Menu
Cerca

La strana storia del Tribunale: idee progetti e fallimenti

La strana storia del Tribunale: idee progetti e fallimenti
Eventi e Cultura 21 Febbraio 2016 ore 08:59

“’l mat ‘d Quintin Sella l’à pa studiala mal, l’à fait ‘l Palass ‘d Giustissia, l’à fait ‘l Palass ‘d Giustissia...”. La canzoncina era di gran voga all’inizio del Novecento, quando fu inaugurato l’attuale Palazzo di Giustizia. La sua realizzazione (attesa per mezzo secolo...) si deve a Corradino Sella, figlio di Quintino e allora sindaco di Biella. Per completezza di informazione, la filastrocca va intonata come quella, più celebre, dedicata alla “fumna grassa” che non provoca altro che “grand disperassiun”. Data questa fondamentale istruzione musicale, è possibile ora concentrare l’attenzione sul protagonista di questa storia, ovvero, per l’appunto, il “Palass”. Premesso che questo sarebbe un pezzo più per la penna di Massimiliano Franco (che, peraltro, ha già scritto in merito una ricca segnalazione per la “Rivista Biellese” del luglio 2010, alla quale si rimanda per una miglior conoscenza dell’argomento) che per quella del sottoscritto, si tratta qui di provare a dare della vicenda una visione un po’ particolare. Visione che potrà risultare quanto meno metaforica del rapporto da sempre piuttosto complicato, in tutti i sensi, tra gli italiani e i loro tribunali. In effetti non poche situazioni hanno indotto a dubitare della solidità stessa della struttura (istituzionale) e delle strutture (edilizie) del potere giudiziario. Dubbi che, tra qualche riga, lungi dall’essere fugati, parranno ancora più fondati. 

Ciò detto, silenzio in aula e si proceda con ordine. In primis lo status quo: nel 1848 il Tribunale fu traslocato dal Piazzo alla casa Rebora, poi Ottolenghi, in piazza delle Erbe (oggi piazza Fiume). All’alba del nuovo secolo, dopo anni e anni di discussioni sull’inadeguatezza di quella sistemazione (tra l’altro in affitto) e dopo le più svariate ipotesi di collocazione, si era arrivati alla determinazione di erigerlo ex novo. Nel gennaio del 1901 fu esaminato e approvato (più o meno) il progetto redatto dall’ingegner Giovanni Battista Feroggio, il professionista più in auge nella piccola Biella di allora. Mancava ancora il sito su cui costruire lo stabile, ma questo, con l’esecutivo in mano, era appena un dettaglio. I posti buoni abbondavano: dal giardino della Scuola Professionale (ex convento di San Sebastiano) all’ampio “orto” della mensa vescovile (che dall’episcopio si estendeva fino ai giardini pubblici dinnanzi alla vecchia stazione ferroviaria), da via San Filippo all’odierna piazza Martiri della Libertà. Ovviamente con così tante opzioni l’imbarazzo della scelta impediva di scegliere. Alla fine la spuntò la zona dell’Ospedale degli Infermi di Biella, laddove la via intitolata al nosocomio (oggi via Marconi) incrociava la strada dedicata a Vittorio Emanuele II (ora via della Repubblica). I biellesi fecero indigestione a mezzo stampa della questione del “Palass”.

 Nella primavera dello stesso 1901 il tema era già “noioso e stantio”, ma di fatto non si parlava d’altro e i giornali locali non risparmiavano le prime pagine. Nel settembre seguente il Comune di Biella, ovvero il “mat ‘d Quintin Sella”, ruppe gli indugi e fece acquisto del terreno presso l’Oib. Nel gennaio seguente si bandì la gara d’appalto. Con un ribasso del 18,86% i lavori furono assegnati a Giovanni Comolo di Crevacuore. Il tutto sarebbe costato, come da capitolato, poco meno di 100.000 lire con consegna entro e non oltre l’aprile 1903. Alla fine di febbraio del 1902 l’appaltatore passò regolare atto di sottomissione. Il 15 aprile fu posata la prima pietra. Con essa si pensò di “seppellirvi monete e biglietti di banca; ma poi si decise di depositarvi le carte da visita dei personaggi presenti”. I nostri avi sapevano il fatto loro. Quei padri coscritti erano solenni, ma sobri e, soprattutto, capaci di imprimere il giusto ritmo alle cose, con la onestà e la serietà che tanto li distingue da noi rammolliti e corrotti figli e nipoti del benessere. D’altro canto quello era il cantiere del Tribunale, il tempio del diritto, il sacro scrigno della civiltà, l’emblema architettonico del punto più alto che l’uomo aveva saputo raggiungere per elevarsi dalla condizione di bestia. La “casa della Giustizia” non poteva che sorgere su fondamenta forti, simbolo esse stesse della grave funzione cui le soprastanti muraglie erano chiamate. E mentre si sarebbe potuto andare avanti a lungo con la retorica d’occasione, il Comolo si involava con la cassa... Proprio così: “il sig. Comolo Giovanni, impresario dei lavori murari del palazzo di giustizia è partito improvvisamente per ignoti lidi, lasciando in abbandono i lavori e i creditori”.

