Il tramonto amazzonico di Egidio Calderini

Il tramonto amazzonico di Egidio Calderini
Eventi e Cultura 04 Settembre 2016 ore 10:40

Furono questi, forse, gli ultimi pensieri di Egidio Calderini. All’alba di un nuovo secolo il sole tramontava sul Rio delle Amazzoni. La città di Manaus si trova appena sotto l’Equatore e lì è sempre estate, anche alla fine di aprile. Gli mancavano gli autunni e gli inverni di Biella? Gli alberi che mutavano colore e che si coprivano di neve? Anche senza alzarsi dal letto sapeva che sulle sponde di quel mostro d’acqua scura e dorata c’erano piante sempre verdi e fiori splendidi, ma quel quadro non cambiava mai e a lui quell’immutabilità non piaceva. Tante domande e poche risposte, dubbi e ricordi, tristezze e nostalgie, soprattutto per Caterina e per la piccola Annita. Non gli restava che ricapitolare, con quel poco di lucidità che gli rimaneva e con la morte che incombeva, per dar conto a sé stesso di come una vita possa, al di fuori di qualsiasi logica previsione, attraversare un oceano, blu, per poi arenarsi subito sulle rive fangose di un fiume che sembrava un mare in mezzo a un altro oceano, di smeraldo. Di che cosa stava morendo? “Paludismo” o “febre amarela”? I medici la chiamavano così, la sua malattia. Ma qual era? Una delle due: malaria o febbre gialla. Ma che cosa importava, ormai. In quelle lande umide e calde la prima imperversava a per anni, la seconda era endemica. Eppure quello non poteva essere un posto così sperduto. Ci era andato anche Caruso. Aveva cantato al teatro dell’opera il 7 gennaio 1897 per inaugurare quel tempio di marmo italiano progettato da un italiano. Manaus non era in capo al mondo e nemmeno così selvaggia. Lo aveva detto alla moglie e alla loro bambina per rassicurarle. Ma perché ci era venuto? Per la gomma? Certo, il cuore dell’Amazzonia era la capitale del caoutchouc. Ma lui non era arrivato così lontano per il prezioso lattice della Hevea brasiliensis. La sua idea era diversa e nemmeno così strampalata: quella città stava esplodendo nello spazio e nel tempo. Sempre più case e palazzi, sempre più futuro. E una città che esplode ha bisogno di cemento. Egidio Calderini, l’uomo agonizzante a novemila chilometri da casa, avrebbe portato il cemento a Manaus. Ma quale cemento? Il migliore, quello monferrino. Rappresentava o no la “Giuseppe Cerrano & Compagni” di Casale Monferrato? Una grande azienda moderna, la prima ad avere ben due forni Dietzsch. Era partito per quella nuova avventura, la più importante della sua vita, con l’entusiasmo di sempre, con la speranza di sempre, con la voglia di successo di sempre. Aveva alle spalle una ditta solida (non poteva che essere solida una fabbrica di cemento) e non avrebbe fallito. Sarebbe morto, invece, senza poter dimostrare che la sua scelta non era azzardata né disperata. Tra l’altro, lui di calce e di cementi se ne intendeva e con il signor Cerrano si erano capiti subito. Gli aveva spiegato che nel giugno del 1887 aveva avviato a Torino una società in nome collettivo con l’ingegner Valentino Bozzalla, la “Calderini e Bozzalla” per l’appunto, con un capitale di 15.000 lire conferiti da lui medesimo. Lo smercio di calce, cemento e materiali edili aveva dato buoni profitti e la ragione sociale si era sciolta alla scadenza prevista (marzo 1890) con reciproca soddisfazione. Il signor Cerrano ne era al corrente e sapeva anche che Egidio Calderini non era uno sprovveduto come agente di commercio. E che cos’altro gli era capitato di vendere? Qualche casa, di tanto in tanto, ma più che altro vino. Come sarebbe stato bello e buono un bicchiere di quel vino, sorseggiato di fronte a quel tramonto amazzonico che preludeva alle tenebre. Ma le sue tenebre sarebbero arrivate prima che qualcuno potesse pensare di esportare a Manaus il nettare dei grappoli delle tenuta del Marchese Rudinì. Era il 1895. A Biella furono una vera novità quel nero d’Avola e quel syrah prodotti a Pachino. Era stato in Sicilia e si era innamorato, così aveva voluto far assaggiare quei vini ai suoi tanti amici di