Dal ciclodromo al totalizzatore: ultime tappe del Veloce Club

Dal ciclodromo al totalizzatore:  ultime tappe del Veloce Club
28 Maggio 2017 ore 12:59

Si può riprendere il filo del discorso interrotto sabato scorso per assistere al capolavoro di Tom Dumoulin (la “Farfalla di Maastricht” da buon fiammingo ha sfumato di rosa il tripudio di verde e di cielo che Oropa offre al mondo tutte le volte che arriva il Giro). Correva l’anno 1894 e il Veloce Club voleva inaugurare al meglio il suo “ciclodromo” di via Sant’Eusebio. La grande giornata fu fissata per domenica 24 giugno con un ricco programma di sfilate, esibizioni libere (ma con “entratura” pro capite, cioè costo di iscrizione, di 3 lire) e corse riservate ai soci del club o alle società sportive invitate alla kermesse. Diplomi, medaglie e premi in denaro (per niente simbolici, anzi di tutto rispetto, fino a un massimo di 150 lire per i primi classificati) per i gareggianti, e una bandiera d’onore alla compagine più numerosa, ovvero quella che sarebbe stata “rappresentata da maggior numero di velocipedisti in costume uniforme, purché non inferiore a otto”. L’impianto, ubicato nella zona campestre appena oltre Porta Torino, vantava una pista da 300 metri di sviluppo con tanto di tribuna da cui gli spettatori potevano godere di gare su distanze brevi (da 2 a 5 chilometri) fatte apposta per rendere più avvincente quel pomeriggio di velocipedismo. La presenza di atleti provenienti dai “clubs” di Torino, Vercelli, Ivrea e Novara garantiva un indiscutibile livello competitivo. Inoltre quel piccolo ma grazioso “stadio” ciclistico era anche dotato di “totalizzatore”, un lusso da grande città. La cronaca della manifestazione pubblicata su due colonne in prima pagina da “L’Eco dell’Industria” il 28 giugno fu tutto un elogio al Veloce Club e alla sua efficienza organizzativa. Quello inaugurale fu un evento memorabile, anche perché nella medesima giornata il “Biciclettisti-Club” di Torino aveva dato vita alla corsa di resistenza Torino-Biella, vinta da tale Froa (in arte “Eros”) che coprì i 70 chilometri previsti in 2 ore e 38 minuti. Al traguardo il Veloce Club di Biella aveva persino attrezzato un posto di pronto soccorso per assicurare ai corridori eventuali interventi medici d’urgenza. I dottori Paschetto e Bertola visitarono i pedalatori e li trovarono sfiniti, ma in buone condizioni. Dopo la “passeggiata” informale del primo pomeriggio si poté accedere al velodromo. Tutto era pronto. Che fosse un avvenimento non solo sportivo, ma anche molto mondano lo indicava l’altissima concentrazione di “eleganti signore, quanto v’ha di meglio per bellezza e grazia in Biella”. Da segnalare che almeno tre rappresentanti del gentil sesso non si erano piazzate a far bella mostra di sé in tribuna, ma erano invece giunte in sella alle proprie “macchine” pedalando con pudica scioltezza. Le gare videro protagonista un certo Guillot, che si presentava come “Audax”, poi Secondo Fava e Michele Tardy, Ernesto Torchio e Matteo Ceirano, nonché un tale Mazzucotelli che portava i colori del Velocior Club di Lodi. Tra loro si spartirono la maggior parte dei premi in palio con sfide a vittorie alterne, sia per distacco sia in volata. Il “totalizzatore” per le scommesse funzionò a pieno regime. La banda musicale di Occhieppo Superiore suonò negli intervalli e il buffet di Luigi Bertello dissetò e rifocillò il pubblico pagante. Il servizio d’ordine gestito dalla polizia municipale e dalle guardie campestri fu giudicato ottimo. Ogni cosa andò come doveva, anche la cena alla solita “Testa Grigia” (100 coperti) e la serata al Circolo Commerciale (si tirò parecchio tardi). 
