Eventi e Cultura

L'INCIPIT DEI VOSTRI RACCONTI

L'INCIPIT DEI VOSTRI RACCONTI
Eventi e Cultura 11 Gennaio 2013 ore 21:47

Tirate fuori il vostro racconto dal cassetto! E diventate protagonisti della nuova rubrica "L'incipit dei vostri racconti", che Eco di Biella pubblicherà ogni sabato sull'edizione cartacea nel suo inizio (incipit). Per leggere il resto del racconto, occorrerà collegarsi al sito nel pomeriggio di sabato. Tutti possono partecipare all'inziativa gratuita, in collaborazione con la casa editrice biellese Lineadaria. Inviate i vostri racconti all'indirizzo lineadariaeditore@gmail.com, la selezione verrà effettuata da Federica Ugliengo. Buona lettura e buon esordio a tutti nella pagina, già cult per gli appassionati, L'Eco delle Parole.

 

Un tappo nelle nuvole

di Cyntia Collu

segue da Eco di Biella in edicola questa mattina

 

Tommaso mise un braccio dietro la schiena e si grattò adagio una scapola. Sporse in fuori il ventre e si dondolò sui talloni, in attesa che l’altro rinunciasse a parlargli e se ne andasse.

Come ti chiami?” continuò l’uomo. Tommaso rifletté se era il caso di dirglielo. Con gli altri non gli era mai capitato di dover intrattenere una conversazione.

Tommaso”, disse alla fine.

Dai, Tommaso, vieni qui che ho una cosa per te.”

Tommaso pensò che se lo avesse accontentato se ne sarebbe andato via prima. Gli si avvicinò tenendo sempre il ventre ben teso per dimostrargli che non aveva paura di lui.

Da vicino l’uomo era meno antipatico. Gli occhi azzurri sorridevano cordiali, e la faccia piena di rughe era più interessante di una carta geografica.

Quanti anni hai?” gli chiese ancora.

Sei”.

Tieni, ometto.” Si mise una mano in tasca e ne tirò fuori un lecca-lecca gigante a forma di Gatto Silvestro. “Si può mangiare?”, chiese Tommaso spalancando gli occhi.. L’uomo scoppiò a ridere. “Si può mangiare tutto. Baffi compresi.”

Finì di fumare, spense la sigaretta sotto i piedi e gli strizzò l’occhio. “Ciao, piccoletto”, disse, “spero di vederti ancora”, e si avviò verso la macchina parcheggiata poco lontano. Era una vettura sportiva, in vernice metallizzata color argento. Tommaso la seguì con gli occhi finché non la vide sparire dietro a una curva. Ficcò in tasca Gatto Silvestro ed entrò in casa.

Passò velocemente davanti alla camera dei genitori. Dalla grande finestra si vedevano la macchia mediterranea estendersi a perdita d’occhio e, in lontananza, le montagne con le rocce a forma di scultura. A lui non piacevano le montagne, né le rocce dalla forma inquietante. La sua camera dava sulla spiaggia. A lui piaceva addormentarsi con il mare accanto. Anche sua madre voleva stare lì quando doveva incontrarsi con gli uomini. Una volta gli aveva detto che da quella finestra poteva vederlo e segnalargli il momento del rientro ma Tommaso era convinto che anche lei preferisse stare lì per il mare.

La porta del bagno era aperta. La madre si stava rivestendo e gli dava le spalle. Tommaso vide che aveva una calza smagliata, e per un attimo pensò di dirglielo. Poi si allontanò in silenzio ed entrò nella propria stanza.

Il letto era sfatto, le lenzuola giacevano in parte a terra, in parte ammucchiate accanto al cuscino. Lui si avvicinò, considerandole assorto per qualche minuto, poi allungò una mano.

Non toccare!”

La madre era sulla soglia e lo fissava con disgusto.

Invece di perdere tempo vieni in cucina a darmi una mano! O forse non hai fame?”

Tommaso alzò gli occhi, trasognato, e per un attimo sembrò considerare anche lei come parte dell’arredo. “Ho tantissima fame, mamma”, disse infine.