Biella. Da lì era nato un business. Ecco gli amici... Dove erano adesso? Essi erano al loro posto. Lui si era allontanato e non li avrebbe più rivisti. Gli veniva in mente, chissà perché, la cena voluta dal dottor Antonio Paschetto il Capodanno del ‘99. Il medico era appena stato nomi- nato cavaliere e aveva invitato tutti alla “Testa Grigia”. Che serata! Il Vallino, il sotto-prefetto Santini, il professor Barbero, il dottor Bona, don Antonio Simonetti e gli onorevoli Marco Pozzo, Corradino Sella e Giovanni Battista Serralunga. Erano la sua gente. Si trovava bene con quelle persone così distinte, anche se lui non era biellese di nascita. Lo avevano accolto perchè era un brav’uomo, perchè gli affari erano affari, ma senza astio né cattiveria. A Biella non gli mancava quasi mai il suo villaggio, San Salvatore Monferrato, ma adesso che, trascinato dalla corrente, stava andando alla deriva verso il niente, gli mancava tutto, anche il paesello natio. Di chi o di che cosa si sarebbe dovuto ancora rammentare? Caterina e Annita erano lì con lui, o si sforzava di pensarlo. Ma gli altri? Beh, meritava un saluto un certo Giuseppe Garibaldi. Era stato con lui nel ‘67 nella fallimentare campagna nell’Agro Romano. Lo aveva seguito a Mentana, ma il suo contributo al Risorgimento era finito là, con una sconfitta. Del Generale, però, aveva difeso sempre la memoria. Tanto da scriverlo sul giornale quando quei baciapile di “Biella Cattolica” gli avevano dato del frammassone solo perché era andato a Caprera per onorarne le spoglie nel decennale dal trapasso. Si era recato sull’isola per conto del Comune di Biella e aveva avuto modo di parlare al figlio di Giuseppe, il generale Menotti Garibaldi. Gli aveva consegnato il messaggio del sindaco e gli aveva detto che aveva varcato il mar Tirreno per “portare un fiore, mesto ricordo, sulla tomba che racchiude la salma dell’Uomo che fu il primo Patriota d’Italia, il più virtuoso cittadino, il più ardito ed impareggiabile guerriero del secolo”. Ammirava l’Eroe dei Due Mondi, specialmente adesso che aveva da poco messo piede sul secondo “mondo” e che si apprestava a andare all’altro. “Tali sentimenti li manterrò sino all’ultimo alito di mia vita”, aveva fatto pubblicare su “L’Eco dell’Industria” nel giugno del ‘92. Il momento era giunto e stava mantenendo il suo proposito. Avrebbe potuto morire nel 1867, senza Caterina e senza Annita (il suo nome era un ulteriore tributo a Gari- baldi), con in corpo una palla sparata da uno chassepot francese. Che ironia! Quei fucili, che poi non erano affatto un granché, vantavano un innovativo sistema di otturazione fatto di gomma e lui si spegneva nel bel mezzo del più grande giacimento mondiale di gomma. Ma la guerra non gli era mai andata a genio. I feriti lo avevano impressionato più dei morti. Forse è stato per quella ragione che si era speso tanto per la Croce Rossa non appena aveva aperto a Biella un’attivissima sotto-sezione. E’ il crepuscolo. Era stato facile raggiungere Manaus, ma sarebbe stato impossibile andarsene. Ma lui, senza saperlo, aveva iniziato a morire già sulla nave, il piroscafo “Colombo” che da Genova, facendo scalo in Spagna, in Marocco, a Lisbona e a Madera, aveva superato l’Atlantico attraccando dalle parti di Santana, nel Parà, sull’immenso delta. Da lì la stessa nave aveva risalito il Rio delle Amazzoni fino a Obidos e, infine, alla meta, ai primi di aprile. Molti dei settecento passeggeri si erano già ammalati nel viaggio, nelle soste lungo il fiume. Anche Egidio Calderini che, però, riuscì a sbarcare e a illudersi. La sera in cui ripercorse la sua vita prima di lasciarla era quella del 1° maggio. Il suo sogno brasiliano durò meno di un mese. E pensare che, appena sceso dal vapore e senza che il pericolo fosse ancora scam- pato, aveva scritto a un amico: “Vieni qui con centomila lire; fra un anno e forse meno ne porterai a Biella duecentomila, se salvi la pelle. A tutt’oggi sono 18 i morti dei miei compagni di viaggio fatto sulla nave Colombo: il 19 sta qui spirando ora fra le mie braccia: ciò non è confortante... arrivederci”. Invece era un addio. Danilo Craveia 

