Eventi e Cultura

Dove seppellire quel cadavere nella Marsaglia?

Dove seppellire quel cadavere nella Marsaglia?
Eventi e Cultura 24 Aprile 2016 ore 17:37

Pare che Michel Bornaynus di Ponderano fosse uno cui piaceva chiacchierare. Lo dimostrò anche venerdì 14 settembre 1319 davanti a monsignor Uberto Avogadro, vescovo di Vercelli. Prima di concludere la sua corposa deposizione non si trattenne dall’affermare che “non vult plus dicere quia satis dixit”, cioè che altro non voleva aggiungere perché aveva già detto abbastanza. Il che significava, al contrario, che volentieri avrebbe fatto mettere a verbale molte altre cose, ma davvero non era il caso... Poco prima, però, aveva speso un proverbio che, all’epoca, doveva essere noto a tutti (oggi un po’ meno): “barifola qui laxat et baronus qui tenet”. Il latino medievale non è una scienza esatta, ma si potrebbe forse azzardare una traduzione di questo tenore: “ciula chi molla e padrone chi tiene duro”. Il che, nel contesto degli eventi che lo videro implicato, aveva un suo fondo di buon senso, sebbene espresso in modo un po’ greve. La sua testimonianza non fu dissimile da quella degli altri di cui in seguito, ma in quella narrazione di sette secoli fa volle segnalare, per avvalorare il suo contributo alla causa, anche un episodio singolare quanto macabro. I suoi compaesani di Ponderano, lungo la strada che portava a Mongrando attraverso la baraggia della Marsaglia, si erano imbattuti nel cadavere di una donna. Nessuno sapeva chi fosse, da dove venisse, come e perché avesse trovato la morte in quella zona isolata. Presi da dubbi e timori decisero di darle sepoltura sul posto, ma a loro si opposero i mongrandesi che “iverunt ad cridam”, cioè con ferme proteste, per impedire che una sconosciuta avesse la tomba sul suolo di Mongrando. Il “Concilium sapienciorum” di Ponderano propose allora che il corpo fosse inumato nel mezzo della via. E così fu.

Morta ignota seppellita in sito non consacrato: di per sé un fatto piuttosto strano. Il tutto per una questione di confine: né di qua né di là, sentiero di tutti e terra di nessuno. Il tema dei confini è abbastanza di attualità, ma nel Medioevo non era necessario scomodare l’Africa e il Medio Oriente. Era più che sufficiente avanzare rivendicazioni su un territorio di qualche ettaro, compreso tra Ponderano, Borriana e Blatino, Occhieppo Inferiore e, appunto, Mongrando. In quella zona si estendeva la “baraçia” detta la Marsaglia. Su quelle boscaglie, su quelle brughiere, su quelle praterie lambite a occidente dall’Elvo avevano messo gli occhi e spesso anche i piedi e le zampe, le genti e le bestie di Biella e del Vernato. Per quelli di Mongrando si trattava di tener duro, di non mollare, per evitare di farsi sottrarre la terra e/o la giurisdizione su di essa. Quelle di Biella e del Vernato (che in quel tempo era ancora una comunità distinta, che si diede suoi statuti nel 1328, e che si unì a Biella solo nel 1421) erano pretese ingiuste e quella era una battaglia da combattere e vincere a tutti i costi, prima di tutto sul piano legale, onde evitare inutili spargimenti di sangue. Quelli di Mongrando designarono quindi un loro procuratore per muovere lite ai biellesi e ai vernatesi di fronte al vescovo di Vercelli, massima autorità non solo religiosa, ma anche civile di questo angolo di mondo illo tempore.

 