Allora muoviti”, ribatté la madre. Si voltò per uscire ma poi cambiò idea. “Il letto te lo sistemo dopo”, disse in fretta.

Alla parola letto il suo tono era cambiato, c’era stato un singulto, quasi un intoppo della lingua, poi la voce si era ammorbidita. Ma a Tommaso non era sfuggito l’inizio di balbuzie.

La donna si guardò nervosamente in giro poi, dopo un’ultima occhiata alle lenzuola, si allontanò in fretta. Tommaso le trotterellò dietro. Fissava la calza smagliata, indeciso ancora una volta se avvertire la madre. Lei ci teneva moltissimo ad essere in ordine, ma dopo l’accenno di balbuzie Tommaso temeva la sua reazione. Ogni volta che gli uomini lasciavano la casa diventava nervosa, poi, d’un tratto, iniziava a balbettare. Sembrava che la balbuzie le procurasse molta sofferenza, perché improvvisamente diventava cattiva, diceva cose terribili il cui senso in gran parte sfuggiva a Tommaso, ma che lo lasciavano sempre pieno di vergogna.

In cucina aprì il cassetto della credenza e osservò le posate, riflettendo su quante ne doveva prendere. Prima c’era stato quell’uomo, quindi era probabile che il padre non venisse a pranzo; ma la madre non aveva accennato niente al riguardo. Alla fine si risolse a tirare fuori tre forchette e tre coltelli. Li appoggiò sul tavolo, salì su una sedia, aprì lo sportello della credenza e ne estrasse tre piatti, e con quelli tra le mani scese, prestando attenzione a non cadere.

La madre gli gettò un’occhiata di sfuggita.

Oggi tuo padre non viene a pranzo”, disse. Gli tolse dalla mani un piatto e lo ripose nella credenza. Poi prese forchetta e coltello e velocemente li fece sparire in fondo al cassetto.

Tommaso non replicò. Sperava solo che lei non iniziasse a balbettare.

La madre si fissò la gonna sgualcita e con un gesto nervoso ci passò sopra le mani. Poi si rassettò la maglietta. Mentre si dava un colpetto veloce sui seni arrossì.

Oggi ti preparo le patatine fritte”, disse senza guardare il figlio, “sei contento?”
Lo sguardo finalmente si fermò su di lui, come a chiederne l’approvazione.

 

Tommaso guardò il cielo. Il sole stava per nascondersi dietro le montagne e presto sarebbe diventato buio. Diede l’ultimo colpo di paletta al castello e si sollevò, esaminando con circospezione la torre. Sembrava solida, avrebbe retto bene durante la notte.

Tese un piede e ne saggiò la resistenza. Sì, poteva andare. Con un sospiro piantò il manico della paletta davanti all’entrata del suo maniero. Sarebbe stata un ottimo baluardo contro gli attacchi del nemico.

Era proprio un bel castello, le finestre della prigione erano costruite con rametti di ginepro, e dieci ossi di seppia correvano lungo la base delle mura, rafforzandole. Tommaso gonfiò il petto. Avrebbe mostrato il suo lavoro al padre, che sarebbe stato orgoglioso di lui.

Prese il secchiello e si avviò verso casa. In quel mentre si accorse che la madre era affacciata alla finestra e lo stava fissando. Si fermò e si grattò pensieroso una natica, poi fece oscillare il secchiello avanti e indietro. Forse, se glielo avesse chiesto, lei sarebbe uscita ad ammirare la sua opera. La madre distolse lo sguardo e Tommaso si decise a percorrere i pochi metri che lo separavano da casa.

Notò subito che non indossava più le calze smagliate. Si era cambiata anche la gonna e si era raccolta i capelli sulla nuca. Il padre la preferiva così, ma spesso la madre si presentava a tavola senza essersi neanche pettinata. Però, dopo aver incontrato gli uomini, lo accontentava. Si pettinava con cura e si metteva persino un rossetto pallido sulle labbra. Questo consolava Tommaso per aver dovuto lasciare la sua camera a degli estranei.

