Eventi e Cultura

L'INCIPIT DEI VOSTRI RACCONTI

L'INCIPIT DEI VOSTRI RACCONTI
Eventi e Cultura 04 Gennaio 2013 ore 16:40

Tirate fuori il vostro racconto dal cassetto! E diventate protagonisti della nuova rubrica "L'incipit dei vostri racconti", che Eco di Biella pubblicherà ogni sabato sull'edizione cartacea nel suo inizio (incipit). Per leggere il resto del racconto, occorrerà collegarsi al sito nel pomeriggio di sabato. Tutti possono partecipare all'inziativa gratuita, in collaborazione con la casa editrice biellese Lineadaria. Inviate i vostri racconti all'indirizzo lineadariaeditore@gmail.com, la selezione verrà effettuata da Federica Ugliengo. Buona lettura e buon esordio a tutti nella pagina, già cult per gli appassionati, L'Eco delle Parole.

IL VECCHIO SANDALO

di DIEGO FERRARA

 

segue dall'edizione di Eco di Biella in edicola oggi, sabato 5 gennaio

 

Eppure era vivo. Era vivo allora e lo è ancora oggi. Ha qualche sparuto mazzo di aghi. Non produce che un paio di pigne rinsecchite all‘anno, e di certo nessuna di quelle pigne avrà mai la ventura di generare un altro albero: il vecchio sandalo è un caso unico, e come tutti casi unici egli basta a se stesso.

Il nonno mi portò vicino al tronco, che sorgeva dalle rocce incuneato nella spaccatura d’uno scoglio. Visto da vicino, ricordo, era nero e ruvido, bagnato di spruzzi salmastri, e la brezza fischiava attraverso gli aghi. Già allora, che avevo solo quattro anni ed era la prima volta che lo vedevo, mi chiesi come fosse possibile che quella pianta vivesse. Quanto era un miracolo, mi chiedevo, che quell’albero vivesse in così evidente sofferenza, e quanto una dannazione? Cosa di ciò avrebbe pensato quell’albero stesso, se gli fosse stato dato di pensare?

Il nonno mi fece avvicinare e mi mostrò un punto del tronco ove la corteccia era slabbrata, e il legno risaltava d’un colore un pochino più chiaro. Era una ferita vecchia. Mi parve che un aguzzino vi avesse infierito per divertimento, asportando un paio di sezioni di corteccia, e guardai il nonno in attesa di spiegazioni.

-E’ stato sant’Anselmo- disse lui. -Con quel pezzo di corteccia fece due sandali che diede a un pellegrino. È per questo che la gente chiama questo posto la Cala del Santo. È per questo che l’albero si chiama vecchio sandalo.

Sono certo che il nonno s’inventò lui quella storia, perché non ho mai sentito nessun altro chiamare quell’albero vecchio sandalo, a parte lui e me. A quattro anni però mi piacque molto ascoltare quella storia, e la generosità di sant’Anselmo mi riempì il cuore di calore e buone intenzioni. Anni più tardi, invece, ripensare a quella storia mi avrebbe lasciato un gran dubbio: di quale generosità mi aveva voluto parlare il nonno? Di quella del santo, o piuttosto di quella dell’albero, che pur nella sua infinita modestia si era privato della scorza per aiutare un bisognoso.

Tornai a casa quella sera e a letto pensavo ancora all’albero sulla scogliera, a sant’Anselmo e al pellegrino che aveva ricevuto in dono i sandali. Da quel giorno il vecchio sandalo non avrebbe mai lasciato del tutto il mio cuore. Per quanto mi allontanassi da esso, per quanto tempo trascorressi lontano da quella scogliera solitaria.

Lo vedevo e lo sognavo, lui che tra quegli aspri elementi continuava la sua vita.

 

Molti anni della gioventù trascorsero senza che tornassi alla Cala del Santo. Ci tornai a qualche giorno dalla morte di mio nonno, quando di anni ne avevo diciotto. Ero appena rientrato da una vacanza nelle isole greche e la notizia mi aveva abbattuto.