Furono questi, forse, gli ultimi pensieri di Egidio Calderini. All’alba di un nuovo secolo il sole tramontava sul Rio delle Amazzoni. La città di Manaus si trova appena sotto l’Equatore e lì è sempre estate, anche alla fine di aprile. Gli mancavano gli autunni e gli inverni di Biella? Gli alberi che mutavano colore e che si coprivano di neve? Anche senza alzarsi dal letto sapeva che sulle sponde di quel mostro d’acqua scura e dorata c’erano piante sempre verdi e fiori splendidi, ma quel quadro non cambiava mai e a lui quell’immutabilità non piaceva. Tante domande e poche risposte, dubbi e ricordi, tristezze e nostalgie, soprattutto per Caterina e per la piccola Annita. Non gli restava che ricapitolare, con quel poco di lucidità che gli rimaneva e con la morte che incombeva, per dar conto a sé stesso di come una vita possa, al di fuori di qualsiasi logica previsione, attraversare un oceano, blu, per poi arenarsi subito sulle rive fangose di un fiume che sembrava un mare in mezzo a un altro oceano, di smeraldo. Di che cosa stava morendo? “Paludismo” o “febre amarela”? I medici la chiamavano così, la sua malattia. Ma qual era? Una delle due: malaria o febbre gialla. Ma che cosa importava, ormai. In quelle lande umide e calde la prima imperversava a per anni, la seconda era endemica. Eppure quello non poteva essere un posto così sperduto. Ci era andato anche Caruso. Aveva cantato al teatro dell’opera il 7 gennaio 1897 per inaugurare quel tempio di marmo italiano progettato da un italiano. Manaus non era in capo al mondo e nemmeno così selvaggia. Lo aveva detto alla moglie e alla loro bambina per rassicurarle. Ma perché ci era venuto? Per la gomma? Certo, il cuore dell’Amazzonia era la capitale del caoutchouc. Ma lui non era arrivato così lontano per il prezioso lattice della Hevea brasiliensis. La sua idea era diversa e nemmeno così strampalata: quella città stava esplodendo nello spazio e nel tempo. Sempre più case e palazzi, sempre più futuro. E una città che esplode ha bisogno di cemento. Egidio Calderini, l’uomo agonizzante a novemila chilometri da casa, avrebbe portato il cemento a Manaus. Ma quale cemento? Il migliore, quello monferrino. Rappresentava o no la “Giuseppe Cerrano & Compagni” di Casale Monferrato? Una grande azienda moderna, la prima ad avere ben due forni Dietzsch. Era partito per quella nuova avventura, la più importante della sua vita, con l’entusiasmo di sempre, con la speranza di sempre, con la voglia di successo di sempre. Aveva alle spalle una ditta solida (non poteva che essere solida una fabbrica di cemento) e non avrebbe fallito. Sarebbe morto, invece, senza poter dimostrare che la sua scelta non era azzardata né disperata. Tra l’altro, lui di calce e di cementi se ne intendeva e con il signor Cerrano si erano capiti subito. Gli aveva spiegato che nel giugno del 1887 aveva avviato a Torino una società in nome collettivo con l’ingegner Valentino Bozzalla, la “Calderini e Bozzalla” per l’appunto, con un capitale di 15.000 lire conferiti da lui medesimo. Lo smercio di calce, cemento e materiali edili aveva dato buoni profitti e la ragione sociale si era sciolta alla scadenza prevista (marzo 1890) con reciproca soddisfazione. Il signor Cerrano ne era al corrente e sapeva anche che Egidio Calderini non era uno sprovveduto come agente di commercio. E che cos’altro gli era capitato di vendere? Qualche casa, di tanto in tanto, ma più che altro vino. Come sarebbe stato bello e buono un bicchiere di quel vino, sorseggiato di fronte a quel tramonto amazzonico che preludeva alle tenebre. Ma le sue tenebre sarebbero arrivate prima che qualcuno potesse pensare di esportare a Manaus il nettare dei grappoli delle tenuta del Marchese Rudinì. Era il 1895. A Biella furono una vera novità quel nero d’Avola e quel syrah prodotti a Pachino. Era stato in Sicilia e si era innamorato, così aveva voluto far assaggiare quei vini ai suoi tanti amici di Biella. Da lì era nato un business. Ecco gli amici... Dove erano