Papà ha telefonato che arriverà per cena”, disse d’un tratto la madre continuando a guardare fuori della finestra.

Una pausa.

Ricordati che non devi dirgli niente del signore che è venuto oggi.”

Sì”, disse Tommaso.

E’ un segreto tra noi due, ricorda.”

Sì”, ripeté Tommaso.

Glielo diceva sempre, tutte le volte che gli uomini venivano. Sempre la stessa frase.

Lei sembrò non credergli, perché subito proseguì. “Il lavoro che sto facendo durerà ancora un po’, poi magari riesco a lasciarlo. Ancora un po’, e la finisco. ”

Tommaso questa volta non disse niente.

La madre si girò finalmente a guardarlo. Sembrava spaventata da qualcosa.

Non dirò niente”, rispose in fretta Tommaso.

Incrociò le dita, le portò alle labbra e con aria solenne le baciò.

 

Quella notte lo svegliò il pianto della madre. Piangeva a tratti, lamentandosi come un animale ferito. Il padre le parlava con rabbia, a voce bassa, ma nel silenzio ogni parola ingigantiva e arrivava nitida alle orecchie di Tommaso.

Non mi vuoi più toccare”, diceva la madre, “ti faccio schifo.”

Smettila. Lo sai che non è per quello.”

E allora, perché non proviamo?”

E’ tardi. Voglio dormire.”

Una volta non mi avresti detto ch’era tardi. Ti faccio schifo.”

Smettila, sono stanco. Voglio dormire.”

Sono diventata orribile.”

Basta. Tu sei fissata.”

Davvero? Sono sei mesi che non facciamo niente.”

E’ un periodo così. Può succedere.”

Solo a te succede.”

Che vuoi dire?”

Niente.”

Che vuoi dire? Parla!”

Le mie amiche. Ai loro mariti non succede mai.”

Hai parlato di questo alle tue amiche?”

No. Ma loro raccontano.”

Se scopro che hai fatto una cosa simile io ti rovino. Mi capisci? Ti rovino!”

La madre riprese a piangere. Un mugolio sordo interrotto da brevi singhiozzi. Tommaso si tappò le orecchie. “Smettila“, pensò.

Allora è perché ho abortito. Dillo che è per quello.”

Basta.”

Non ce l’avrei fatta con un altro figlio.”

Non ti ho mai accusata di niente.”

Tu lo volevi.”

Sì. Lo volevo.”

Dopo l’aborto non mi hai più cercata.”

Basta. Sono stanco.”

Sei un vigliacco. Dillo una buona volta che è per quello che non mi cerchi più.”

Il padre non rispose. Tommaso sentì le molle del materasso che cigolavano, lo scatto dell’interruttore, poi l’odore della sigaretta accesa arrivò fino a lui. Immaginò il padre formare un enorme anello di fumo. Prese la pistola al suo fianco e mirò.

Va bene, parla. Almeno dopo potrò dormire.”

Non potevo farcela con un altro figlio.”

Invece con questo ce la fai.”

Sei cattivo.”

Volevi abortire anche di lui.”

Sei cattivo.”

Volevi liberarti. Per fortuna Tommaso è qui.”

Di nuovo una pausa. Poi il padre disse, “Non ti ho mai visto dargli una carezza.”

La madre non rispose. Ci fu un lungo silenzio, poi il padre riprese.

Non è solo per l’aborto.”

Per la seconda volta le molle cigolarono. Tommaso riconobbe il respiro affannato della madre che si alzava. Udì dei suoni attutiti, come pugni dati sul materasso, poi qualcosa sbatté provocando un violento rumore. Un grido. Ancora rumori soffocati. Tommaso immaginò i genitori lottare silenziosamente mentre cercavano di colpirsi a vicenda. D’un tratto il padre lanciò una bestemmia. Ci fu una pausa, poi la madre urlò.

Di nuovo silenzio.