Per Arturo Masserano, presidente e anima del sodalizio biellese, fu un trionfo. Viva i velocipedi! Passatempo onorevole e salutare: “è assai meglio che i nostri giovani – scriveva “L’Eco dell’Industria – anziché passare ore scioperate nei caffè, al bigliardo od attorno a tavoli da giuoco, si dedichino al ciclismo.” A dire il vero non tutti amavano i velocipedi e/o i loro utilizzatori. Già nel marzo del 1893 un non meglio identificabile “G. C.” aveva scritto allo stesso giornale per far osservare che sarebbe stato opportuno tassare quei mezzi di trasporto, anzi di diporto. Il simpaticone affermava che le strade erano oltremodo ingombre di bicicli di varia foggia e che una tassa come a Milano avrebbe aiutato le casse della Città di Biella. Quello era un bene del tutto voluttuario, un semplice divertimento, quindi se ne poteva gabellare la pratica come e quanto, se non di più, le attività commerciali, i cani, i posteggi, le serve e le vetture. Lì per lì la proposta non suscitò né interesse né favore. Forse perché i pubblici amministratori cittadini erano più o meno tutti velocipedisti. Tornando alla fine di giugno del 1894 a nessuno sarebbe venuto in mente che nel Veloce Club si stava consumando una qualche lotta intestina. Il risultato più eclatante di quella insospettata tensione furono le dimissioni del medesimo presidente Masserano in data 30 giugno. Sei giorni dopo il lusinghiero esito della “prima” del velodromo tutto sembrava crollare sotto il suo stesso peso. La situazione non era affatto chiara e tirava aria di fronda, pareva che non fosse una questione personale del dimissionario, quanto piuttosto un’azione coordinata da un nutrito gruppo di oppositori non meglio identificati che credettero di poter fare a meno non solo del Masserano, ma della figura stessa del presidente. Sulle colonne de “L’Eco dell’Industria” partì la controffensiva di “Pastin” e dei suoi sodali, alleati dell’ex comandante in capo. Il tutto mentre i soci del Veloce Club si recavano comunque in gita a Ivrea per rendere la visita ai “cugini” ciclisti eporediesi. Nelle gare colà indette il 7 luglio ben figurarono i biellesi Canova e Tofanin, e la società ancora priva di presidente ricevette comunque una bandiera d’onore per il numero di partecipanti e per il miglior costume da competizione. Il 15 luglio 1894 il Veloce Club raggiunse Saint-Vincent e il 29 si portò a Gressoney per omaggiare l’amatissima Regina Margherita che lassù avrebbe trascorso qualche giorno di vacanza. Furono diciotto i partecipanti a quella notevole escursione. Ciascun “cavalliero del ronzino d’acciaio” partito da Biella alle 4 del mattino voleva a tutti i costi salutare la sovrana. Dopo sei ore e mezza di pedalate si ritrovarono tutti all’Hotel Linty di Gressoney Saint-Jean dove firmarono la pergamena decorata dal giovane Borrione, studente all’Accademia Albertina. La regina apprezzò il dono ed “ebbe parole di encomio per gli audaci ciclisti.” Per tutto il mese di agosto il club svolse la sua attività come se nulla fosse accaduto tra i suoi gerenti. Escursioni e corse al “ciclodromo” si susseguirono con la solita frenesia, sebbene in seno al sodalizio si vivesse in una anarchia sospesa. Intanto, verso il 20 settembre, Arturo Masserano aveva avuto la soddisfazione di essere riconfermato rappresentante del Veloce Club presso l’Unione Velocipedistica Italiana. Non è chiaro come andarono le cose in quel periodo, ma mentre Carlo Tofanin si imponeva nella impegnativa Biella-Coggiola d’inizio novembre, lo stesso Masserano sembrava essere ritornato al suo posto, anche se non lo si nominava più come presidente. Sotto Natale, con la comunicazione dell’apertura, “salvo cambiamenti di temperatura, del “pattinoir” sul ghiaccio del Veloce Club, si salutava il secondo anno di esercizio con serenità e voglia di migliorare ancora. Arturo Masserano era presentissimo, ma il suo pareva essere un ruolo direttivo e non presidenziale. La primavera del 1895 generò nuovo entusiasmo e per l’estate a venire si stava lavorando per livellare di nuovo e meglio la pista, per attrezzarla di modo che anche i tandem potessero gareggiare e per consentire lo svolgimento di una gara “delle Dame”, ossia una competizione tutta al femminile. 