adesso? Essi erano al loro posto. Lui si era allontanato e non li avrebbe più rivisti. Gli veniva in mente, chissà perché, la cena voluta dal dottor Antonio Paschetto il Capodanno del ‘99. Il medico era appena stato nomi- nato cavaliere e aveva invitato tutti alla “Testa Grigia”. Che serata! Il Vallino, il sotto-prefetto Santini, il professor Barbero, il dottor Bona, don Antonio Simonetti e gli onorevoli Marco Pozzo, Corradino Sella e Giovanni Battista Serralunga. Erano la sua gente. Si trovava bene con quelle persone così distinte, anche se lui non era biellese di nascita. Lo avevano accolto perchè era un brav’uomo, perchè gli affari erano affari, ma senza astio né cattiveria. A Biella non gli mancava quasi mai il suo villaggio, San Salvatore Monferrato, ma adesso che, trascinato dalla corrente, stava andando alla deriva verso il niente, gli mancava tutto, anche il paesello natio. Di chi o di che cosa si sarebbe dovuto ancora rammentare? Caterina e Annita erano lì con lui, o si sforzava di pensarlo. Ma gli altri? Beh, meritava un saluto un certo Giuseppe Garibaldi. Era stato con lui nel ‘67 nella fallimentare campagna nell’Agro Romano. Lo aveva seguito a Mentana, ma il suo contributo al Risorgimento era finito là, con una sconfitta. Del Generale, però, aveva difeso sempre la memoria. Tanto da scriverlo sul giornale quando quei baciapile di “Biella Cattolica” gli avevano dato del frammassone solo perché era andato a Caprera per onorarne le spoglie nel decennale dal trapasso. Si era recato sull’isola per conto del Comune di Biella e aveva avuto modo di parlare al figlio di Giuseppe, il generale Menotti Garibaldi. Gli aveva consegnato il messaggio del sindaco e gli aveva detto che aveva varcato il mar Tirreno per “portare un fiore, mesto ricordo, sulla tomba che racchiude la salma dell’Uomo che fu il primo Patriota d’Italia, il più virtuoso cittadino, il più ardito ed impareggiabile guerriero del secolo”. Ammirava l’Eroe dei Due Mondi, specialmente adesso che aveva da poco messo piede sul secondo “mondo” e che si apprestava a andare all’altro. “Tali sentimenti li manterrò sino all’ultimo alito di mia vita”, aveva fatto pubblicare su “L’Eco dell’Industria” nel giugno del ‘92. Il momento era giunto e stava mantenendo il suo proposito. Avrebbe potuto morire nel 1867, senza Caterina e senza Annita (il suo nome era un ulteriore tributo a Gari- baldi), con in corpo una palla sparata da uno chassepot francese. Che ironia! Quei fucili, che poi non erano affatto un granché, vantavano un innovativo sistema di otturazione fatto di gomma e lui si spegneva nel bel mezzo del più grande giacimento mondiale di gomma. Ma la guerra non gli era mai andata a genio. I feriti lo avevano impressionato più dei morti. Forse è stato per quella ragione che si era speso tanto per la Croce Rossa non appena aveva aperto a Biella un’attivissima sotto-sezione. E’ il crepuscolo. Era stato facile raggiungere Manaus, ma sarebbe stato impossibile andarsene. Ma lui, senza saperlo, aveva iniziato a morire già sulla nave, il piroscafo “Colombo” che da Genova, facendo scalo in Spagna, in Marocco, a Lisbona e a Madera, aveva superato l’Atlantico attraccando dalle parti di Santana, nel Parà, sull’immenso delta. Da lì la stessa nave aveva risalito il Rio delle Amazzoni fino a Obidos e, infine, alla meta, ai primi di aprile. Molti dei settecento passeggeri si erano già ammalati nel viaggio, nelle soste lungo il fiume. Anche Egidio Calderini che, però, riuscì a sbarcare e a illudersi. La sera in cui ripercorse la sua vita prima di lasciarla era quella del 1° maggio. Il suo sogno brasiliano durò meno di un mese. E pensare che, appena sceso dal vapore e senza che il pericolo fosse ancora scam- pato, aveva scritto a un amico: “Vieni qui con centomila lire; fra un anno e forse meno ne porterai a Biella duecentomila, se salvi la pelle. A tutt’oggi sono 18 i morti dei miei compagni di viaggio fatto sulla nave Colombo: il 19 sta qui spirando ora fra le mie braccia: ciò non è confortante... arrivederci”. Invece era un addio. Danilo Craveia