire da una porta per sparire dietro un’altra, fra gente che si lamenta e altra che sta immobile.

Dove sono i nostri corpi? Si domanda Leo. Siamo qui vorrebbe rispondere Anna, ma sono già oltre la porta chiusa.

C’è movimento, agitazione, qualcuno corre. Lei non ascolta le parole, non le vuole sentire.

Qualcuno sta stendendo un lenzuolo verde su una barella, lasciando percepire la sagoma di una persona. Qualcun altro sta ripetendo lo stesso gesto più in là, ma con più lentezza, dando il tempo ad Anna di scorgere se stessa distesa supina. Tiene il braccio abbandonato fuori dalla lettiga; una mano inguantata glielo adagia lungo il fianco poi le sfila il bracciale che conosce bene. Una donna le sta infilando qualcosa in gola; deve essere terribilmente fastidioso, pensa. La maglietta di Custo è stata tagliata sul davanti. Peccato, ci teneva tanto.

Anna non vuole vedere quella donna che le assomiglia nella forma. Sposta lo sguardo sulla figura verde che ripone il bracciale di pietre dure in un sacchetto, insieme ad un orologio ed ad una collana, prima di appiccicarci un’etichetta sulla quale scrive qualcosa.

Si volta ad un cigolio alle sue spalle; la barella con la donna che le assomiglia scivola oltre una porta a molla, spinta da un uomo robusto, vestito di bianco, che va veloce.

Angosiata cerca il marito. Lo vede fermo vicino ad un lettino. Povero Leo, per certe cose è debole. Stringe ancora fra le mani il sacchetto con i dolcetti. Pare un bambino indifeso. Se solo non desse voce ai suoi pensieri!

“Non abbiamo sofferto. Era quello che volevamo. Siamo stati fortunati, avessimo dovuto scegliere…” dice lui.

“Smettila adesso o mi arrabbio!” lo riprende seccata.

Forse sta sbagliando con la sua remissività, forse se si lotta si può tornare indietro, riprendersi la propria vita. Pensa Leo, ma istintivamente segue il suo corpo che viene portato via.

Anna lo ferma non appena imbocca il corridoio dietro la porta a molla.

“NO! Rimani qui! Finché rimani qui va tutto bene!”

“Come lo sai?”

“Non può essere altrimenti!” e si allontana dalla parte opposta, verso l’uscita del pronto soccorso, facendosi largo fra gente che non la vede e a cui non ostruisce il passaggio. Sa che la seguirà perchè

lui odia gli ospedali; lo spaventano e lo confondono.

Nessun malessere, né dolore; forse è un bene o forse un male. Non vi è più nulla di certo.

Meno male che c’è lui. Meno male che c’è lei.

Leo vorrebbe allontanarsi da lì ma non ha né forza né voglia di farlo.

Si rivede bambino, con i calzoncini chiari che arrivano appena sopra il ginocchio e la camicia dal collo a punta un poco sgualcita e macchiata d’erba. Dentro i sandali di cuoio, corre tenendo il filo di un aquilone dai colori accesi.

Ha impiegato parecchio tempo per costruirlo ma ora è pronto. Lo guarda librarsi appena nell’aria, ricadere e sollevarsi nuovamente. Più volte.

Nonostante la carta colorata si sia scollata un poco sulla punta e una parte del pennacchio giallo sia rimasto impigliato in un arbusto, può ancora volare.

Riavvolge il filo nel mulinello, poi corre in discesa lungo il pendio, sicuro che così sarà più facile consegnarlo al vento.

Il rombo rosso e giallo ora vola come dovrebbe. La parte del pennacchio rimasta sembra la coda di un girino.

Orgoglioso della sua opera riavvolge piano il filo e risale ancora il pendio, per ripetere tutto da principio.

Lui scende e l’aquilone sale, ancora e ancora.

Mentre lo osserva volteggiare contro la luce del sole, ha la sensazione di avergli dato la vita ed è sopraffatto dalla convinzione di dovergli la libertà. Istintivamente molla il filo concedendogliela.

Una voce alle sua spalle gli urla “Trattienilo!”

Conosce quella voce. E’ quella della bambina bionda dalle gambe magre, quella che gioca sempre con lui.

Un attimo di indecisione. Il filo ondeggia nell’aria ora che non è più teso.

Rapido lo insegue e lo afferra, prima che sia troppo tardi.

 

Poi torna al presente, se quello è il presente. E’ tutto piacevolmente facile adesso. Lasciarsi andare, nell’altrodove che non ha mai conosciuto e che sembra dolce come il miele.

Il pugno è serrato sul sacchetto di dolciumi; non è il filo dell’aquilone.

Si volta e la vede.

Quella bambina è ancora con lui. Non ha più i capelli con i boccoli ma ha ancora le gambe magre. La sua voce di adesso è meno squillante ma perentoria in ugual misura, quando richiede.

“Lasciamoci andare Anna, è tutto così bello!” le chiede con gli occhi.

“Vieni via di lì!” le ordina lei.

Comprende che non può convincerla ” Fai quello che ti pare!” sospira e voltandole le spalle si allontana.

Lei vorrebbe andarsene ma non può. Istintivamente lo rincorre, lo afferra per un braccio e lo tira con forza verso di sé.

Lui fa resistenza mentre lei continua a tirare.

Una identica forza li contrasta tanto che rimangono fermi.Si fronteggiano. I loro sguardi rivelano caparbietà e determinazione. Per una volta contrastanti.

Peccato proprio ora, pensa Anna prima di comandarlo: “Resta qua!”

Lui sembra cedere. Approfittando di quell’istante di debolezza lei lo strattona con forza urlando: “ORA O MAI PIU’!”

Qualcosa sembra rompersi dentro la testa di lui.

Pausa. Silenzio. Il nulla.

 

“C’è l’ho, ce l’ho!” urlò il medico.

L’altro, che si stava togliendo la mascherina si voltò di scatto. Qualcun altro prontamente iniettò il contenuto di una siringa nel tubo della flebo.

“Era andato, ne sono certo!” commentarono più tardi.

“Qualcosa mi ha spinto a temporeggiare prima di togliergli il respiratore. Stavo per farlo quando ha aperto gli occhi all’improvviso…e il cuore ha ripreso a battere. ”

“ Sono certo che se n’era andato. Tutto piatto, non c’era polso, non c’era battito, né pressione. Poi d’improvviso, ancora prima che il cuore tornasse a battere… Mai visto niente di simile!”

“Non fosse perché non credo nei miracoli, giurerei che qualcuno ci ha ripensato e l’ha mandato indietro quand’era già bello e impacchettato”

“O qualcuno l’ha trattenuto!” fece eco alle loro spalle una donna piccola che, nel camice verde, pareva un folletto dei boschi.

“La moglie sulla quale sono intervenuta io, è stata in coma vigile per tutto il tempo che è stata di sotto. Alle 17:12 ha cominciato a dare segni di irrequietezza poi, finalmente, le abbiamo sentito la voce. Ha detto… urlato… “Ora o mai più!” .

Fece una pausa prima di continuare: “Ho controllato le cartelle. Il tuo paziente ha aperto gli occhi nello stesso momento”

“Coincidenze fortuite.”

“Certamente! - rispose lei - siamo medici no!” Poi, mentre si allontanava, con tono di rimprovero disse: “A proposito… Le camere di pronto intervento dovrebbero essere asettiche. Sacchetti di dolciumi appiccicosi, fra i bisturi non danno una buona impressione!”

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