I mesi estivi, però, non mantennero le promesse. Qualcosa si era rotto in seno alla più importante società sportiva dell’epoca che contava più di 400 membri. Alla fine di ottobre il malcontento diffuso prese il corpo e la voce di Guelpa, Mondino, Mosca, Neri, Ramella e Serralunga che attaccarono a mezzo stampa la “Direzione” del Veloce Club incolpandola di cattiva volontà, dispotismo, scarsa trasparenza contabile e, nello specifico, dell’indebita sottrazione di 300 lire derivanti dalla corsa delle “Patronesse” organizzata, iniziata ma mai conclusa nel luglio precedente. I venti soci fondatori gestivano il club in regime dittatoriale riservandosi tutte le funzioni decisionali. Questo permetteva a quel “numeroso gruppo di soci” (non fondatori) di muovere accuse pesanti, ma precise. Facile intuire che il bersaglio di quella bordata di critiche e di delazioni altri non fosse che il solito Masserano. Fu l’inizio della fine. Non è noto come e quando il Veloce Club cessò di esistere, ma è probabile che non ci volle molto per fargli chiudere i battenti. Il fatto è che per quanto la conduzione di Arturo Masserano potesse essere biasimevole non c’era in giro alcuna alternativa credibile e i rivoltosi si trovarono senza direttorio, ma anche senza più club. Gli sportivi biellesi non la presero bene e ci vollero alcuni anni prima che si fidassero di nuovo di chi voleva strutturare un consesso di appassionati della pratica sportiva. Nel luglio del 1899 i tempi sembravano maturi e nelle sale del Caffè Mongini “furono discusse ed approvate le basi del nuovo sodalizio.” Si trattava di rilanciare o lanciare ex novo il ciclismo, ma anche la scherma, la ginnastica, il pattinaggio, le corse podistiche, il football, il tennis, la palla elastica ecc. Scelto come sede sociale il velodromo di via S. Eusebio sarebbe stato subito ripulito. 
L’iniziativa fu presa ancora una volta da Arturo Masserano che non nascondeva l’intenzione di rifondare il Veloce Club “prima maniera”. Il confettiere Gentile Ferrua fu incaricato di tenere la cassa. Una settimana dopo quel primo incontro, domenica 30 luglio 1899, il novello Veloce Club Biellese partiva di corsa verso Graglia per partecipare alla festa di Campra. Nei mesi successivi si poté ritornare alle buone vecchie abitudini. Gare e gite, scommesse, meccanici locali (come Oneto e Trabbia) che si sfidavano assemblando le biciclette per i loro corridori, occasioni conviviali dopo le competizioni. Da ricordare la cena al “Monte di Varallo” dove l’albergatore Stellino accolse la compagnia al seguito del vincitore della Cavaglià-Biella del 21 settembre, Antonio Gremmo (su una “macchina” fabbricata dalla rinomata officina Trabbia), con profusione di “Goccia d’oro”, l’elisir di erbe alpestri biellesi distillato dal chimico Ferrarotti, premiato in diverse esposizioni. Quell’ultima fiammata, però, non durò molto. Il Biellese stava cambiando rapidamente e anche i sodalizi sportivi non potevano affrontare il nuovo secolo con la mentalità e gli uomini dell’Ottocento. La bella esperienza del Veloce Club non si perse e fu anzi fondamentale per la nascita di realtà come l’Unione Sportiva Biellese e la “Pietro Micca.” Arturo Masserano non si allontanò mai dal ciclismo, anche quando il “suo” Veloce Club si sciolse per far confluire i suoi aderenti alle più giovani associazioni sportive locali. Entrò tra i primi a far parte del Touring Club Italiano (nato nel 1894 a Milano come Touring Club Ciclistico Italiano) e nel 1913 si fregiava del titolo di console del prestigioso TCI. I biellesi scoprirono allora, anche grazie a uomini come Arturo Masserano, un grande amore per il ciclismo, amore che non si è affievolito dopo più di un secolo da quel pionieristico fervore velocipedistico e che si è rinsaldato con il centesimo Giro d’Italia.Danilo Craveia