Tommaso scese con circospezione dal letto e uscì in corridoio. La camera matrimoniale era proprio davanti alla sua. Rimase immobile a guardare il vano della porta, con le orecchie tese. Dapprima udì solo il battito del suo cuore, poi riconobbe il ticchettio del grande orologio appeso al muro. Fruscii di animali nella macchia. Latrati di cani in lontananza. Nient’altro.

Si allontanò proseguendo sino in cucina. Nel locale c’era pochissima luce, ma lui andò con sicurezza verso una sedia appoggiata contro il muro; sopra, sistemata con cura, c’era la divisa del padre.

Vide subito la pistola; penzolava dallo schienale, all’altezza della giacca. Tommaso si grattò con forza un braccio, poi di scatto allungò la mano.

Sentì le strisce di cuoio sfuggirgli, viscide, e lo spazio tra le sue dita si ridusse, rivelandogli che la custodia era vuota. Si deterse in fretta la mano sudata sui pantaloni. Poi rifletté. Non aveva udito nessuno sparo provenire dalla stanza dei genitori, solo il grido della madre.

Ritornò davanti alla camera matrimoniale e si mise in ascolto. Il silenzio si fondeva monotono con i rumori della casa, ma nessuno di questi gli rivelava la presenza dei genitori. Riprese a sudare, un velo denso e umido gli appiccicò la carne alle mutande, procurandogli fitte di bruciore.

Com’era la preghiera che gli aveva insegnato la nonna? Era stato un po’ di tempo prima, quando la madre era andata in ospedale e il padre non aveva potuto tenerlo con sé. Corrugò la fronte, nello sforzo di ricordare.

Angelo di Dio, che sei il mio custode… governa e proteggi me…

Udì il cigolio del materasso e la madre che riprendeva a piangere, e di colpo il bruciore tra le cosce diventò insopportabile. Si toccò i pantaloni e si accorse di averli fradici di un liquido ancora caldo.

Ai suoi piedi c’era una larga pozza di pipì. Un rivolo si era già incuneato nella fessura di una piastrella e puntava, lento, verso la camera matrimoniale.

 

 

L’indiano dall’aria feroce precipitò dal letto. “Morte ai visi pallidi”, gridò. Impugnava un tomahawk affilato che lanciò sulla testa di un soldatino in giacca blu. Il viso pallido emise un gemito agghiacciante. “Maledetto pellerossa, non avrai il mio scalpo”, sibilò prima di morire.

Tommaso”.

La figura della madre si stagliava imponente contro il vano della porta. Teneva le braccia conserte, e con le dita tormentava le maniche della camicia.

Più tardi viene un signore per darmi un lavoro.”

Aagh, muoio!” strillò il viso pallido di colpo resuscitato.

Tommaso, hai capito quello che ti ho detto?”

Il viso pallido si trascinò sul pavimento, prima di finire stecchito col fucile puntato al cielo.

Tommaso… ”

Fuori fa caldo”, disse Tommaso.

Si tratta di un lavoro veloce. Una mezz’oretta e ho finito.”

Anche ieri sono uscito.”

Oggi mi sbrigo.”

No”, disse Tommaso.

La madre impallidì. “Che ti prende, è una cosa importante.”

Tommaso non le rispose. Afferrò l’indiano per il copricapo e lo fece saltellare intorno al cadavere del viso pallido. “Augh! Ora Bufalo zoppo avrà finalmente il tuo scalpo.”

Da bravo, Tommaso. Si tratta solo di una m-mezzora.”

Tommaso non disse niente. Teneva l’indiano premuto con forza sul soldatino morto, e aspettava.

Tommaso, guardami in faccia quando ti p-parlo!”

Gli si parò davanti e Tommaso abbassò il capo, aspettandosi la sberla.

Smettila”, disse lei “non ti tocco. P-prometto che non ti tocco più.”

Per tutta risposta Tommaso si rannicchiò, proteggendosi la testa con le mani. La madre mandò un grido di rabbia, poi lo colpì. La prima sberla gli urtò di striscio il braccio, la seconda gli prese in pieno la mano con cui si proteggeva la nuca. L’urto lo gettò a terra. La madre gli fu addosso.

