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La febbre spagnola arrivò nel 1918: terrore e polemiche

La febbre spagnola arrivò nel 1918: terrore e polemiche
Eventi e Cultura 20 Marzo 2016 ore 09:46

Il 15 ottobre 1918 la “febbre spagnuola” fece il suo ingresso ufficiale nel Biellese. Fu il bisettimanale “il Biellese” a usare quell’aggettivo che, a distanza di un secolo, rievoca ancora un momento tragico della storia recente. Di per sé quella pandemia non aveva nulla a che fare con la Spagna (che ebbe l’unico merito di segnalarne per prima la diffusione), visto che i “pazienti zero” si registrarono negli Stati Uniti d’America. Ma quel soprannome è rimasto ed è assai più efficace di qualsiasi codice medico-scientifico di identificazione (il vero nome dell’influenza in questione è A sottotipo H1N1). La città, le campagne e le vallate biellesi non subirono una devastazione paragonabile a quelle verificatesi in altre zone del mondo, ma in tutte le famiglie c’è il ricordo diretto o indiretto di qualcuno ucciso dalla terribile epidemia. L’esperienza di quella malattia segnò nel profondo l’immaginario collettivo. Quelle impressioni diventarono memoria collettiva, memoria che, però, si sta affievolendo. Il mondo di oggi “brucia” velocemente anche le pandemie. Le news sulle nuove malattie globali hanno una data di scadenza ravvicinata, con un decorso similare e piuttosto rapido: le prime vittime, le testimonianze degli operatori sul posto, gli annunci degli esperti di un rischio su vasta scala, gli inviti alla calma che suscitano giusto un po’ di panico, poi il rapido oblio con lo scivolamento progressivo di pagina in pagina. Magari il fatal virus di turno continua a fare morti, ma ci sono altre storie da raccontare, bisogna passare oltre, in attesa di una nuova Sars, di una nuova aviaria, di una nuova Ebola, di un nuova Zika. Eppure tutte queste streghe cattive messe insieme hanno causato meno di 15.000 decessi: una cifra enorme, senza dubbio, ma purtroppo si sono dimostrate solo dilettanti allo sbaraglio a confronto dell’influenza. Nemmeno la subdola Aids o la biblica peste bubbonica, che pure fece uno sterminio, hanno raggiunto il livello di efficienza eliminatoria della “spagnola”. 

Al cospetto del contagio del 1918 gran parte delle altre pandemie non furono che episodi più o meno marginali. Su alcuni dei siti Internet meglio specializzati si leggono affermazioni come questa: “La pandemia influenzale 1918 - 1919 ha ucciso più persone in termini assoluti rispetto a qualsiasi altro focolaio di malattia nella storia. Più della peste del 1348, la “Morte Nera”. Frank Macfarlane Burnet, che ha vinto il suo premio Nobel per l’immunologia e che ha trascorso gran parte della sua vita a studiare l’influenza, ha stimato il numero di morti probabilmente compresa tra i 50 e 100 milioni. Uno studio epidemiologico 2002 condotto da Johnson e Mueller è arrivato allo stesso ordine di grandezza”. A livello divulgativo pare non ci siano studi specifici sull’influenza “spagnola” nel Biellese e nemmeno su quelle precedenti, come la “russa” che colpì anche questo territorio all’inizio del 1890 (senza gravi conseguenze da questa parti, anche se in tutto il mondo uccise diverse centinaia di migliaia di persone). Di sicuro moltissimi biellesi morirono nel 1918 a causa della “spagnola”, ma non è questo l’aspetto più interessante della triste vicenda. Su quella scena già così drammatica e intensa (la Grande Guerra in corso, poi finita il 4 novembre con conseguenze ancora lunghe per soldati, prigionieri e profughi) fece la sua comparsa quella “mietitrice” inaspettata che entrò subito in circolo infettando la stampa e l’opinione pubblica, tra allarmisti, quietisti, fatalisti e complottisti. 