Fu, neanche a dirlo, un de Vineis, Giovannino, l’avvocato dei mongrandesi. Per Biella, invece, si presentò Guglielmo di Benelonga. Per il Vernato fu chiamato Antonio Turco. Si è conservata traccia documentaria di una serie di deposizioni di testi convocati dal de Vineis, cioè citati a deporre a favore di Mongrando. Il loquace Michel de Bornaynus era uno dei trentadue uomini che, poggiando la mano sulle Sacre Scritture, giurarono di dire la verità, soltanto la verità, nient’altro che la verità. Ovviamente la verità di Mongrando. I testi dovevano rispondere a trenta “capitoli”, ossia domande principali, e a tutti i quesiti posti loro dal supremo giudice. Le carte giudiziarie, di norma, non sembrano le più avvincenti da compulsare, ma è solo un pregiudizio. Queste, come molte altre, nascondono un vero tesoro. Di più, un affresco, una sequenza di illustrazioni di un livre d’heures. Non è chiaro come finì quella disputa e non è nemmeno noto quali più o meno valide argomentazioni opposero gli uomini di Biella e del Vernato. Ma quel che conta è il quadro che emerge dalla lettura di quegli atti. Aggirandosi oggi in quella porzione di Biellese si ha l’impressione di poter vedere qualcosa di quel paesaggio lontano. C’è una cascina nel mezzo dell’erba che porta il nome della baraggia di allora. A sud, verso la “Bexia” (Bessa) e la Serra, si apre un prato ampio dove all’inizio del Trecento “pascabant vachas, oves, porchos et capras”. Oltre la cortina di alberi, quella che sette secoli fa era una “frascheta”, si incontravano le terre del “Seniolio” (adesso c’è una bella cascina chiamata Seniolo). La memoria di quei testimoni rievocava eventi già remoti nel 1319. Qualcuno di loro aveva più di settant’anni, altri si fidavano dei ricordi dei padri, altri ancora riportavano parole udite da vecchi mongrandesi morti centenari.

Gente che rammentava la “Indulgentia” del 1300 (il primo Giubileo della Cristianità, quello indetto da Bonifacio VIII, quello di Dante e della sua “Comedia”), che aveva visto la cavalleria venire da Vercelli per prendere Mongrando nel 1283 e che aveva ancora in mente l’assedio di Matteo Visconti alla medesima Vercelli nel 1311 e la guerra di Salussola del 1312. La forza e la tradizione delle consuetudini compattavano i clan e li tramutavano in comuni, gli elementi notevoli del territorio segnavano i limiti delle stesse comunità, dei suoi pascoli e delle sue selve: il “guatum galine” (il guado della gallina), la “petra accuta”, la “clux Elevi” (una chiusa sull’Elvo), il “pratum episcopi” (il prato del vescovo) a nord del terreno baraggivo. Le distanze erano misurate a “balistratas” (il lancio di un dardo da balestra), il “fenum” tagliato e caricato sui “barociis”. I campari di Mongrando pattugliavano la zona con grande zelo e, nelle loro deposizioni, si vantavano delle loro requisizioni attuate nei confronti di chicchessia e, in modo speciale, di quegli insolenti profittatori di Biella e del Vernato che spesso mandavano i loro “mansnenghi” (pastorelli) a fare il lavoro più rischioso. Così si presero anche le mucche delle monache di Sant’Agata (dovettero sborsare 29 soldi per riscattarle), i buoi di quel tale, il castrone di quel tizio, la cavalla bianca di un altro incauto pizzicato a far brucare la giumenta sui foraggi altrui.

 

Le scene di questa piccola tragicommedia degli equivoci e degli sconfinamenti, degli abusi e dei soprusi, si vedevano nitide dall’altura della chiesa di San Lorenzo. Dietro l’abside, volgendo lo sguardo a est si godeva dello spettacolo vivente della “camparia” come in una miniatura di un codice. Non per niente ben due preti di Mongrando si portarono a Vercelli per testimoniare a loro volta. D’altro canto quei curati, don Giacomo e don Giacomino, riscuotevano la decima sulla popolazione che lavorava nella Marsaglia e non potevano permettersi di disperdere la loro più sicura fonte di reddito. Sul quel fondale mutevole nel ciclo delle stagioni, sempre solerti le guardie campestri percorrevano, “cum uno speto et spatula” (armati di spiedo e spada corta), quelle “sortes” seguendo i sentieri, i fossati e la “valliam” (roggia). I confini andavano vigilati, i termini lapidei fatti rispettare, i boschi salvati da asce forestiere. Girardo de Oliva, uno dei testi, disse di aver veduto “homines Mongrandi ire cum banderia illuc et dicebant usque huc est nostrum”: il vessillo al vento marcava la linea da non valicare perchè “fin qui è nostro”. E non si pignorava solo il bestiame, ma anche indumenti, coltelli e, come a un gragliese, un “falçono” (ossia una grossa falce). E Giovanni de Putheo di Ponderano dovette spogliarsi del suo “guascapo”, ovvero quel bascapun o vascapum (tipico mantello fatto di erbe) con cui gli antichi pastori biellesi si riparavano dalle intemperie. Enrico de Nibiono, pubblico notaio, diede l’ultima pennellata a quella tavola del primo XIV secolo apponendo il suo segno di tabellione in calce alle voci di quei nostri antenati che si contendevano la Marsaglia.