Lo sovrastava, enorme, le spalle ampie, i seni pesanti si sollevavano e abbassavano veloci sopra di lui.

Non sopporto che mi sfidi!”, gli disse con un singhiozzo.

Tommaso avrebbe dovuto dirle “scusami mamma”, era l’unica cosa che aveva sempre funzionato, ma quella volta le parole non uscirono. La madre alzò di nuovo il braccio e lui si morse le labbra per non gridare.

Invece di colpirlo cominciò a strattonarlo. “Mi hai rovinato la vita”, gridò, “da quando sei nato non faccio che litigare con tuo padre. E’ per colpa tua se sono ridotta così!”

Lui non aprì bocca. Se si fosse messo a gridare, o peggio, a piangere, la madre avrebbe perso del tutto il controllo. Quando le succedeva lo picchiava in maniera metodica, sbuffava e tirava colpi, uno sbuffo e un colpo, un altro sbuffo e un altro colpo, a volte si allontanava, faceva un giro su se stessa, poi tornava e lo colpiva, si allontanava ancora, sembrava riflettere, poi gli era di nuovo addosso. Tommaso non aveva paura dei colpi, non erano mai così forti da lasciargli brutti segni. Era lo sguardo della madre che lo terrorizzava. In quei momenti sembrava indifferente.

Il telefono squillò. La madre s’irrigidì, poi uscì correndo dalla stanza.

Lui rimase immobile per qualche istante, poi si mosse alla ricerca del viso pallido. L’aveva perso durante la caduta; il pellerossa invece lo teneva sempre stretto in pugno. Vide il soldatino poco lontano, il fucile sempre puntato contro il cielo, e lo afferrò. Poi, usandolo a mo’ di sasso, cominciò a picchiare furiosamente l’indiano. “Ti massacro”, disse, “vi massacro tutti.”

Continuò a picchiare finché il fucile di plastica non si ruppe; allora prese l’indiano e lo batté contro il soldatino. Colpiva, allontanava il pellerossa, sbuffava, e di nuovo tornava a colpire. “Cattivo”, disse al viso pallido, “volevi liberarti.”

Si accorse solo allora che la madre era rientrata e lo stava fissando. “Era tuo padre al telefono”, gli sussurrò. Si tormentò una manica, poi si mise a piangere silenziosamente. “Perdonami”, disse.

Tommaso attese. Quella era una novità che non sapeva come valutare.

Tu non hai colpa di niente”, continuò la madre. Si sfregò le mani e le ficcò nelle tasche della gonna.

Una volta tuo padre mi portava fuori ogni sera. Andavamo al cinema, a ballare. Poi, con te, non è stato più possibile.”

Agitò una mano nella tasca. “Qui viviamo così isolati”, mormorò.

D’un tratto alzò la testa e disse con forza, “Scusami, sono una disgraziata.” Poi lo guardò con occhi strani. “Se vuoi, oggi posso rimandare il lavoro. Posso rimandarlo per sempre.”

No, non m’importa. Quando tu vuoi, io esco”, rispose in fretta Tommaso.

La madre sbatté appena le palpebre, sembrò considerare con attenzione ogni parola, poi assentì adagio. “Mi sbrigherò presto”, disse debolmente, “e dopo ti preparerò qualcosa di buono. Li vuoi i calamari fritti?”

Tommaso rispose di sì con un cenno del capo.

Li vuoi. Piacciono tanto anche a tuo padre. Chissà, forse oggi riuscirà a tornare per pranzo.”

Tommaso alzò gli occhi, stupito. Lei sostenne il suo sguardo. “Mi ha appena telefonato che un collega potrebbe dargli il cambio, non lo sa ancora. Forse ci farà una sorpresa.”

E l’uomo?” pensò Tommaso, ma non disse nulla.

Improvvisamente la madre sembrò stanchissima. Si avvicinò alla finestra e guardò il mare. “Com’è calmo, oggi”, disse piano.

Tommaso seguiva ogni suo gesto in silenzio. Quando lei si voltò stettero a lungo a guardarsi senza parlare. Poi la madre tornò a fissare il mare.