 I bisettimanali cittadini non potevano sperare in niente di meglio. Il buon giorno si vedeva dal mattino! “Da due o tre giorni si seguono i sequestri ed i pignoramenti: forse il Tribunale emanerà qualche provvedimento radicale”, così infieriva “Eco dell’Industria” chiamando in causa le più che imbarazzate toghe biellesi. Intanto si scopriva che il Comolo “menava vita un po’ troppo gaudiosa, e nelle ultime settimane lo si vedeva poco in cantiere”. Dichiarato fallito in contumacia, contro il latitante crevacuorese fu spiccato anche un mandato di cattura. Ai primi di novembre si sparse la notizia che il Comolo fosse stato arrestato a Ginevra e che le pratiche per l’estradizione fossero già state avviate. E’ strano che non siano nate canzonette su questa storia metaforica e rassicurante: il criminale che edifica il tribunale. Il 15 dicembre il fuggitivo era di nuovo a Biella, per l’esattezza in una cella al Piazzo, in attesa di affrontare il processo per bancarotta fraudolenta. Va da sè che il procedimento a suo carico non potè essere celebrato nell’edificio che avrebbe dovuto costruire. Le opere erano state rallentate dall’exploit del Comolo che, senza dubbio, aveva infranto la legge e ne aveva ostacolato il corso in un modo davvero singolare. Senza contare che, pur senza avere responsabilità dirette, lo stesso Comolo riuscì quasi a facilitare l’evasione di un suo compagno di cellulare. Infatti, mentre stava per essere tradotto in carcere scendendo dal “carrozzone” dei Reali Carabinieri, uno dei due detenuti con cui divideva il trasporto si diede alla fuga e fu lì lì per far perdere le sue tracce, ma dopo una “corsa pazza attraverso il Piazzo e giù per la strada del Vernato” le guardie riacciuffarono l’evaso. 

Nel frattempo il cantiere era stato riattivato e il “Palass” fu ultimato con soli quattro mesi di ritardo. Certo, “il piazzaletto che sta di fronte al nuovo edificio” non era granché, così povero e spoglio... I biellesi hanno sempre avuto problemi con le piazze, e non hanno ancora smesso. Ai primi di ottobre si stava ultimando “il trasporto degli scartafacci - quanto inutile e fastidioso ingombro! - dalla casa Ottolenghi al nuovo Palazzo: si trasportano anche i vecchi mobili tarlati, ai quali se ne aggiungono pochi nuovi”. Ma quel che più contava era che “la prima udienza è fissata pel 20 corrente: non vi sarà solennità alcuna di inaugurazione”. E’ comprensibile: la cerimonia della posa della prima pietra non aveva portato per niente bene. In ogni caso, tanto per cambiare, dalla esigente critica nostrana arrivarono solo stroncature. Dalla “Tribuna Biellese” del 15 ottobre 1903: “una volta entrati si trova proprio nulla di elegante o di armonico che allieti: il palazzone ha un’apparenza tetra, le linee architettoniche sono trascurate, e grosse colonne di mattoni (a Biella ove vi sono gli splendidi graniti che danno colonne di ottimo effetto) ingombrano i porticati e tolgono luce. Le aule sortirono meschine: quella del Tribunale, che era maestosa, fu deturpata da una tribuna pubblica che pare la loggia di un’orchestrina da caffè concerto”. In ogni caso la prima udienza, per un crimine a dir poco efferato (un tale Gaito, ubriaco fradicio, aveva vilipeso un poliziotto), fu risolta senza sentenza e con un rinvio. Si cominciava bene! Per fortuna l’ubicazione del Tribunale permetteva, in caso di necessità, il pronto intervento dei sanitari. “’l mat ‘d Quintin Sella l’à pa studiala mal, l’à fait ‘l Palass ‘d Giustissia, dauzin a l’Ospidal”.