Passeggiai a lungo in spiaggia, come tante volte avevo fatto insieme al nonno, e mi persi così a fondo nei ricordi -come il frangersi delle onde mi ricordava la sua voce tranquilla, e come il colore del mare era simile a quello dei suoi occhi- che non feci caso alla direzione. Fu così che arrivai nei pressi della Cala del Santo, alla scogliera solitaria. Alzai gli occhi e il vecchio sandalo era lì.

Quel giorno, per una coincidenza, non c’era nemmeno una vela in mare. Le nuvole e le onde si spartivano il mondo fino alla sua fine, e lì, come un guardiano sul ciglio del nulla, sorgeva quell’albero storto e spelacchiato, con la stessa ottusa ostinazione di allora.

Risalii la scogliera. Tra i massi c’erano gli avanzi d’un festino, cocci di bottiglia e mozziconi di sigaretta gettati tra il nero d’un fuoco. Segni che non ricordavo allora, ma quanti anni erano passati senza che mettessi piede su quelle rocce? Quanta gente era nata, cresciuta e morta in quegli ultimi quindici anni? Mi asciugai le lacrime e sfregai la mano sul suo tronco ruvido, come si batte sulla spalla d’un amico. Vidi che qualcuno aveva inciso delle iniziali dove la corteccia era spelata, e riprodotto un cuore tutto spigoli trafitto da una freccia. Anche quello aveva dovuto sopportare, non gli fossero bastate le piaghe degli elementi.

Ebbi l’impulso di sradicarlo e portarlo via, quel vecchio guerriero solitario, piantarlo in un giardino fertile e concedergli pace, ed ero ancora troppo giovane per capire che a negargli un’esistenza così duramente conquistata, lo avrei ucciso. Se anche il vecchio sandalo fosse cresciuto in un posto riparato, accudito da una mano amica, niente sarebbe rimasto della sua anima orgogliosa. No, non credo che mio nonno avrebbe approvato. Ci sono frangenti che non possono essere mutati, e creature selvagge che non meritano la cattura. Togliere il vecchio sandalo da dove si trovava avrebbe significato straziare la sua anima, una sorte ben peggiore della morte.

Arrivò la sera. Le ombre nel cielo si fecero d’oro e di viola, e si levò un vento teso che mi spostava i capelli dalla fronte e mi faceva socchiudere gli occhi. Fischiava tra i rami del vecchio sandalo, e albero e vento parvero allora impegnarsi in un discorso appassionato.

Le onde s’abbattevano sugli scogli.

Rimasi testardamente seduto in mezzo agli spruzzi e all’aria che con l’infittirsi delle ombre s’era andata raffreddando. Poi mi alzai, fradicio e intirizzito, e me ne tornai a casa.

In seguito sono andato poche volte a visitare il cimitero in cui mio nonno è stato sepolto. È un luogo grigio e quando mi ci trovo ho difficoltà a ricordarlo, lui che invece era sereno e gioviale. Il mio ultimo saluto glielo diedi seduto su quella scogliera, di fianco al vecchio sandalo, e credo che quel commiato lo avrebbe compreso e apprezzato moltissimo.

 

Tornavo alla Cala del Santo talvolta, e di certo non lo facevo solo in memoria di mio nonno. Dalla casa dei miei genitori era una passeggiata di un paio di chilometri, ossia quanto bastava per lasciarsi alle spalle le ombre della vita quotidiana. Non molte, di certo non tutte, ma qualcuna. Ci tornavo perché mi piaceva passeggiare lungo la spiaggia, e perché la Cala del Santo era quasi sempre deserta. A volte avevo la sensazione che si trovasse nascosta in qualche piega della realtà che agli altri era invisibile, mentre a me solo schiudeva le sue porte. Non era sempre così, perché a volte c’erano coppie a passeggio, o pescatori che tenevano le lenze a mollo, seduti sugli scogli. Un giorno arrivò alla Cala addirittura un turista, e rimase stupefatto da quel luogo tanto che mi diede da pensare di esserci arrivato per sbaglio, come se avesse smarrito la via per la sua solita spiaggia. In ogni caso si accampò lì, con tutto il suo armamentario di asciugamani, sedia-sdraio e radiolina. Lo scacciò la brezza gelida che si levava sempre al tramonto, e non lo vidi mai più.