Com’è calmo”, ripeté.

 

 

 

La macchina grigio argento arrivò rombando, e Tommaso corse a nascondersi dietro a una duna di sabbia. L’uomo fermò di colpo, poi manovrò per portare l’auto al riparo di un ginepro. Scese e si guardò in giro, infine si avviò velocemente verso la casa.

Tommaso aspettò finché non vide chiudere le imposte della sua stanza, poi si decise a uscire allo scoperto. Il sole era alto e lui aveva molta fame. Quanto era lunga mezz’ora?

Socchiuse gli occhi e cercò le nuvole. Quella mattina ce n’erano parecchie, se era fortunato avrebbe individuato quella giusta. Ne osservò una per qualche minuto, era bianca e rotonda come un batuffolo d’ovatta e forse si sarebbe aperta al centro. Dopo un po’ la nuvola si allungò a un’estremità, assumendo la forma insignificante delle altre.

Tommaso sbuffò e si mise una mano in tasca. Gatto Silvestro era diventato ormai una poltiglia appiccicosa, i colori si erano mischiati, cancellandogli i lineamenti. Prese il lecca-lecca dalla parte della cannuccia e andò verso il castello di sabbia; lì, con un colpo deciso, impalò Gatto Silvestro sulla torre. Per un po’ rimase a osservarlo squagliarsi al sole, poi lo colpì. La sostanza molliccia gli rimase incollata alle dita. Con un gesto di disgusto cercò di liberarsene ficcando la mano nella torre. La costruzione franò subito. Tommaso trovò il legno abbandonato il giorno prima e colpì ripetutamente il castello. Continuò finché non lo rase completamente al suolo. Alla fine si gettò a terra, spossato, e guardò verso la casa.

Mi sbrigo presto, gli aveva detto la madre.

Ed ecco, nel cielo, finalmente la nuvola giusta. Il buco era spostato in basso e rischiava di dividerla in due, ma Tommaso decise di seguirla con fiducia.

Il richiamo asmatico di un clacson lo fece sobbalzare. Avrebbe riconosciuto quel suono ovunque. Si acquattò il più possibile dietro il mucchio di sabbia e osservò la strada. La macchina del padre era ancora lontana.

Tommaso si voltò a guardare la casa. Se si sbrigava, ce l’avrebbe fatta ad avvertire la madre e l’uomo. L’uomo sarebbe riuscito ad andarsene in tempo.

Si grattò con forza il polpaccio, poi guardò il mare. La madre aveva detto “com’è calmo oggi”. E davvero quel giorno pareva una lastra di vetro.

Si sdraiò e riprese a osservare la sua nuvola. Il buco si era spostato verso il centro e ora si stava ingrandendo. Ancora un po’ di pazienza e l’anello si sarebbe formato.

Sentì la Fiat fermarsi. Era una vecchia cinquecento di cui il padre andava fiero, ma non appena mollava la frizione il motore non teneva il minimo e si afflosciava, proprio così, a Tommaso sembrava che la macchina si lasciasse cadere sulle gomme con un sospiro.

Udì la portiera sbattere, poi i passi del padre smuovere la ghiaia del sentiero che portava alla casa. Tornò a guardare la nuvola. Ecco, era quasi pronta. Una bella nuvola rotonda col buco al centro. Così l’avrebbe tappata. Avrebbe tappato tutte le nuvole bucate del cielo.

Gli spari arrivarono quasi subito. Due colpi in successione. Tommaso tremò, poi cominciò ad agitare le braccia nella sabbia come un forsennato. Pum!, disse piano, pum, pum! Il fragore assordante gli riecheggiava in testa, monotono, senza fine, e a ogni colpo lui agitava le braccia, sempre di più, sempre di più, smuovendo nugoli di sabbia che offuscavano il cielo e la sua nuvola.

Continuò a smuovere sabbia finché non ci fu più alcun rumore. Poi si alzò.

Questa volta l’angelo gli era riuscito bene, il corpo snello e le gambe diritte, e le grandi ali che riempivano tutto lo spazio, attorno.

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