Dalla Valle Elvo al mondo (e ritorno)

Al Centro di documentazione sulla emigrazione di Donato, mille storie di emigrati biellesi in mostra. E a Graglia l'11 agosto c'è la loro festa.

Dalla Valle Elvo al mondo (e ritorno)
26 Luglio 2019 ore 00:03

Nel 1848, il piccolo comune di Donato contava 1542 abitanti, più del doppio di oggi. L’economia della zona – pastorizia, artigianato del ferro, le prime fabbriche nella valle – non bastava a sfamarli tutti e così iniziò l’emigrazione verso la Francia: si trattava soprattutto di operai edili occupati in lavori stagionali che, una volta concluso il periodo di lavoro, ritornavano a casa da moglie e figli.

Deagostini
Carlo Deagostini di Pollone con amici muratori prima di emigrare a Chambéry, 1910

Meta preferita, la Francia

A fine Ottocento, non c’era quasi famiglia del paese che non avesse al suo interno un emigrante, e c’era perfino una scuola serale con lezioni di francese per chi intendeva partire. La destinazione preferita continuava ad essere la Francia, ma le mete si moltiplicavano e si allontanavano – Nizza, Normandia, Bretagna, Svizzera e, da inizio ‘900, anche Buenos Aires, Nuova York, il Nord Africa – e gli spostamenti spesso diventano definitivi, con il trasferimento di tutta la famiglia all’estero. Alcuni di questi emigrati – soprattutto quelli partiti nel secondo dopoguerra – dopo un certo numero di anni o raggiunta la pensione, faranno ritorno al paese d’origine, ma la maggior parte finirà per radicarsi definitivamente nella nuova realtà.

Dalla Valle Elvo si stima che, tra metà Ottocento e metà Novecento, siano partite 12-15mila persone. Si trattava soprattutto lavoratori qualificati, che avevano in mano un mestiere, come i ciulin di Graglia, selciatori specializzati nel lastricare le strade, oppure i trabücant, muratori specializzati nelle decorazioni. Partivano grazie al passaparola, talvolta chiamati da compaesani emigrati da tempo e ormai in grado di assumere manodopera, e spesso facevano fortuna, mettendosi a loro volta in proprio: piccole imprese edili, ma anche negozi, attività di ristorazione, officine, laboratori artigianali. E le donne non erano da meno, ingegnandosi con piccole attività autonome o trovando lavoro nelle manifatture locali.

6 foto Sfoglia la gallery

Un mosaico di mille storie

Sono migliaia le storie familiari che si snodano tra speranze, successi e le tante difficoltà che costellano la vita degli emigranti: il distacco, la nostalgia, il duro lavoro, la nuova lingua e il cibo a cui abituarsi… A raccoglierle in un grande racconto collettivo è il Centro di Documentazione sulla Emigrazione creato dall’Ecomuseo Valle Elvo e Serra, ospitato in quella che – nello stesso periodo della grande emigrazione – fu la sede della Società Operaia di Donato.
Il centro – dedicato a Gian Paolo Chiorino, promotore dell’iniziativa, scomparso due anni fa – ha raccolto, catalogato e digitalizzato un enorme archivio dedicato alla storia dell’emigrazione dalla Valle Elvo. Questo materiale – 7mila biografie, oltre un migliaio di foto – non resta però chiuso negli armadi ma ogni estate prende vita con una nuova mostra tematica dedicata a una delle tante facce dell’emigrazione biellese. Ogni mostra – ne sono già state realizzate otto – resta esposta, durante tutto il periodo di apertura della Rete Museale, nei locali della antica Società Operaia.

Società Operaia Donato
La sede della Società Operaia di Donato, in una foto del 1910 circa

Ogni anno, la mostra e la festa

E la mostra diventa il punto di attrazione per l’evento clou del Centro: il raduno che ogni anno – intorno alla metà di agosto – richiama in Valle Elvo gli emigrati originari dei paesi della zona (e non solo), per una giornata di festa. E sono tanti a sentire il richiamo delle radici, perché molti– anche quelli che da generazioni vivono all’estero – hanno mantenuto qualche legame con i paesi nativi: qualche parente, una vecchia casa di famiglia, qualche ricordo delle vacanze dell’infanzia.

Tre ‘custodi della memoria’ della Valle Elvo: (da sinistra) Luigi Lotito, Ivano Maffeo, Simonetta Coldesina

Così, non è raro che i discendenti delle famiglie emigrate oggi tornino: “Qui – racconta Ivano Maffeo, uno dei coordinatori del Centro – in estate si sente parlare francese dovunque. Molti figli o nipoti ritornano e cercano di scoprire qualcosa dei propri antenati, qualcuno fa
ricerche in archivio, qualcuno ci lascia la sua storia. Hanno radici italiane, ma si sentono del tutto francesi: tant’è che, alla nostra festa di metà agosto, il pranzo comincia regolarmente con la Marsigliese.”

Simona Perolo

LEGGI TUTTA LA NOTIZIA SULL’EDIZIONE DIGITALE

LEGGI ANCHE: ‘Fucina Morino, dalle spade alle mine partigiane’

 

Turismo 2020
Top news
Glocal News
Foto più viste
Video più visti
Il mondo che vorrei