Il Babi, le origini

Il Babi, le origini
Eventi e Cultura 23 Febbraio 2012 ore 10:35

A Carnevale, a Biella, si cattura, si processa e si brucia ritualmente “il Babi”, un rospo. È risaputo come la ricomparsa annuale, in primavera, degli animali del letargo quali la rana e il rospo e la loro stretta rassomiglianza con il feto umano enfatizzino ulteriormente le loro associazioni con la rigenerazione.

 Alcuni recenti studi condotti in Europa da archeologi americani mettono in evidenza come l’arte neolitica abbia modellato migliaia di ibridi donna-rana. In molti siti neolitici, sono state rinvenute piccole dee a forma di rana incise su pietra verde o nera; lo stesso soggetto appare in rilievo sui vasi o sulle pareti dei templi. Si tratta di una costante osservabile nei rilevamenti della cultura Cucuteni (Romania, 4.500-4.400 a.C.) ed anche in diverse statuette quali l’emblematica terracotta neolitica raffigurante la dea-rana, risalente alla metà del VI secolo a.C., ritrovata a Hacilar, in Turchia occidentale. Inoltre, è risaputo che “Heket”, la rana, era venerata dagli Egizi come madre primordiale di ogni esistenza. Intorno al 3.100 a.C., nel primo periodo predinastico, essa veniva rappresentata come una donna con la testa di rana, oppure come una rana o un rospo che impersonava la dea: il suo geroglifico era “rana”. “Heket presiedeva la fecondità e la rigenerazione post mortem. Il suo corrispettivo greco è “Baubo”, probabilmente una balia, mentre quello sumerico è “Bau”, nota anche come “Baba”. “Bau” era la dea sumera della medicina e della salute. Alcune lingue europee hanno la radice “bau” o “bo” nei nomi di rospi, streghe e funghi. In Lituania, “baubas” e “bauba” sono nomi di una strega terribile o di un mostro. Secondo studi recenti, avvalorati da significativi  ritrovamenti archeologici, questi termini riflettono i nomi della dea della morte e della rigenerazione, trasformata successivamente in un demone. In Francia, i vocaboli “bo” (nella provincia dell’alta Saona), “botet” (nella Loira) e “bot” significano “rospo”, al pari del “Babi” biellese.
Giovanni Savio