Per quanto concerne il Biellese il discorso si potrebbe sviluppare anche solo seguendo l’evolversi della comunicazione a mezzo stampa in merito al contagio. Già a settembre i primi casi di una strana e feroce “enterocolite dissenterica” avevano turbato la precaria tranquillità sociale di una popolazione molto provata dal conflitto in essere. Il 12 settembre l’ufficiale sanitario di Biella, dottor Antonio Paschetto, si era premurato di diramare un comunicato tranquillizzante, almeno nelle intenzioni, quasi ironico se non fosse per quel tono vagamente saccente di chi ha la scienza in tasca di fronte al volgo che in tasca aveva solo fifa e pochi soldi per le medicine. Fu la testata diocesana a farsi portavoce della linea del “non perdiamo la calma” sposando la teoria paschettiana secondo cui era la paura la peggiore nemica del popolo e non quel banale malanno stagionale. Di piglio diverso furono i trafiletti e poi gli articoli apparsi sul socialista “Il Corriere Biellese” fin dai primi di ottobre. Per le strade “serpeggiava” il crudele morbo che, tra l’altro, non era più soltanto intestinale, ma anche polmonare o respiratorio. Il fatto è che l’influenza non era un novità in sé, ma “quella” era un’altra cosa: implacabile, rapida e, soprattutto, horribile visu. Ancora dal web: “I sintomi nel 1918 erano così insoliti che, inizialmente, l’influenza è stata diagnosticata come dengue, colera o tifo”. Un osservatore ha scritto: “Una delle più suggestive tra le complicanze era l’emorragia delle mucose, in particolare dal naso, dalle orecchie, dallo stomaco e dall’intestino”. Un ricercatore tedesco ha invece segnalato “emorragie che si verificano in diverse parti interne dell’occhio con grande frequenza”. Mentre le autorità, impegnate a non diffondere il panico, cercavano di contenere sia le notizie vere sia quelle gonfiate dall’inevitabile passaparola, la gente misurava la gravità della situazione dalle disposizioni applicate da quelle stesse autorità: scuole che non furono aperte, spettacoli pubblici proibiti, richiami alla pulizia e contro l’abuso di alcol ecc. 

Il 18 ottobre il giornalismo vinse contro la cautela sociale e proprio “il Biellese” pubblicò un nutrito elenco necrologico. Era una variazione sul tema: le liste dei caduti al fronte lasciavano il campo ai morti nei propri letti o su quelli dell’Ospedale degli Infermi. In quel nuovo bollettino di guerra c’erano il parroco di Miagliano, un prete di Chiavazza (le estreme unzioni potevano essere fatali anche a chi le impartiva), il figlio del medico di Vigliano Biellese e parti consistenti di famiglie di diversi paesi del Circondario. Neanche a dirlo, i socialisti presero l’abbrivio e, a torto o a ragione, puntarono il dito del dissenso contro Palazzo Oropa accusando tutti gli occupanti con il potere dalla parte del manico di essere dei narcolettici o dei menefreghisti. Alle ulteriori parole un po’ fiacche del solito dottor Paschetto “Il Corriere Biellese” oppose quelle più “realistiche” di un collega, il dentista Luigi Morello, ed evocò la necessità improcrastinabile di allestire lazzaretti, di impiegare le ambulanze militari e di liberare almeno cento letti dell’ospedale da dedicare esclusivamente ai malati di “spagnola”. La situazione si delineò nella sua effettiva durezza tra il 18 e il 25 ottobre. A Mosso le operazioni sanitarie erano coordinate dalla Opera Pia Bartolomeo Sella, ma i medici disponibili nella vallata non erano assolutamente sufficienti. I socialisti ebbero buon gioco. Anche perché, sebbene la malattia stesse raggiungendo il picco massimo di mortalità, nessuno ci aveva ancora capito nulla. Non c’erano medicinali davvero efficaci: chi la prendeva in forma acuta non aveva scampo. 

Non restava che affidarsi al buon Dio, anzi alla Madonna d’Oropa. Il vescovo di Biella, mons. Giovanni Garigliano, ricordò a tutti che la Vergine Bruna aveva già salvato i biellesi in più di un’occasione analoga, a partire dalle contagioni rinascimentali e barocche, quindi non era il caso di fare troppo i difficili: quella che stava decimando la città e i villaggi era una vera e propria pestilenza, perciò un sincero voto collettivo non sarebbe stato fuori luogo e nè rimasto inascoltato. L’ondata passò con l’anno nuovo. La “spagnola” non fu sconfitta, se ne andò da sola. Tornò ancora, ma per fortuna non più con altrettanta virulenza. E poi gli uomini erano diventati più forti, senza neppure saperlo. Al prossimo allarme mediatico, prima di cedere al panico pandemico, ripensiamo alla “spagnola” e tiriamo un sospiro di sollievo.