Si può riprendere il filo del discorso interrotto sabato scorso per assistere al capolavoro di Tom Dumoulin (la “Farfalla di Maastricht” da buon fiammingo ha sfumato di rosa il tripudio di verde e di cielo che Oropa offre al mondo tutte le volte che arriva il Giro). Correva l’anno 1894 e il Veloce Club voleva inaugurare al meglio il suo “ciclodromo” di via Sant’Eusebio. La grande giornata fu fissata per domenica 24 giugno con un ricco programma di sfilate, esibizioni libere (ma con “entratura” pro capite, cioè costo di iscrizione, di 3 lire) e corse riservate ai soci del club o alle società sportive invitate alla kermesse. Diplomi, medaglie e premi in denaro (per niente simbolici, anzi di tutto rispetto, fino a un massimo di 150 lire per i primi classificati) per i gareggianti, e una bandiera d’onore alla compagine più numerosa, ovvero quella che sarebbe stata “rappresentata da maggior numero di velocipedisti in costume uniforme, purché non inferiore a otto”. L’impianto, ubicato nella zona campestre appena oltre Porta Torino, vantava una pista da 300 metri di sviluppo con tanto di tribuna da cui gli spettatori potevano godere di gare su distanze brevi (da 2 a 5 chilometri) fatte apposta per rendere più avvincente quel pomeriggio di velocipedismo. La presenza di atleti provenienti dai “clubs” di Torino, Vercelli, Ivrea e Novara garantiva un indiscutibile livello competitivo. Inoltre quel piccolo ma grazioso “stadio” ciclistico era anche dotato di “totalizzatore”, un lusso da grande città. La cronaca della manifestazione pubblicata su due colonne in prima pagina da “L’Eco dell’Industria” il 28 giugno fu tutto un elogio al Veloce Club e alla sua efficienza organizzativa. Quello inaugurale fu un evento memorabile, anche perché nella medesima giornata il “Biciclettisti-Club” di Torino aveva dato vita alla corsa di resistenza Torino-Biella, vinta da tale Froa (in arte “Eros”) che coprì i 70 chilometri previsti in 2 ore e 38 minuti. Al traguardo il Veloce Club di Biella aveva persino attrezzato un posto di pronto soccorso per assicurare ai corridori eventuali interventi medici d’urgenza. I dottori Paschetto e Bertola visitarono i pedalatori e li trovarono sfiniti, ma in buone condizioni. Dopo la “passeggiata” informale del primo pomeriggio si poté accedere al velodromo. Tutto era pronto. Che fosse un avvenimento non solo sportivo, ma anche molto mondano lo indicava l’altissima concentrazione di “eleganti signore, quanto v’ha di meglio per bellezza e grazia in Biella”. Da segnalare che almeno tre rappresentanti del gentil sesso non si erano piazzate a far bella mostra di sé in tribuna, ma erano invece giunte in sella alle proprie “macchine” pedalando con pudica scioltezza. Le gare videro protagonista un certo Guillot, che si presentava come “Audax”, poi Secondo Fava e Michele Tardy, Ernesto Torchio e Matteo Ceirano, nonché un tale Mazzucotelli che portava i colori del Velocior Club di Lodi. Tra loro si spartirono la maggior parte dei premi in palio con sfide a vittorie alterne, sia per distacco sia in volata. Il “totalizzatore” per le scommesse funzionò a pieno regime. La banda musicale di Occhieppo Superiore suonò negli intervalli e il buffet di Luigi Bertello dissetò e rifocillò il pubblico pagante. Il servizio d’ordine gestito dalla polizia municipale e dalle guardie campestri fu giudicato ottimo. Ogni cosa andò come doveva, anche la cena alla solita “Testa Grigia” (100 coperti) e la serata al Circolo Commerciale (si tirò parecchio tardi). 