Danilo Craveia

“’l mat ‘d Quintin Sella l’à pa studiala mal, l’à fait ‘l Palass ‘d Giustissia, l’à fait ‘l Palass ‘d Giustissia...”. La canzoncina era di gran voga all’inizio del Novecento, quando fu inaugurato l’attuale Palazzo di Giustizia. La sua realizzazione (attesa per mezzo secolo...) si deve a Corradino Sella, figlio di Quintino e allora sindaco di Biella. Per completezza di informazione, la filastrocca va intonata come quella, più celebre, dedicata alla “fumna grassa” che non provoca altro che “grand disperassiun”. Data questa fondamentale istruzione musicale, è possibile ora concentrare l’attenzione sul protagonista di questa storia, ovvero, per l’appunto, il “Palass”. Premesso che questo sarebbe un pezzo più per la penna di Massimiliano Franco (che, peraltro, ha già scritto in merito una ricca segnalazione per la “Rivista Biellese” del luglio 2010, alla quale si rimanda per una miglior conoscenza dell’argomento) che per quella del sottoscritto, si tratta qui di provare a dare della vicenda una visione un po’ particolare. Visione che potrà risultare quanto meno metaforica del rapporto da sempre piuttosto complicato, in tutti i sensi, tra gli italiani e i loro tribunali. In effetti non poche situazioni hanno indotto a dubitare della solidità stessa della struttura (istituzionale) e delle strutture (edilizie) del potere giudiziario. Dubbi che, tra qualche riga, lungi dall’essere fugati, parranno ancora più fondati. 

Ciò detto, silenzio in aula e si proceda con ordine. In primis lo status quo: nel 1848 il Tribunale fu traslocato dal Piazzo alla casa Rebora, poi Ottolenghi, in piazza delle Erbe (oggi piazza Fiume). All’alba del nuovo secolo, dopo anni e anni di discussioni sull’inadeguatezza di quella sistemazione (tra l’altro in affitto) e dopo le più svariate ipotesi di collocazione, si era arrivati alla determinazione di erigerlo ex novo. Nel gennaio del 1901 fu esaminato e approvato (più o meno) il progetto redatto dall’ingegner Giovanni Battista Feroggio, il professionista più in auge nella piccola Biella di allora. Mancava ancora il sito su cui costruire lo stabile, ma questo, con l’esecutivo in mano, era appena un dettaglio. I posti buoni abbondavano: dal giardino della Scuola Professionale (ex convento di San Sebastiano) all’ampio “orto” della mensa vescovile (che dall’episcopio si estendeva fino ai giardini pubblici dinnanzi alla vecchia stazione ferroviaria), da via San Filippo all’odierna piazza Martiri della Libertà. Ovviamente con così tante opzioni l’imbarazzo della scelta impediva di scegliere. Alla fine la spuntò la zona dell’Ospedale degli Infermi di Biella, laddove la via intitolata al nosocomio (oggi via Marconi) incrociava la strada dedicata a Vittorio Emanuele II (ora via della Repubblica). I biellesi fecero indigestione a mezzo stampa della questione del “Palass”.

 Nella primavera dello stesso 1901 il tema era già “noioso e stantio”, ma di fatto non si parlava d’altro e i giornali locali non risparmiavano le prime pagine. Nel settembre seguente il Comune di Biella, ovvero il “mat ‘d Quintin Sella”, ruppe gli indugi e fece acquisto del terreno presso l’Oib. Nel gennaio seguente si bandì la gara d’appalto. Con un ribasso del 18,86% i lavori furono assegnati a Giovanni Comolo di Crevacuore. Il tutto sarebbe costato, come da capitolato, poco meno di 100.000 lire con consegna entro e non oltre l’aprile 1903. Alla fine di febbraio del 1902 l’appaltatore passò regolare atto di sottomissione. Il 15 aprile fu posata la prima pietra. Con essa si pensò di “seppellirvi monete e biglietti di banca; ma poi si decise di depositarvi le carte da visita dei personaggi presenti”. I nostri avi sapevano il fatto loro. Quei padri coscritti erano solenni, ma sobri e, soprattutto, capaci di imprimere il giusto ritmo alle cose, con la onestà e la serietà che tanto li distingue da noi rammolliti e corrotti figli e nipoti del benessere. D’altro canto quello era il cantiere del Tribunale, il tempio del diritto, il sacro scrigno della civiltà, l’emblema architettonico del punto più alto che l’uomo aveva saputo raggiungere per elevarsi dalla condizione di bestia. La “casa della Giustizia” non poteva che sorgere su fondamenta forti, simbolo esse stesse della grave funzione cui le soprastanti muraglie erano chiamate. E mentre si sarebbe potuto andare avanti a lungo con la retorica d’occasione, il Comolo si involava con la cassa... Proprio così: “il sig. Comolo Giovanni, impresario dei lavori murari del palazzo di giustizia è partito improvvisamente per ignoti lidi, lasciando in abbandono i lavori e i creditori”.

