Eventi e Cultura

L'INCIPIT DEI VOSTRI RACCONTI

L'INCIPIT DEI VOSTRI RACCONTI
Eventi e Cultura 01 Febbraio 2013 ore 16:34

Tirate fuori il vostro racconto dal cassetto! E diventate protagonisti della nuova rubrica "L'incipit dei vostri racconti", che Eco di Biella pubblicherà ogni sabato sull'edizione cartacea nel suo inizio (incipit). Per leggere il resto del racconto, occorrerà collegarsi al sito nel pomeriggio di sabato. Tutti possono partecipare all'inziativa gratuita, in collaborazione con la casa editrice biellese Lineadaria. Inviate i vostri racconti all'indirizzo lineadariaeditore@gmail.com, la selezione verrà effettuata da Federica Ugliengo. Buona lettura e buon esordio a tutti nella pagina, già cult per gli appassionati, L'Eco delle Parole.

ERA PASSATA ANCHE UN'ALTRA NOTTE

di Dana Vanni

segue da Eco di Biella in edicola questa mattina 2 FEBBRAIO 2013

 

Comunque, per quella storia della fiducia, vecchia ma senza polvere, era a lui che aveva chiesto. Se l'amore serviva davvero. E dalla foto lui aveva risposto freddo che in fondo l'amore è anch'esso circoscritto a qualcos'altro e che se andavi a togliere i vari strati in fondo non ti rimaneva poi molto. Al massimo, un cuore che batte. E ci vuole l'amore per far battere un cuore? No, fino a prova contraria. E allora non serviva neanche Alex, che aveva anche provato come aveva potuto a farle cambiare idea, in cinque mesi e settantacinque appuntamenti, chiedendo addirittura il permesso di rischiare la vita con quelle due parole che ballavano il tango sulla sua lingua.

Ma lei si era fidata del ragazzo della foto, e aveva interrotto la danza senza pensarci troppo. Era bastato schioccare le dita. Ed Alex non c'era più.

L'unico problema, uno di quelli che fanno sempre ritardo, arrivava affannato invece ora, dopo una lunga corsa dentro il suo cervello, lasciando dietro una lunga scia di contraddizioni. Perchè forse lei voleva trovare proprio quella prova contraria.

In verità credeva che senza componenti il composto si sarebbe annullato. E in realtà era davvero così, solo che nessuno ci fa più caso ormai. Si pensa che una cosa nella sua totalità possa restare sospesa nell' aria senza colonne d'Ercole. Tipo, prendi la gente.

La gente la si osserva in generale. Le persone si annullano nella massa. Individuo cancellato, annientanto, dimenticato, relegato.

E così Francesca era sempre stata convinta di questo: che la gente meriterebbe più attenzioni. E partiva dall'uno per arrivare al tutto. Certo, dicono che osservare gli altri ci aiuta a comprendere noi stessi, ma lei voleva osservare gli altri semplicemente per capire gli altri.

Da se stessa si tagliava fuori.

E da un po' di tempo era nata questa perversa attrazione per i luoghi pubblici. Piazze, stazioni, aeroporti, centri commerciali, forti odori. E tanta fretta. Gente che corre. Si metteva all'uscita di grandi negozi aspettando il soggetto migliore. Si generalizza sempre troppo.

Ognuno avrebbe bisogno della sua storia stampata su carta, perchè la vita è una meravigliosa possibilità di scelta.

Francesca osservava, scriveva e fissava con uno scatto. E le davano dell'egoista, lei che cercava un posto nel mondo ad ognuno dei suoi soggetti.

E se lo chiedeva spesso, chissà come sarebbe stato essere uno di loro. Svestirsi di sedici sudatissimi anni (non era poi così entusiasta di come il tempo passava, e di quanto impiegava per farlo), e lavorare dietro una scrivania, o chiudersi in casa mentre una bomba cadeva su quella del tuo vicino, sfilare su un tappeto rosso dentro un vestito bianco, o arrivare a stento alla fine del mese con i soldi sufficienti per una confezione di pasta in offerta al discount all'angolo della strada. Quando pensava a cosa avrebbe fatto da 'grande' sapeva solo questo: che non sarebbe stata se stessa. Non voleva rinnegarsi, solo cambiare, aprirsi quanto basta per passare la vita come andrebbe passata. Cambiando.

E i mutamenti, le trasformazioni, non andrebbero affatto studiate, no, ma osservate, ammirate, adorate. Dovremmo pregare i bruchi di diventare ancora farfalle, o gli embrioni di uscire fuori da quello strano, caldo ed indimenticabile posto che è l' utero di una donna. Restare a bocca aperta davanti ad un tramonto, ma non per i colori, che quelli sono troppo semplici e possono vederli tutti. Piuttosto per la continua lotta tra luce e buio.

E fare l'amore con la vita che cambia.