Danilo Craveia

Il 15 ottobre 1918 la “febbre spagnuola” fece il suo ingresso ufficiale nel Biellese. Fu il bisettimanale “il Biellese” a usare quell’aggettivo che, a distanza di un secolo, rievoca ancora un momento tragico della storia recente. Di per sé quella pandemia non aveva nulla a che fare con la Spagna (che ebbe l’unico merito di segnalarne per prima la diffusione), visto che i “pazienti zero” si registrarono negli Stati Uniti d’America. Ma quel soprannome è rimasto ed è assai più efficace di qualsiasi codice medico-scientifico di identificazione (il vero nome dell’influenza in questione è A sottotipo H1N1). La città, le campagne e le vallate biellesi non subirono una devastazione paragonabile a quelle verificatesi in altre zone del mondo, ma in tutte le famiglie c’è il ricordo diretto o indiretto di qualcuno ucciso dalla terribile epidemia. L’esperienza di quella malattia segnò nel profondo l’immaginario collettivo. Quelle impressioni diventarono memoria collettiva, memoria che, però, si sta affievolendo. Il mondo di oggi “brucia” velocemente anche le pandemie. Le news sulle nuove malattie globali hanno una data di scadenza ravvicinata, con un decorso similare e piuttosto rapido: le prime vittime, le testimonianze degli operatori sul posto, gli annunci degli esperti di un rischio su vasta scala, gli inviti alla calma che suscitano giusto un po’ di panico, poi il rapido oblio con lo scivolamento progressivo di pagina in pagina. Magari il fatal virus di turno continua a fare morti, ma ci sono altre storie da raccontare, bisogna passare oltre, in attesa di una nuova Sars, di una nuova aviaria, di una nuova Ebola, di un nuova Zika. Eppure tutte queste streghe cattive messe insieme hanno causato meno di 15.000 decessi: una cifra enorme, senza dubbio, ma purtroppo si sono dimostrate solo dilettanti allo sbaraglio a confronto dell’influenza. Nemmeno la subdola Aids o la biblica peste bubbonica, che pure fece uno sterminio, hanno raggiunto il livello di efficienza eliminatoria della “spagnola”. 

Al cospetto del contagio del 1918 gran parte delle altre pandemie non furono che episodi più o meno marginali. Su alcuni dei siti Internet meglio specializzati si leggono affermazioni come questa: “La pandemia influenzale 1918 - 1919 ha ucciso più persone in termini assoluti rispetto a qualsiasi altro focolaio di malattia nella storia. Più della peste del 1348, la “Morte Nera”. Frank Macfarlane Burnet, che ha vinto il suo premio Nobel per l’immunologia e che ha trascorso gran parte della sua vita a studiare l’influenza, ha stimato il numero di morti probabilmente compresa tra i 50 e 100 milioni. Uno studio epidemiologico 2002 condotto da Johnson e Mueller è arrivato allo stesso ordine di grandezza”. A livello divulgativo pare non ci siano studi specifici sull’influenza “spagnola” nel Biellese e nemmeno su quelle precedenti, come la “russa” che colpì anche questo territorio all’inizio del 1890 (senza gravi conseguenze da questa parti, anche se in tutto il mondo uccise diverse centinaia di migliaia di persone). Di sicuro moltissimi biellesi morirono nel 1918 a causa della “spagnola”, ma non è questo l’aspetto più interessante della triste vicenda. Su quella scena già così drammatica e intensa (la Grande Guerra in corso, poi finita il 4 novembre con conseguenze ancora lunghe per soldati, prigionieri e profughi) fece la sua comparsa quella “mietitrice” inaspettata che entrò subito in circolo infettando la stampa e l’opinione pubblica, tra allarmisti, quietisti, fatalisti e complottisti. 