 I bisettimanali cittadini non potevano sperare in niente di meglio. Il buon giorno si vedeva dal mattino! “Da due o tre giorni si seguono i sequestri ed i pignoramenti: forse il Tribunale emanerà qualche provvedimento radicale”, così infieriva “Eco dell’Industria” chiamando in causa le più che imbarazzate toghe biellesi. Intanto si scopriva che il Comolo “menava vita un po’ troppo gaudiosa, e nelle ultime settimane lo si vedeva poco in cantiere”. Dichiarato fallito in contumacia, contro il latitante crevacuorese fu spiccato anche un mandato di cattura. Ai primi di novembre si sparse la notizia che il Comolo fosse stato arrestato a Ginevra e che le pratiche per l’estradizione fossero già state avviate. E’ strano che non siano nate canzonette su questa storia metaforica e rassicurante: il criminale che edifica il tribunale. Il 15 dicembre il fuggitivo era di nuovo a Biella, per l’esattezza in una cella al Piazzo, in attesa di affrontare il processo per bancarotta fraudolenta. Va da sè che il procedimento a suo carico non potè essere celebrato nell’edificio che avrebbe dovuto costruire. Le opere erano state rallentate dall’exploit del Comolo che, senza dubbio, aveva infranto la legge e ne aveva ostacolato il corso in un modo davvero singolare. Senza contare che, pur senza avere responsabilità dirette, lo stesso Comolo riuscì quasi a facilitare l’evasione di un suo compagno di cellulare. Infatti, mentre stava per essere tradotto in carcere scendendo dal “carrozzone” dei Reali Carabinieri, uno dei due detenuti con cui divideva il trasporto si diede alla fuga e fu lì lì per far perdere le sue tracce, ma dopo una “corsa pazza attraverso il Piazzo e giù per la strada del Vernato” le guardie riacciuffarono l’evaso. 

Nel frattempo il cantiere era stato riattivato e il “Palass” fu ultimato con soli quattro mesi di ritardo. Certo, “il piazzaletto che sta di fronte al nuovo edificio” non era granché, così povero e spoglio... I biellesi hanno sempre avuto problemi con le piazze, e non hanno ancora smesso. Ai primi di ottobre si stava ultimando “il trasporto degli scartafacci - quanto inutile e fastidioso ingombro! - dalla casa Ottolenghi al nuovo Palazzo: si trasportano anche i vecchi mobili tarlati, ai quali se ne aggiungono pochi nuovi”. Ma quel che più contava era che “la prima udienza è fissata pel 20 corrente: non vi sarà solennità alcuna di inaugurazione”. E’ comprensibile: la cerimonia della posa della prima pietra non aveva portato per niente bene. In ogni caso, tanto per cambiare, dalla esigente critica nostrana arrivarono solo stroncature. Dalla “Tribuna Biellese” del 15 ottobre 1903: “una volta entrati si trova proprio nulla di elegante o di armonico che allieti: il palazzone ha un’apparenza tetra, le linee architettoniche sono trascurate, e grosse colonne di mattoni (a Biella ove vi sono gli splendidi graniti che danno colonne di ottimo effetto) ingombrano i porticati e tolgono luce. Le aule sortirono meschine: quella del Tribunale, che era maestosa, fu deturpata da una tribuna pubblica che pare la loggia di un’orchestrina da caffè concerto”. In ogni caso la prima udienza, per un crimine a dir poco efferato (un tale Gaito, ubriaco fradicio, aveva vilipeso un poliziotto), fu risolta senza sentenza e con un rinvio. Si cominciava bene! Per fortuna l’ubicazione del Tribunale permetteva, in caso di necessità, il pronto intervento dei sanitari. “’l mat ‘d Quintin Sella l’à pa studiala mal, l’à fait ‘l Palass ‘d Giustissia, dauzin a l’Ospidal”.

Danilo Craveia