Poi metteva un cd. Aiutano molto, quelli. Ecco, prendi un gruppo. Prendi il loro percorso. Certo, il primo disco è sempre il migliore. Perchè non c'è alcun percorso in salita, come alcuni pensano, ma una lenta camminata in piano, e un cambio di paesaggio ogni centro metri, e quelli suonano, e suonano. I veri artisti. Come i veri scrittori. E sono diversi, e traslano, dentro lo stesso corpo, in menti diverse. Pensieri schizzofrenici legati su rotaie. E treni che passano di continuo.

Serviva rimbalzare. Rimbalzare tra essere, non essere, uscire dalle proprie condizioni di esistenza e approdare naufraghi altrove.

Interscambio vitale. Tu mi dai la tua vita, io la mia te la darei pure, ma vedi, c'è l'osservatore e l'osservato. E Francesca da buona osservatrice sceglieva con cura le sue prede.

Indossava il suo vestito migliore, e a passo deciso usciva di casa, saltando a due a due le scale del condominio, e aprendo la porta, quasi cadendo in bilico su quella voglia di conoscere. Talmente grande da fermarsi in gola. Indicibile. Shhh. Lasciala dov'è.

Anche se ti strozzerà sarà una morte degna di te.

''Posso star fuori questa notte?''

''Ma come ti viene in mente anche solo di chiedermelo?''

''Ho sentito in tv che la luna sarà pienissima, volevo guardarla, ma non dalla finestra di casa.''

''Dovresti arrivarci da sola Francesca. Hai solo 16 anni, solo 16...Non puoi andare dove vuoi quando vuoi per tutto il tempo che vuoi''

''Sì, forse hai ragione.''

''Francesca.''

''Che c'è.''

''Oggi, quando eri a scuola. Ho letto il tuo diario.''

Non le sembrava molto corretto.

''A 16 anni non si fa l'amore Francesca, non si fa!'' e respirava forte.

''E cosa si fa mamma?''

''A 16 anni puoi solo far del sesso. Non puoi amare. Ed è squallido, pericoloso e squallido!''

''Già mamma, l'amore si fa a trent'anni, con l'uomo che hai sposato e a cui hai giurato amore eterno... e ci si fanno anche dei...figli...E poi. Poi passa il tempo e non dormite più neanche insieme, tu e papà. Era amore allora, all'inizio?''

''Francesca adesso non mettere in mezzo me e tuo padre''

''Eh no, quelli che dovrebbero darmi un esempio li metto in mezzo eccome.''

''Credevo fossi più matura''.

E la questione della maturità fa sempre un certo effetto. Uno a zero. Battuta e abbattuta. Sua madre aveva serrato le labbra ed era uscita sbattendo la porta. Quell'orribile donna dai capelli tinti aveva sputato sulle sue parole, aveva violato la sua stessa breve insignificante e privatissima vita di adolescente. Sulla scrivania c'era il diario aperto su una delle ultime pagine. C'era scritto di Camillo. E c'è un solo modo per non dimenticare: scrivere. Lei aveva solo scritto, e a pensarci bene quelle erano solo parole. Poteva essere un racconto, un qualsiasi racconto erotico partorito da una sedicenne torturata dalle fantasie ma no, lei quelle parole le aveva nascoste, e ai segreti ci credono tutti più che a quello che vuoi che si sappia. Si era buttata sul letto e aveva nascosto la testa sotto il cuscino, soffocando una serie di imprecazioni verso l'ingenua donna che l'aveva messa al mondo. Ma come puoi pentirti di aver fatto qualcosa che volevi davvero? Era colpa del suo odore, forse? Fumo e gomme alla menta. E non conosceva la vergogna. Nella vita di quel ragazzo non esistevano freni. Inghiottiva sicurezza a fiotti mentre era con lui e il resto era relegato ad un 'prossimo momento'. Non escludeva mai niente a priori, quel ragazzo.

''è che siamo legate a questa sacra visione del sesso, vedi. è solo del tempo speso bene, e non fa di certo male. Non è un'occasione che capita spesso.''

''Quindi tu, in qualità di mia migliore amica, mi consigli di andare a letto con tuo cugino Camillo?''

''Non è un consiglio, tu devi. Certo sarebbe più carino senza quell'orribile felpa dei Blackessequalcosa''

''I Black Sabbath''

''Ecco, gli squilibrati che ascolti anche te. Ma tanto ad un certo punto la maglia gliela toglierai. Ah, ecco Francesca per favore, non restartene con le mani in mano. Fai quello che ti viene spontaneo fare. Naturale. Lui non deve saperlo che è la tua prima volta''

''E questo che cazzo di consiglio sarebbe?''

''No, non deve saperlo. Andrà bene. Non fa così male.''

''Non è questo che mi preoccupa. Lo conosco a malapena. Siamo usciti due volte insieme a te. E lui non mi guardava neanche per sbaglio.''