Per quanto concerne il Biellese il discorso si potrebbe sviluppare anche solo seguendo l’evolversi della comunicazione a mezzo stampa in merito al contagio. Già a settembre i primi casi di una strana e feroce “enterocolite dissenterica” avevano turbato la precaria tranquillità sociale di una popolazione molto provata dal conflitto in essere. Il 12 settembre l’ufficiale sanitario di Biella, dottor Antonio Paschetto, si era premurato di diramare un comunicato tranquillizzante, almeno nelle intenzioni, quasi ironico se non fosse per quel tono vagamente saccente di chi ha la scienza in tasca di fronte al volgo che in tasca aveva solo fifa e pochi soldi per le medicine. Fu la testata diocesana a farsi portavoce della linea del “non perdiamo la calma” sposando la teoria paschettiana secondo cui era la paura la peggiore nemica del popolo e non quel banale malanno stagionale. Di piglio diverso furono i trafiletti e poi gli articoli apparsi sul socialista “Il Corriere Biellese” fin dai primi di ottobre. Per le strade “serpeggiava” il crudele morbo che, tra l’altro, non era più soltanto intestinale, ma anche polmonare o respiratorio. Il fatto è che l’influenza non era un novità in sé, ma “quella” era un’altra cosa: implacabile, rapida e, soprattutto, horribile visu. Ancora dal web: “I sintomi nel 1918 erano così insoliti che, inizialmente, l’influenza è stata diagnosticata come dengue, colera o tifo”. Un osservatore ha scritto: “Una delle più suggestive tra le complicanze era l’emorragia delle mucose, in particolare dal naso, dalle orecchie, dallo stomaco e dall’intestino”. Un ricercatore tedesco ha invece segnalato “emorragie che si verificano in diverse parti interne dell’occhio con grande frequenza”. Mentre le autorità, impegnate a non diffondere il panico, cercavano di contenere sia le notizie vere sia quelle gonfiate dall’inevitabile passaparola, la gente misurava la gravità della situazione dalle disposizioni applicate da quelle stesse autorità: scuole che non furono aperte, spettacoli pubblici proibiti, richiami alla pulizia e contro l’abuso di alcol ecc. 

Il 18 ottobre il giornalismo vinse contro la cautela sociale e proprio “il Biellese” pubblicò un nutrito elenco necrologico. Era una variazione sul tema: le liste dei caduti al fronte lasciavano il campo ai morti nei propri letti o su quelli dell’Ospedale degli Infermi. In quel nuovo bollettino di guerra c’erano il parroco di Miagliano, un prete di Chiavazza (le estreme unzioni potevano essere fatali anche a chi le impartiva), il figlio del medico di Vigliano Biellese e parti consistenti di famiglie di diversi paesi del Circondario. Neanche a dirlo, i socialisti presero l’abbrivio e, a torto o a ragione, puntarono il dito del dissenso contro Palazzo Oropa accusando tutti gli occupanti con il potere dalla parte del manico di essere dei narcolettici o dei menefreghisti. Alle ulteriori parole un po’ fiacche del solito dottor Paschetto “Il Corriere Biellese” oppose quelle più “realistiche” di un collega, il dentista Luigi Morello, ed evocò la necessità improcrastinabile di allestire lazzaretti, di impiegare le ambulanze militari e di liberare almeno cento letti dell’ospedale da dedicare esclusivamente ai malati di “spagnola”. La situazione si delineò nella sua effettiva durezza tra il 18 e il 25 ottobre. A Mosso le operazioni sanitarie erano coordinate dalla Opera Pia Bartolomeo Sella, ma i medici disponibili nella vallata non erano assolutamente sufficienti. I socialisti ebbero buon gioco. Anche perché, sebbene la malattia stesse raggiungendo il picco massimo di mortalità, nessuno ci aveva ancora capito nulla. Non c’erano medicinali davvero efficaci: chi la prendeva in forma acuta non aveva scampo. 

Non restava che affidarsi al buon Dio, anzi alla Madonna d’Oropa. Il vescovo di Biella, mons. Giovanni Garigliano, ricordò a tutti che la Vergine Bruna aveva già salvato i biellesi in più di un’occasione analoga, a partire dalle contagioni rinascimentali e barocche, quindi non era il caso di fare troppo i difficili: quella che stava decimando la città e i villaggi era una vera e propria pestilenza, perciò un sincero voto collettivo non sarebbe stato fuori luogo e nè rimasto inascoltato. L’ondata passò con l’anno nuovo. La “spagnola” non fu sconfitta, se ne andò da sola. Tornò ancora, ma per fortuna non più con altrettanta virulenza. E poi gli uomini erano diventati più forti, senza neppure saperlo. Al prossimo allarme mediatico, prima di cedere al panico pandemico, ripensiamo alla “spagnola” e tiriamo un sospiro di sollievo.

Danilo Craveia