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Il testamento di Gio. Batta Gamba. Le cose e l’anima

Il testamento di Gio. Batta Gamba. Le cose e l’anima
Eventi e Cultura 14 Febbraio 2016 ore 12:23

“Io Giacomo Bonino di comisione e volontà di messer Gio. Batta Gamba ho scritto questa scritura di parola in parola secondo che è andato disponendo, et di suo ordine sottoscritomi per testimonio”. Gli altri testimoni si chiamavano Alberto Albertini, Giovanni e Matteo Moglia. Erano circa le 24, ovvero tra il crepuscolo e il buio. A quel tempo, in Italia, l’inizio e la fine del giorno si calcolavano dal tramonto e solo l’avvento della “ora di Francia” alla fine del Settecento assestò il computo delle ore come lo intendiamo oggi. Il 1635 si avviava alla fine e, da lì a poche ore, sarebbe iniziato il 1636. Il compito dei testi era terminato. Potevano lasciare il capezzale del Gamba morente, uscire dalla casa di Agostino Borra, nella quale il testatore abitava, e tornare alle proprie. Non si erano sottratti alla richiesta di un “indisposto”, probabilmente loro conoscente se non amico, che voleva dettare le sue ultime volontà, ma era pur sempre la sera di San Silvestro e lì non c’era altro che richiedesse la loro presenza. O, forse, non ebbero cuore di lasciare quella famiglia in un momento così difficile. Magari rimasero nella stanza accanto o in cucina, a tenere compagnia ai congiunti del malato, in attesa che arrivasse il cerusico o il medico. Poi, se non ci fosse stato più nulla da fare, sarebbe stata la volta del prete. In realtà non sappiamo come andarono le cose né se quella sia stata l’ultima notte di Giovanni Battista Gamba o se si sia ripreso dal suo malanno. L’unica certezza è ciò che abbiamo davanti: il suo testamento, vergato dal pugno di Giacomo Bonino. Lo storico francese Philippe Ariès ha aperto una via di grande interesse orientando i suoi studi sulla fenomenologia della morte dei singoli individui, ma anche sugli atteggiamenti delle famiglie e della società. Studiare la morte e ciò che la circonda aiuta a ricavare dati e informazioni sulla vita degli uomini. Ariès, nel suo “Essais sur l’histoire de la mort en occident: du Moyen Age à nos jours”, ci ha insegnato a guardare attraverso i  documenti meno accattivanti e “macabri”, come i testamenti, quasi fossero finestre oltre la quali poter osservare epoche remote, capire i comportamenti dei nostri antenati e cogliere le tracce dei loro pensieri, delle loro paure, delle loro emozioni. Quanto avvenuto in quella notte d’inverno di quattro secoli fa o, meglio, la sua testimonianza scritta, può essere uno degli strumenti di conoscenza indicati da Ariès. Il breve testo redatto dal Bonino è, in primis, il vero e proprio “Inventario delli mobili, et robbe” appartenenti all’uomo che giaceva nel cubicolo. L’esame di quell’elenco può dirci qualcosa di Giovanni Battista Gamba. La lista si apre con “n° noue pezzi di stagno”, tra “piatti e tondi, con più un bocale di stagno”. Queste stoviglie non erano nella casa, bensì presso frate Diego che le custodiva nel convento di San Francesco di Biella. Al religioso erano stati affidati anche una “cazza d’arame” (un cassul, ovvero un mestolo di rame) con alcune altre “misure di boscho et di tola”. Il Gamba aveva poi diritto su un terzo del legname reperibile sulla “praderia del Signor Barile” e poteva contare su un credito di 22 ducatoni verso il padrone di casa, Agostino Borra, come da polizza in suo possesso. Un’altra fonte di reddito (a quel punto probabilmente postuma) era la partecipazione del Gamba a una non meglio identificata società che nello scritto è definita semplicemente “soi Compagni”. Al testatore sarebbe spettato circa un sesto dei guadagni realizzati in una operazione non specificata che aveva come committente la “armata”. E’ possibile che la “Compagnia” di cui il moribondo faceva parte si fosse aggiudicata una qualche fornitura militare. Nella disordinata e sofferta concitazione del momento, Giovanni Battista Gamba forse non fu in grado di dare una sequenza