Il più delle volte, però, la Cala del Santo era deserta e silenziosa, proprio come quando ci arrivai quel giorno insieme a mio nonno, ed è inutile aggiungere che la preferissi di gran lunga quand’era così. Per me era un luogo di meditazione. Quando sedevo vicino al vecchio sandalo prendevano a corrermi in mente pensieri rapidi come le nuvole in cielo. Talvolta ragionavo sul trascorrere della vita.

Le mie visite erano sporadiche, a causa di un lavoro che mi teneva lontano da casa per diverse settimane l’anno, eppure ogni volta che mi trovavo in zona sentivo la necessità di una passeggiata fino alla Cala del Santo.

 

A quasi due lustri dalla morte di mio nonno mi sono fidanzato e poi sposato. Ho voluto portare mia moglie alla Cala, credendo fosse un assioma normale condividere ciò che si ama con chi si ama. Non è sempre così. Molte volte ci siamo arrampicati sugli scogli per guardare il mare, portandoci dietro panini e bibite. Per qualche ragione che ancora non comprendo, a lei non ho mai raccontato la storia del vecchio sandalo. Non le raccontai quella storia, credo, perché prima ancora di potergliene parlare avevo già percepito la distanza incolmabile che li separava. Una distanza segnata da brevi occhiate e battute salaci, come quando mi chiese perché non potessimo portarci dietro una sega per eliminare quel rottame dalla scogliera.

Io lo consideravo il protagonista su quel palcoscenico fatto di acqua, roccia e aria. Per lei non era che un alberello storto e striminzito, moribondo e fors’anche un po’ inquietante, una sorta di albero degli impiccati in miniatura.

Col tempo le nostre visite si sono diradate e infine abbiamo smesso del tutto di andarci, preferendo alla compagnia uggiosa del vecchio sandalo quella di una spiaggia di sabbia finissima, dove mia moglie può sdraiarsi a suo completo agio.

Io comunque non ho mai smesso di andarci, se pure come ho detto le mie visite si sono sfoltite. Alla Cala del Santo le cose cambiano con una lentezza innaturale e talvolta, per anni interi, non cambiano affatto. Di certo lui non è mai cambiato.

 

A trentacinque anni tornai su quella scogliera in un giorno annuvolato, poco prima che iniziasse a piovere. L’aria era piena di luce e di attesa, e le nubi ingrossate di pioggia si squarciavano verso l’orizzonte a mostrare un brillare d’azzurro. Il vecchio sandalo ondeggiava alla brezza, sospeso tra roccia e acqua, e quello era uno dei giorni -quella luce dorata che spioveva tra il grigio del cielo sul nero del mare- in cui mi rammaricavo di non saper dipingere. Erano quelli i giorni in cui il vecchio sandalo non solo mi pareva vivo, ma creatura senziente e consapevole. Resisteva, lui, resisteva aggrappato a ciò che aveva, lì a difendere il confine della terra, solitario come un faro. Vederlo sempre lì, dopo tutti quegli anni, mi pareva insieme miracolo e portento. Di chi stava a guardia quell’impassibile creatura? Di cosa?

Un giorno morirai, gli dicevo in silenzio, un giorno accadrà, e chi ricorderà i tuoi anni di lotta? Un giorno accadrà. Perché allora ti affanni? Perché resisti su quella scogliera?

L’albero sarebbe morto, il mare non sarebbe morto mai. Eppure continuava la sua testarda battaglia d’ogni giorno, contro le onde quando le onde s’alzavano, contro il vento quando il vento soffiava. L’osservavo, e mi domandavo se mai avrei avuto quella forza.