Danilo Craveia

Pare che Michel Bornaynus di Ponderano fosse uno cui piaceva chiacchierare. Lo dimostrò anche venerdì 14 settembre 1319 davanti a monsignor Uberto Avogadro, vescovo di Vercelli. Prima di concludere la sua corposa deposizione non si trattenne dall’affermare che “non vult plus dicere quia satis dixit”, cioè che altro non voleva aggiungere perché aveva già detto abbastanza. Il che significava, al contrario, che volentieri avrebbe fatto mettere a verbale molte altre cose, ma davvero non era il caso... Poco prima, però, aveva speso un proverbio che, all’epoca, doveva essere noto a tutti (oggi un po’ meno): “barifola qui laxat et baronus qui tenet”. Il latino medievale non è una scienza esatta, ma si potrebbe forse azzardare una traduzione di questo tenore: “ciula chi molla e padrone chi tiene duro”. Il che, nel contesto degli eventi che lo videro implicato, aveva un suo fondo di buon senso, sebbene espresso in modo un po’ greve. La sua testimonianza non fu dissimile da quella degli altri di cui in seguito, ma in quella narrazione di sette secoli fa volle segnalare, per avvalorare il suo contributo alla causa, anche un episodio singolare quanto macabro. I suoi compaesani di Ponderano, lungo la strada che portava a Mongrando attraverso la baraggia della Marsaglia, si erano imbattuti nel cadavere di una donna. Nessuno sapeva chi fosse, da dove venisse, come e perché avesse trovato la morte in quella zona isolata. Presi da dubbi e timori decisero di darle sepoltura sul posto, ma a loro si opposero i mongrandesi che “iverunt ad cridam”, cioè con ferme proteste, per impedire che una sconosciuta avesse la tomba sul suolo di Mongrando. Il “Concilium sapienciorum” di Ponderano propose allora che il corpo fosse inumato nel mezzo della via. E così fu.

Morta ignota seppellita in sito non consacrato: di per sé un fatto piuttosto strano. Il tutto per una questione di confine: né di qua né di là, sentiero di tutti e terra di nessuno. Il tema dei confini è abbastanza di attualità, ma nel Medioevo non era necessario scomodare l’Africa e il Medio Oriente. Era più che sufficiente avanzare rivendicazioni su un territorio di qualche ettaro, compreso tra Ponderano, Borriana e Blatino, Occhieppo Inferiore e, appunto, Mongrando. In quella zona si estendeva la “baraçia” detta la Marsaglia. Su quelle boscaglie, su quelle brughiere, su quelle praterie lambite a occidente dall’Elvo avevano messo gli occhi e spesso anche i piedi e le zampe, le genti e le bestie di Biella e del Vernato. Per quelli di Mongrando si trattava di tener duro, di non mollare, per evitare di farsi sottrarre la terra e/o la giurisdizione su di essa. Quelle di Biella e del Vernato (che in quel tempo era ancora una comunità distinta, che si diede suoi statuti nel 1328, e che si unì a Biella solo nel 1421) erano pretese ingiuste e quella era una battaglia da combattere e vincere a tutti i costi, prima di tutto sul piano legale, onde evitare inutili spargimenti di sangue. Quelli di Mongrando designarono quindi un loro procuratore per muovere lite ai biellesi e ai vernatesi di fronte al vescovo di Vercelli, massima autorità non solo religiosa, ma anche civile di questo angolo di mondo illo tempore.

 

