I quartieri, dalla nascita fino alla cancellazione

25 Marzo 2010 ore 10:52

(24 mar) “La libertà non è star sopra un albero…, libertà è partecipazione” cantava Giorgio Gaber nel 1972 quando a Biella si cominciò a parlare di quartieri. Aleggiava ancora nella vasta provincia italiana un clima da Peppone e don Camillo: da un lato la parrocchia, dall’altro il circolo dei compagni. In città era sempre viva la rivalità un po’ rissosa fra quelli di Riva e quelli del Vernato. “La libertà non è star sopra un albero…, libertà è partecipazione” cantava Giorgio Gaber nel 1972 quando a Biella si cominciò a parlare di quartieri. Aleggiava ancora nella vasta provincia italiana un clima da Peppone e don Camillo: da un lato la parrocchia, dall’altro il circolo dei compagni. In città era sempre viva la rivalità un po’ rissosa fra quelli di Riva e quelli del Vernato.
La partecipazione era un concetto astratto. C’erano gli oratori, gli asili infantili, le bocciofile, le polisportive e i comitati di carnevale dove molti si davano da fare. Ognuno però impegnato a far spallate con l’altro per ottenere dal Comune un riconoscimento: le solite quattro lire e “il patrocinio”, cioè il diritto di mettere lo stemma della città sul manifesto della fagiolata o della corsa podistica. Salvo poi scoprire che il problema del doposcuola, del bus che non arrivava, del parco giochi e della palestra che mancavano, interessava tutti.
A Biella i primi a rendersene conto furono gli abitanti del Villaggio La Marmora, l’ultimo nato fra i rioni cittadini. Spuntato dai prati della pianura all’inizio del secolo scorso, il Villaggio – allora lo si chiamava semplicemente così – aveva conosciuto nel primo dopoguerra una crescita dirompente grazie all’edilizia popolare che aveva attratto una folla di immigrati difficile da inserire e amalgamare.
La parrocchia non bastava più, anche se fu proprio da lì che prese vita il primo comitato di quartiere spontaneo, generato da assemblee dove si discuteva soprattutto di scuola e di bambini. Un formidabile laboratorio di partecipazione politica che aprì la strada ad altre esperienze. Nacquero quasi subito comitati analoghi in altri quartieri dove la partecipazione veniva stimolata dagli stessi problemi ma anche e più banalmente dallo spirito campanilistico con cui la gente aveva accolto il Palio dei rioni, una gara che faceva il verso a quella televisiva dei “Giochi senza frontiere”. La “partecipazione” portò presto alcuni rappresentanti di quartiere a mettere il naso nei santuari della politica cittadina, a partire da palazzo Oropa. La trasformazione dei comitati spontanei in organi istituzionali (inizio anni Ottanta) con tanto di elezioni collegate a quelle comunali, portò invece alla proliferazione dei consigli e a una certa burocratizzazione. Al Villaggio La Marmora c’erano mille problemi da proporre all’amministrazione. Al Favaro e al Vandorno ce n’erano altri. Altri ancora a Chiavazza, a Vaglio o in quell’angolino isolato che è l’Oremo. In altre zone della città il “decentramento” rischiava invece di essere ridicolo. Che senso ha un quartiere Centro? Il centro non è un quartiere, è la città, non ha bisogno di un proprio organismo elettivo a cui delegare al massimo l’organizzazione di una fagiolata.
Così, divisi in ben dieci circoscrizioni, i 15 quartieri in cui si riteneva composto il variegato territorio comunale che va dal Mucrone alla pianura hanno subito sofferto di una crisi di identità. Alcuni si sono mossi un po’ goffamente, senza saper bene cosa fare.
A ridare loro un senso sono state di nuovo le aggregazioni spontanee, come quelle dei genitori, che avevano istanze e proposte concrete da porre e hanno trovato nei consigli un punto di riferimento e quindi un tramite diretto con l’amministrazione comunale. Non a caso l’impegno più importante dei quartieri riguardava i centri estivi e i centri anziani.
Trovata una dimensione e un’identità, i quartieri sono stati tolti di mezzo con un’altra decisione calata dall’alto proprio nel momento in cui cominciavano a funzionare. Valeva la pena? Si è davvero risparmiato? Cosa si è tolto e cosa si è guadagnato?
In Riva, dice l’ultimo presidente Paolo Robazza, attuale consigliere comunale nel Pdl, trent’anni di quartiere sono stati un’esperienza positiva. Di buono è rimasto l’Ente manifestazioni che, nato sotto la chioccia del quartiere, è ormai un’associazione a sé. Ha “ereditato” la sede di piazza del Monte, a disposizione anche di altre associazioni, e lavora benissimo. Organizza, tra l’altro, i mercatini dell’antiquariato, che restano un evento importante per l’intera città. «Cosa è venuto a mancare? In pratica molto poco. Per le piccole questioni la gente continua a fare riferimento a me, sa che sono in Comune e quello che facevo prima come presidente del quartiere continuo a farlo come consigliere. Un risparmio? Non credo. Prima il quartiere faceva da filtro togliendo un po’ di lavoro agli uffici comunali che adesso se lo ritrovano. Alla fine penso che la spesa sia la stessa».
Ma costavano così tanto i consigli di quartiere? «No, erano bazzecole» ammette il nuovo assessore al decentramento Ezio Mazzoli, che prima di diventare consigliere comunale è stato a lungo presidente del suo quartiere, l’Oremo, poi accorpato a Vandorno e Barazzetto. Il presidente aveva un’indennità di 280 euro mensili. Per i piccoli interventi ogni circoscrizione aveva una cifra fissa più una quota per abitante. Si andava dagli 8 mila euro annui per i quartieri più popolosi, ai 4 mila per i più piccoli.
«Un piccolo budget che serviva per finanziare qualche manifestazione o compiere interventi urgenti» ricorda Franco Salza, ultimo presidente del Favaro. «Svolgevamo anche un lavoro di tipo burocratico che adesso è tornato a carico degli uffici. Per i collegamenti è abbastanza normale che in questo anno molta gente abbia continuato a cercarmi. Ma ormai hanno imparato a rivolgersi al nuovo consigliere leghista Giacomo Moscarola che è disponibile, si dà da fare e tiene i collegamenti con il Comune».
A Cossila il punto di riferimento continua ad essere Doriano Raise, Pd, anche se è passato dalla maggioranza all’opposizione.
Anche al Villaggio La Marmora, punto di riferimento è un ex consigliere comunale, il comunista Toni Filoni che già si batteva con molta passione per il quartiere quando era a Palazzo Oropa in maggioranza, va d’accordo con il parroco e rimpiange i tempi i cui il mitico presidente Argo Corona girava di casa in casa a raccogliere le istanze dei residenti. «La mancanza di un consiglio di quartiere si sente eccome: dai problemi della scuola, ai contribuiti, alla collaborazione con la parrocchia, svolgeva una funzione importante. La sede veniva persino usata per le feste di compleanno dei bambini».
Già, l’utilizzo delle sedi, l’altro grosso “buco” lasciato dalla caduta dei quartieri. Una ferita ancora aperta e un grattacapo non da poco per la nuova amministrazione.

24 marzo 2010

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