 

Sono passati gli anni, scivolati nel buio lesti come un volo di rondini. Ho cominciato a provare un profondo sgomento nel dormiveglia, come di qualcosa di lento e pesante che s’approssima. È allora che mi sale alla mente il pensiero dei giorni perduti.

Sono ormai un vecchio. So che i giorni trascorsi svaniscono per sempre. Non vi è modo di tornare indietro. Come ciascuno, mi consolo nell’illusione che quei giorni siano stati buoni giorni.

Ora mi reco sulla spiaggia tutte le mattine, appena dopo l’alba. Ci vado a quell’ora perché la luce è buona, sembra intrisa di una dolce speranza che mi apre il cuore, mentre i tramonti mi lasciano cupo e turbato.

Il vecchio sandalo, dopo più di mezzo secolo, e ancora lì. È sempre uguale. Il suo tronco non s’è ingrandito d’una spanna. Anni fa un terribile fortunale si è abbattuto sulla costa, spezzandogli uno dei rami più grossi. Nessuno si è curato di ripulirlo e quel ramo è ancora lì, attaccato al resto dell’albero da un fascio nudo di fibre di legno. L’albero però è sopravvissuto. Ha pagato dazio al tempo, ed ha valicato un altro confine. Cosa ancora lo attende? Osservo la sua sagoma nera stagliata nel lucore delle acque, e mentre il sole sorge mi pongo quella domanda.

Quanto resisterà?

Ho sempre avuto dubbi simili, ma la sua tenacia, la determinazione con cui è rimasto aggrappato a quelle rocce, hanno smentito le mie perplessità. Ha vissuto la sua vita nel posto che gli era stato dato. Credo sia questo, infine, ad averlo reso vincitore. Ora sono vecchio, e credo che lui abbia meritato ciascuno dei giorni che ha trascorso su questa terra. Quante albe, quanti tramonti ha veduto da quel promontorio? Quanti giorni di sole e quanti di tempesta? Quante di quelle onde lo hanno bagnato?

A causa di certi dolori alle giunture mi costa una gran fatica arrampicarmi sulla scogliera, ma lo faccio ugualmente. Raggiungo il vecchio sandalo, divenuto fedele compagno d’una vita intera.

Ho un bastone che porto sempre con me. Ho cominciato ad usarlo a seguito di una slogatura alla caviglia, e da allora non l’ho più abbandonato. Comprai il primo bastone in un negozio, ed era un buon bastone di rovere, con il puntale di ottone ed il pomolo a forma di testa d’aquila. Ora però ne ho un altro, ricavato da quel ramo del vecchio sandalo che si spezzò durante la tempesta. Gli ho fatto inserire un puntale di ottone e sagomare la testa. È un buon bastone, che mi aiuta e mi sostiene, perché nonostante gli anni e la fatica e gli acciacchi, ho ancora voglia di concedermi una passeggiata, e arrivare fino alla Cala del Santo.

Torno a quella scogliera come ci tornano le onde.

 

Ormai non ho più la forza di muovermi. L’ultima volta, tornando dalla scogliera, ho avvertito un mancamento e mio nipote è corso a sostenermi. Ciò non toglie che la mia intenzione di recarmi alla Cala rimanga sempre ben salda. Troppi ricordi mi attendono in quella spiaggetta nascosta.

Non riesco più ad arrampicarmi sulla scogliera, però. Per quello ormai ho perso le speranze. Le mie gambe mi hanno tradito ben prima del vecchio sandalo che invece ancora sta là, in attesa di raccontare la sua storia a chi abbia voglia di ascoltarla.

Guardo lui, guardo la distesa d’acqua infinita che oltre lui si apre. Mi sembra allora di comprendere qualcosa, e subito mi coglie una gran malinconia.

Non posso più raggiungerlo e allora lo guardo stando lì, dove l’onda sciacqua la battigia.

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