logica all’elencazione delle sue proprietà. In effetti, subito dopo i titoli di credito e senza distinzione di sorta, iniziò la descrizione di oggetti di uso quotidiano, a partire dal letto in cui si trovava. Letto “di piuma con suo cusino bono, e più una coperta catalogna vechia, e più una coperta di tela sopra il letto, e più una pagliazza, e più una lettera di noce con sue colone tornite”. Nel leggere le righe seguenti pare quasi di vedere il povero Gio. Batta guardarsi intorno, mentre riconosceva le sue cose una ad una, per dare ad esse un nome e, alla fine, un destino. Con gli occhi febbricitanti dell’ammalato scopriamo il suo ambiente domestico, la sua quotidianità: “due casie di pobia, una grande altra picola... una tavola picola con 4 gambe... due cattene da focho di ferro...”, e un paiolo, una padella, un “sedelino”, tutti di rame. Una zappa in buono stato. Un “bolanzone” (qualunque cosa sia). Quindi è la volta delle derrate. Nove emine di meliga rossa, tre emine di formentone. Poi altre componenti dell’arredo e del corredo, tra cui “n° doi linzoli, n° dodeci mantilotti.” Sembra che il Gamba stesse facendo mente locale, per come la malattia glielo consentiva. Pare fosse un po’ confuso. O, forse, stava scandendo i suoi averi camera per camera, secondo un ordine del quale resteremo per sempre all’oscuro. Sta di fatto che il prosieguo dell’inventario tramanda “vinti fizoli di filo di dieci” e “lire quindeci rista di dodeci” (“dieci” e “dodeci” potrebbero indicare il titolo dei filati). Le ultime quattro voci riguardano “doi tellari per far tela tutti forniti con sue ligadure, et più un ordiora con sua gabia” e infine, sfinito, il poveraccio si ricordò anche di quel terreno “seminato a segla” (quattro stara, ovvero circa 1.830 mq) che aveva “nella sua possessione in campagna” nella zona denominata Crosa. E mancava ancora quel “pocho di fieno di rista sopra la cusina”. Ma il Gamba era un osso duro. Non era passato a miglior vita nè aveva perso conoscenza. Stava solo prendendo fiato. Non era un riccone, ma neppure un misero, dunque il fidato Bonino avrebbe dovuto tenere la penna in mano ancora per un po’. Ed è così che possiamo scoprire che il Giovan Battista era sposato (ma senza figli) e che voleva bene alla sua Elisabetta. I fratelli della donna gli avevano consegnato la dote (cinquanta scudi) e il Gamba volle renderglieli (destinandole i 22 ducatoni di credito verso il Borra), per garantirle qualche mezzo di sussistenza, aggiungendo altre venti lire e tutta la biancheria non inserita nel novero di cui sopra. Sistemata la consorte fu il turno di un cugino omonimo, cui furono riservati i due telai, l’orditoio e tutta la segala del campo alla Crosa. Il Gamba fece verbalizzare anche un suo debito (di un ducatone) verso Giovanni Battista Viana e il conto aperto presso il farmacista Gambarova per i “medicamenti”. Lo stesso Gamba non si dimenticò del fratello Milano e di un suo nipote. A loro assegnò, come usufruttuari, il terreno coltivato a segala. Ma più di tutto era la salvezza dell’anima a essere importante, e l’azione salvifica verso se stessi era direttamente proporzionale alla beneficenza disposta a favore di realtà ritenute degne di ricevere i beni terreni di chi si preparava a separarsene. Ecco perché Giovanni Battista Gamba chiamò erede universale la Confraternita della Santissima Trinità di Biella. Il testatore non era un affiliato (il fratello Milano invece sì), ma il sodalizio che si riuniva nella bella chiesa che sorgeva, e sorge, dietro Santa Maria del Piano (l’attuale duomo) gli ispirava fiducia. Essere generoso con i generosi che avevano impiantato e che gestivano l’Ospedale degli Infermi di Biella, nel caseggiato attiguo alla chiesa stessa, gli dava la speranza di ottenere il migliore dei viatici. La confraternita si sarebbe occupata della sua sepoltura e gli avrebbe garantito sei messe di suffragio all’anno. Il Gamba, “caso Dio lo chiami in Cielo nella presente malatia” aveva organizzato tutto e, per quanto possibile, doveva sentirsi pronto.