Per Arturo Masserano, presidente e anima del sodalizio biellese, fu un trionfo. Viva i velocipedi! Passatempo onorevole e salutare: “è assai meglio che i nostri giovani – scriveva “L’Eco dell’Industria – anziché passare ore scioperate nei caffè, al bigliardo od attorno a tavoli da giuoco, si dedichino al ciclismo.” A dire il vero non tutti amavano i velocipedi e/o i loro utilizzatori. Già nel marzo del 1893 un non meglio identificabile “G. C.” aveva scritto allo stesso giornale per far osservare che sarebbe stato opportuno tassare quei mezzi di trasporto, anzi di diporto. Il simpaticone affermava che le strade erano oltremodo ingombre di bicicli di varia foggia e che una tassa come a Milano avrebbe aiutato le casse della Città di Biella. Quello era un bene del tutto voluttuario, un semplice divertimento, quindi se ne poteva gabellare la pratica come e quanto, se non di più, le attività commerciali, i cani, i posteggi, le serve e le vetture. Lì per lì la proposta non suscitò né interesse né favore. Forse perché i pubblici amministratori cittadini erano più o meno tutti velocipedisti. Tornando alla fine di giugno del 1894 a nessuno sarebbe venuto in mente che nel Veloce Club si stava consumando una qualche lotta intestina. Il risultato più eclatante di quella insospettata tensione furono le dimissioni del medesimo presidente Masserano in data 30 giugno. Sei giorni dopo il lusinghiero esito della “prima” del velodromo tutto sembrava crollare sotto il suo stesso peso. La situazione non era affatto chiara e tirava aria di fronda, pareva che non fosse una questione personale del dimissionario, quanto piuttosto un’azione coordinata da un nutrito gruppo di oppositori non meglio identificati che credettero di poter fare a meno non solo del Masserano, ma della figura stessa del presidente. Sulle colonne de “L’Eco dell’Industria” partì la controffensiva di “Pastin” e dei suoi sodali, alleati dell’ex comandante in capo. Il tutto mentre i soci del Veloce Club si recavano comunque in gita a Ivrea per rendere la visita ai “cugini” ciclisti eporediesi. Nelle gare colà indette il 7 luglio ben figurarono i biellesi Canova e Tofanin, e la società ancora priva di presidente ricevette comunque una bandiera d’onore per il numero di partecipanti e per il miglior costume da competizione. Il 15 luglio 1894 il Veloce Club raggiunse Saint-Vincent e il 29 si portò a Gressoney per omaggiare l’amatissima Regina Margherita che lassù avrebbe trascorso qualche giorno di vacanza. Furono diciotto i partecipanti a quella notevole escursione. Ciascun “cavalliero del ronzino d’acciaio” partito da Biella alle 4 del mattino voleva a tutti i costi salutare la sovrana. Dopo sei ore e mezza di pedalate si ritrovarono tutti all’Hotel Linty di Gressoney Saint-Jean dove firmarono la pergamena decorata dal giovane Borrione, studente all’Accademia Albertina. La regina apprezzò il dono ed “ebbe parole di encomio per gli audaci ciclisti.” Per tutto il mese di agosto il club svolse la sua attività come se nulla fosse accaduto tra i suoi gerenti. Escursioni e corse al “ciclodromo” si susseguirono con la solita frenesia, sebbene in seno al sodalizio si vivesse in una anarchia sospesa. Intanto, verso il 20 settembre, Arturo Masserano aveva avuto la soddisfazione di essere riconfermato rappresentante del Veloce Club presso l’Unione Velocipedistica Italiana. Non è chiaro come andarono le cose in quel periodo, ma mentre Carlo Tofanin si imponeva nella impegnativa Biella-Coggiola d’inizio novembre, lo stesso Masserano sembrava essere ritornato al suo posto, anche se non lo si nominava più come presidente. Sotto Natale, con la comunicazione dell’apertura, “salvo cambiamenti di temperatura, del “pattinoir” sul ghiaccio del Veloce Club, si salutava il secondo anno di esercizio con serenità e voglia di migliorare ancora. Arturo Masserano era presentissimo, ma il suo pareva essere un ruolo direttivo e non presidenziale. La primavera del 1895 generò nuovo entusiasmo e per l’estate a venire si stava lavorando per livellare di nuovo e meglio la pista, per attrezzarla di modo che anche i tandem potessero gareggiare e per consentire lo svolgimento di una gara “delle Dame”, ossia una competizione tutta al femminile. 