''Questo non è importante. è che lui ti vedeva così timida. Non dovremmo essere timide. Ecco, guarda me, io ho smesso di essere timida. Riesco a non arrossire più. E tu invece, sembri un peperone!''

''Ma perchè devo farlo con lui? Non dovrei farlo con la persona che amo? Con una persona di cui conosco tutto? Una persona che ha condiviso qualcosa con me? Cioè, è questo quello che dicono.''

''Ma noi a queste cose non ci crediamo.''

''Giusto. Noi a queste cose non ci crediamo.''

''Quindi ora vai e torna vincitrice. Stai tranquilla, sapete i vostri nomi, basta e avanza. Lo conoscerai meglio in altri termini. E mi raccomando. Le mani. Usa le mani.''

E Laura l'aveva spinta dentro l'autobus che in quel momento aveva aperto le porte.

Niente cuore. Solo le mani. Spingi il tuo essere agli estremi. Fallo aderire alla pelle. Tutto ciò che sei deve trasudare dal tuo corpo. è la tua arma vincente.

Quel pomeriggio Camillo sarebbe andato a casa sua. Aveva rifatto il letto. Quando aveva sentito il campanello aveva iniziato a sudare, e quando aveva aperto la porta lo aveva trovato girato di spalle con una mano tra i capelli. Si era girato e le aveva chiesto:

''Non ci sono i tuoi, vero?''

''No, entra pure...''. Era tutto maledettamente ordinato quel giorno.

''Allora...?'' aveva esordito.

''Bhè allora cosa?''

''Senti Francesca siediti un attimo qui'' l'aveva presa per mano e l'aveva fatta sedere sul divano. ''Tu lo sai perchè sono qui vero? Sei una bambina intelligente, dovresti saperlo?''

''Cosa sono?''

''Una donna intelligente.''

''Hai detto bambina.''

''Ho detto donna.''

''Non sono una bambina.''

''Suvvia, sei giovane.''

''Stronzo.''

''Stronzo, chi, io?.''

''No scusa.''

''Bhè lo sai perchè sono qui?.''

''Forse.''

''Cosa forse, credevo fosse tutto programmato. Mia cugina ha combinato questo incontro senza mettere le cose in chiaro?''

''Forse le cose non sono così chiare in generale.''

''è semplice, faremo del sesso. Ok?.''

Come ok? Cosa c'era di male, no? Certo che ok. Yes, ya, oui, sì.

''Va bene.''

Lui non sembrava imbarazzato, solo ansioso di svolgere il suo lavoretto a tempo perso.

''Bhè vuoi...andare in camera?''

''Come vuoi tu, la casa è tua''

''Allora andiamo in camera''

''Però non mi hai neanche salutato''

''Cosa?''

''Un bacio''. Lo aveva baciato come se lo facesse per la prima volta.

In camera c'erano arrivati a stento. Lei aveva una fretta incredibile. Una specie di accelleratore automatico. Le mani. Manimanimani. E niente testa. Testa uguale fine. Non era di certo la cosa giusta. Il cuore alla fine si era fatto i cazzi suoi.

E il giorno dopo:

''Dolore?''

''Sì''

''Piaciuto?''

''No''

''Sai parlare?''

''Dovevo farlo davvero?''

''Ehi piedi per terra signorina. Niente sensi di colpa. Indietro non si torna, in avanti si va sempre. Non complicarti la vita. Oggi pomeriggio andiamo a prenderci un gelato.''

''Il compito''

''Quale compito?''

''Di filosofia''

''Eddai, che la vita è una sola''

Ne voleva due. Cazzo ne voleva due. Forse il ragazzo nella foto ne aveva una in più.

''Va bene mamma, resterò a casa questa sera. Ho capito. Vado in camera a fare i compiti''.

Quella sera diede una testata più forte sulla foto. Magari sarebbe riuscita ad entrarci dentro. Avrebbe vissuto con quel ragazzo per il resto dei suoi giorni. Lo avrebbe fatto innamorare, e lui avrebbe smesso di considerare l'amore inutile. Lei le sue idee le aveva già cambiate. Come tutte le cose che le piaceva veder mutate in un piccolo lasso di tempo. Avrebbero avuto tre bambini. E una casa con la veranda. Il suo vestito da sposa sarebbe stato bianchissimo.

Invece, non riuscì nel suo intento. Prima pianse, pianse fortissimo. Aveva letto che se piangi troppo forte possono scoppiarti i capillari. Lei aspettava solo che scoppiassero quelli. Perchè scoppiati quelli scoppiava anche il cuore. Ed era un po' quello che sperava. Poi però era riuscita a riprendere fiato. Si era alzata dal letto e aveva raggiunto la finestra. Per guardare la luna. Si chiedeva perchè non poteva essere lì sù. E non in quella città scomposta dentro quella vita definita solo dagli altri. E con la testa e l'anima strette da fili di seta invisibili a chiunque altro, anche quella notte era passata.

 

 

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