Danilo Craveia

“Io Giacomo Bonino di comisione e volontà di messer Gio. Batta Gamba ho scritto questa scritura di parola in parola secondo che è andato disponendo, et di suo ordine sottoscritomi per testimonio”. Gli altri testimoni si chiamavano Alberto Albertini, Giovanni e Matteo Moglia. Erano circa le 24, ovvero tra il crepuscolo e il buio. A quel tempo, in Italia, l’inizio e la fine del giorno si calcolavano dal tramonto e solo l’avvento della “ora di Francia” alla fine del Settecento assestò il computo delle ore come lo intendiamo oggi. Il 1635 si avviava alla fine e, da lì a poche ore, sarebbe iniziato il 1636. Il compito dei testi era terminato. Potevano lasciare il capezzale del Gamba morente, uscire dalla casa di Agostino Borra, nella quale il testatore abitava, e tornare alle proprie. Non si erano sottratti alla richiesta di un “indisposto”, probabilmente loro conoscente se non amico, che voleva dettare le sue ultime volontà, ma era pur sempre la sera di San Silvestro e lì non c’era altro che richiedesse la loro presenza. O, forse, non ebbero cuore di lasciare quella famiglia in un momento così difficile. Magari rimasero nella stanza accanto o in cucina, a tenere compagnia ai congiunti del malato, in attesa che arrivasse il cerusico o il medico. Poi, se non ci fosse stato più nulla da fare, sarebbe stata la volta del prete. In realtà non sappiamo come andarono le cose né se quella sia stata l’ultima notte di Giovanni Battista Gamba o se si sia ripreso dal suo malanno. L’unica certezza è ciò che abbiamo davanti: il suo testamento, vergato dal pugno di Giacomo Bonino. Lo storico francese Philippe Ariès ha aperto una via di grande interesse orientando i suoi studi sulla fenomenologia della morte dei singoli individui, ma anche sugli atteggiamenti delle famiglie e della società. Studiare la morte e ciò che la circonda aiuta a ricavare dati e informazioni sulla vita degli uomini. Ariès, nel suo “Essais sur l’histoire de la mort en occident: du Moyen Age à nos jours”, ci ha insegnato a guardare attraverso i  documenti meno accattivanti e “macabri”, come i testamenti, quasi fossero finestre oltre la quali poter osservare epoche remote, capire i comportamenti dei nostri antenati e cogliere le tracce dei loro pensieri, delle loro paure, delle loro emozioni. Quanto avvenuto in quella notte d’inverno di quattro secoli fa o, meglio, la sua testimonianza scritta, può essere uno degli strumenti di conoscenza indicati da Ariès. Il breve testo redatto dal Bonino è, in primis, il vero e proprio “Inventario delli mobili, et robbe” appartenenti all’uomo che giaceva nel cubicolo. L’esame di quell’elenco può dirci qualcosa di Giovanni Battista Gamba. La lista si apre con “n° noue pezzi di stagno”, tra “piatti e tondi, con più un bocale di stagno”. Queste stoviglie non erano nella casa, bensì presso frate Diego che le custodiva nel convento di San Francesco di Biella. Al religioso erano stati affidati anche una “cazza d’arame” (un cassul, ovvero un mestolo di rame) con alcune altre “misure di boscho et di tola”. Il Gamba aveva poi diritto su un terzo del legname reperibile sulla “praderia del Signor Barile” e poteva contare su un credito di 22 ducatoni verso il padrone di casa, Agostino Borra, come da polizza in suo possesso. Un’altra fonte di reddito (a quel punto probabilmente postuma) era la partecipazione del Gamba a una non meglio identificata società che nello scritto è definita semplicemente “soi Compagni”. Al testatore sarebbe spettato circa un sesto dei guadagni realizzati in una operazione non specificata che aveva come committente la “armata”. E’ possibile che la “Compagnia” di cui il moribondo faceva parte si fosse aggiudicata una qualche fornitura militare. Nella disordinata e sofferta concitazione del momento, Giovanni Battista Gamba forse non fu in grado di dare una sequenza logica all’elencazione delle sue proprietà. In effetti, subito dopo i titoli di credito e senza