I mesi estivi, però, non mantennero le promesse. Qualcosa si era rotto in seno alla più importante società sportiva dell’epoca che contava più di 400 membri. Alla fine di ottobre il malcontento diffuso prese il corpo e la voce di Guelpa, Mondino, Mosca, Neri, Ramella e Serralunga che attaccarono a mezzo stampa la “Direzione” del Veloce Club incolpandola di cattiva volontà, dispotismo, scarsa trasparenza contabile e, nello specifico, dell’indebita sottrazione di 300 lire derivanti dalla corsa delle “Patronesse” organizzata, iniziata ma mai conclusa nel luglio precedente. I venti soci fondatori gestivano il club in regime dittatoriale riservandosi tutte le funzioni decisionali. Questo permetteva a quel “numeroso gruppo di soci” (non fondatori) di muovere accuse pesanti, ma precise. Facile intuire che il bersaglio di quella bordata di critiche e di delazioni altri non fosse che il solito Masserano. Fu l’inizio della fine. Non è noto come e quando il Veloce Club cessò di esistere, ma è probabile che non ci volle molto per fargli chiudere i battenti. Il fatto è che per quanto la conduzione di Arturo Masserano potesse essere biasimevole non c’era in giro alcuna alternativa credibile e i rivoltosi si trovarono senza direttorio, ma anche senza più club. Gli sportivi biellesi non la presero bene e ci vollero alcuni anni prima che si fidassero di nuovo di chi voleva strutturare un consesso di appassionati della pratica sportiva. Nel luglio del 1899 i tempi sembravano maturi e nelle sale del Caffè Mongini “furono discusse ed approvate le basi del nuovo sodalizio.” Si trattava di rilanciare o lanciare ex novo il ciclismo, ma anche la scherma, la ginnastica, il pattinaggio, le corse podistiche, il football, il tennis, la palla elastica ecc. Scelto come sede sociale il velodromo di via S. Eusebio sarebbe stato subito ripulito. 
L’iniziativa fu presa ancora una volta da Arturo Masserano che non nascondeva l’intenzione di rifondare il Veloce Club “prima maniera”. Il confettiere Gentile Ferrua fu incaricato di tenere la cassa. Una settimana dopo quel primo incontro, domenica 30 luglio 1899, il novello Veloce Club Biellese partiva di corsa verso Graglia per partecipare alla festa di Campra. Nei mesi successivi si poté ritornare alle buone vecchie abitudini. Gare e gite, scommesse, meccanici locali (come Oneto e Trabbia) che si sfidavano assemblando le biciclette per i loro corridori, occasioni conviviali dopo le competizioni. Da ricordare la cena al “Monte di Varallo” dove l’albergatore Stellino accolse la compagnia al seguito del vincitore della Cavaglià-Biella del 21 settembre, Antonio Gremmo (su una “macchina” fabbricata dalla rinomata officina Trabbia), con profusione di “Goccia d’oro”, l’elisir di erbe alpestri biellesi distillato dal chimico Ferrarotti, premiato in diverse esposizioni. Quell’ultima fiammata, però, non durò molto. Il Biellese stava cambiando rapidamente e anche i sodalizi sportivi non potevano affrontare il nuovo secolo con la mentalità e gli uomini dell’Ottocento. La bella esperienza del Veloce Club non si perse e fu anzi fondamentale per la nascita di realtà come l’Unione Sportiva Biellese e la “Pietro Micca.” Arturo Masserano non si allontanò mai dal ciclismo, anche quando il “suo” Veloce Club si sciolse per far confluire i suoi aderenti alle più giovani associazioni sportive locali. Entrò tra i primi a far parte del Touring Club Italiano (nato nel 1894 a Milano come Touring Club Ciclistico Italiano) e nel 1913 si fregiava del titolo di console del prestigioso TCI. I biellesi scoprirono allora, anche grazie a uomini come Arturo Masserano, un grande amore per il ciclismo, amore che non si è affievolito dopo più di un secolo da quel pionieristico fervore velocipedistico e che si è rinsaldato con il centesimo Giro d’Italia.Danilo Craveia

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