Fu, neanche a dirlo, un de Vineis, Giovannino, l’avvocato dei mongrandesi. Per Biella, invece, si presentò Guglielmo di Benelonga. Per il Vernato fu chiamato Antonio Turco. Si è conservata traccia documentaria di una serie di deposizioni di testi convocati dal de Vineis, cioè citati a deporre a favore di Mongrando. Il loquace Michel de Bornaynus era uno dei trentadue uomini che, poggiando la mano sulle Sacre Scritture, giurarono di dire la verità, soltanto la verità, nient’altro che la verità. Ovviamente la verità di Mongrando. I testi dovevano rispondere a trenta “capitoli”, ossia domande principali, e a tutti i quesiti posti loro dal supremo giudice. Le carte giudiziarie, di norma, non sembrano le più avvincenti da compulsare, ma è solo un pregiudizio. Queste, come molte altre, nascondono un vero tesoro. Di più, un affresco, una sequenza di illustrazioni di un livre d’heures. Non è chiaro come finì quella disputa e non è nemmeno noto quali più o meno valide argomentazioni opposero gli uomini di Biella e del Vernato. Ma quel che conta è il quadro che emerge dalla lettura di quegli atti. Aggirandosi oggi in quella porzione di Biellese si ha l’impressione di poter vedere qualcosa di quel paesaggio lontano. C’è una cascina nel mezzo dell’erba che porta il nome della baraggia di allora. A sud, verso la “Bexia” (Bessa) e la Serra, si apre un prato ampio dove all’inizio del Trecento “pascabant vachas, oves, porchos et capras”. Oltre la cortina di alberi, quella che sette secoli fa era una “frascheta”, si incontravano le terre del “Seniolio” (adesso c’è una bella cascina chiamata Seniolo). La memoria di quei testimoni rievocava eventi già remoti nel 1319. Qualcuno di loro aveva più di settant’anni, altri si fidavano dei ricordi dei padri, altri ancora riportavano parole udite da vecchi mongrandesi morti centenari.

Gente che rammentava la “Indulgentia” del 1300 (il primo Giubileo della Cristianità, quello indetto da Bonifacio VIII, quello di Dante e della sua “Comedia”), che aveva visto la cavalleria venire da Vercelli per prendere Mongrando nel 1283 e che aveva ancora in mente l’assedio di Matteo Visconti alla medesima Vercelli nel 1311 e la guerra di Salussola del 1312. La forza e la tradizione delle consuetudini compattavano i clan e li tramutavano in comuni, gli elementi notevoli del territorio segnavano i limiti delle stesse comunità, dei suoi pascoli e delle sue selve: il “guatum galine” (il guado della gallina), la “petra accuta”, la “clux Elevi” (una chiusa sull’Elvo), il “pratum episcopi” (il prato del vescovo) a nord del terreno baraggivo. Le distanze erano misurate a “balistratas” (il lancio di un dardo da balestra), il “fenum” tagliato e caricato sui “barociis”. I campari di Mongrando pattugliavano la zona con grande zelo e, nelle loro deposizioni, si vantavano delle loro requisizioni attuate nei confronti di chicchessia e, in modo speciale, di quegli insolenti profittatori di Biella e del Vernato che spesso mandavano i loro “mansnenghi” (pastorelli) a fare il lavoro più rischioso. Così si presero anche le mucche delle monache di Sant’Agata (dovettero sborsare 29 soldi per riscattarle), i buoi di quel tale, il castrone di quel tizio, la cavalla bianca di un altro incauto pizzicato a far brucare la giumenta sui foraggi altrui.

 

Le scene di questa piccola tragicommedia degli equivoci e degli sconfinamenti, degli abusi e dei soprusi, si vedevano nitide dall’altura della chiesa di San Lorenzo. Dietro l’abside, volgendo lo sguardo a est si godeva dello spettacolo vivente della “camparia” come in una miniatura di un codice. Non per niente ben due preti di Mongrando si portarono a Vercelli per testimoniare a loro volta. D’altro canto quei curati, don Giacomo e don Giacomino, riscuotevano la decima sulla popolazione che lavorava nella Marsaglia e non potevano permettersi di disperdere la loro più sicura fonte di reddito. Sul quel fondale mutevole nel ciclo delle stagioni, sempre solerti le guardie campestri percorrevano, “cum uno speto et spatula” (armati di spiedo e spada corta), quelle “sortes” seguendo i sentieri, i fossati e la “valliam” (roggia). I confini andavano vigilati, i termini lapidei fatti rispettare, i boschi salvati da asce forestiere. Girardo de Oliva, uno dei testi, disse di aver veduto “homines Mongrandi ire cum banderia illuc et dicebant usque huc est nostrum”: il vessillo al vento marcava la linea da non valicare perchè “fin qui è nostro”. E non si pignorava solo il bestiame, ma anche indumenti, coltelli e, come a un gragliese, un “falçono” (ossia una grossa falce). E Giovanni de Putheo di Ponderano dovette spogliarsi del suo “guascapo”, ovvero quel bascapun o vascapum (tipico mantello fatto di erbe) con cui gli antichi pastori biellesi si riparavano dalle intemperie. Enrico de Nibiono, pubblico notaio, diede l’ultima pennellata a quella tavola del primo XIV secolo apponendo il suo segno di tabellione in calce alle voci di quei nostri antenati che si contendevano la Marsaglia.

Danilo Craveia

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