distinzione di sorta, iniziò la descrizione di oggetti di uso quotidiano, a partire dal letto in cui si trovava. Letto “di piuma con suo cusino bono, e più una coperta catalogna vechia, e più una coperta di tela sopra il letto, e più una pagliazza, e più una lettera di noce con sue colone tornite”. Nel leggere le righe seguenti pare quasi di vedere il povero Gio. Batta guardarsi intorno, mentre riconosceva le sue cose una ad una, per dare ad esse un nome e, alla fine, un destino. Con gli occhi febbricitanti dell’ammalato scopriamo il suo ambiente domestico, la sua quotidianità: “due casie di pobia, una grande altra picola... una tavola picola con 4 gambe... due cattene da focho di ferro...”, e un paiolo, una padella, un “sedelino”, tutti di rame. Una zappa in buono stato. Un “bolanzone” (qualunque cosa sia). Quindi è la volta delle derrate. Nove emine di meliga rossa, tre emine di formentone. Poi altre componenti dell’arredo e del corredo, tra cui “n° doi linzoli, n° dodeci mantilotti.” Sembra che il Gamba stesse facendo mente locale, per come la malattia glielo consentiva. Pare fosse un po’ confuso. O, forse, stava scandendo i suoi averi camera per camera, secondo un ordine del quale resteremo per sempre all’oscuro. Sta di fatto che il prosieguo dell’inventario tramanda “vinti fizoli di filo di dieci” e “lire quindeci rista di dodeci” (“dieci” e “dodeci” potrebbero indicare il titolo dei filati). Le ultime quattro voci riguardano “doi tellari per far tela tutti forniti con sue ligadure, et più un ordiora con sua gabia” e infine, sfinito, il poveraccio si ricordò anche di quel terreno “seminato a segla” (quattro stara, ovvero circa 1.830 mq) che aveva “nella sua possessione in campagna” nella zona denominata Crosa. E mancava ancora quel “pocho di fieno di rista sopra la cusina”. Ma il Gamba era un osso duro. Non era passato a miglior vita nè aveva perso conoscenza. Stava solo prendendo fiato. Non era un riccone, ma neppure un misero, dunque il fidato Bonino avrebbe dovuto tenere la penna in mano ancora per un po’. Ed è così che possiamo scoprire che il Giovan Battista era sposato (ma senza figli) e che voleva bene alla sua Elisabetta. I fratelli della donna gli avevano consegnato la dote (cinquanta scudi) e il Gamba volle renderglieli (destinandole i 22 ducatoni di credito verso il Borra), per garantirle qualche mezzo di sussistenza, aggiungendo altre venti lire e tutta la biancheria non inserita nel novero di cui sopra. Sistemata la consorte fu il turno di un cugino omonimo, cui furono riservati i due telai, l’orditoio e tutta la segala del campo alla Crosa. Il Gamba fece verbalizzare anche un suo debito (di un ducatone) verso Giovanni Battista Viana e il conto aperto presso il farmacista Gambarova per i “medicamenti”. Lo stesso Gamba non si dimenticò del fratello Milano e di un suo nipote. A loro assegnò, come usufruttuari, il terreno coltivato a segala. Ma più di tutto era la salvezza dell’anima a essere importante, e l’azione salvifica verso se stessi era direttamente proporzionale alla beneficenza disposta a favore di realtà ritenute degne di ricevere i beni terreni di chi si preparava a separarsene. Ecco perché Giovanni Battista Gamba chiamò erede universale la Confraternita della Santissima Trinità di Biella. Il testatore non era un affiliato (il fratello Milano invece sì), ma il sodalizio che si riuniva nella bella chiesa che sorgeva, e sorge, dietro Santa Maria del Piano (l’attuale duomo) gli ispirava fiducia. Essere generoso con i generosi che avevano impiantato e che gestivano l’Ospedale degli Infermi di Biella, nel caseggiato attiguo alla chiesa stessa, gli dava la speranza di ottenere il migliore dei viatici. La confraternita si sarebbe occupata della sua sepoltura e gli avrebbe garantito sei messe di suffragio all’anno. Il Gamba, “caso Dio lo chiami in Cielo nella presente malatia” aveva organizzato tutto e, per quanto possibile, doveva sentirsi pronto.

Danilo Craveia