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Coi Romani, arrivano i vigneti

Coi Romani, arrivano i vigneti
Eventi e Cultura 30 Marzo 2016 ore 14:21

Probabilmente già praticata dalle prime popolazioni stanziali biellesi, i mitici Vittimuli, è soprattutto con la ‘romanizzazione’ del territorio - verso la fine del II secolo a.C. - che la viticoltura si diffonde nella parte meridionale del Biellese, da Salussola a Gattinara, come attestano numerosi reperti archeologici. E molte importanti vie di comunicazione nascono, proprio in epoca romana, come “vie del vino”: ad esempio la “via Lessonasca”, che congiungeva i vigneti di Lessona a Vercelli, o la “via Biandrina”, che scendeva dalla Valsesia; da Vercelli, il vino prendeva poi la strada di Milano e Pavia attraverso Novara.

Le viti salvate dalla religione. Con la fine - nel V secolo d.C. - dell’Impero Romano d’Occidente, molte avanzate pratiche agricole introdotte dai Romani si perdono, distrutte dalle invasioni barbariche. La viticoltura sopravvive però, per tutto il periodo medievale, nei possedimenti delle pievi e delle abbazie, dove la produzione del vino è finalizzata alle necessità della liturgia e alle esigenze di ristoro dei pellegrini (e verosimilmente dello stesso clero). Anche se in condizioni difficili, per tutto il Medioevo la produzione e il consumo di vino nella nostra zona continuano e, a partire dal basso Medioevo, si intensificano: ne offre una prova emblematica il Ricetto di Candelo, edificato tra il XIII e il XIV secolo dagli abitanti proprio con funzioni - oltre che difensive - di grande “cantina collettiva”, dove produrre, conservare e proteggere la preziosa bevanda. E una conferma ci viene anche da un pittoresco aneddoto, tra storia e leggenda: nel 1384, un incendio nel castello di Zumaglia viene spento, esaurite le riserve d’acqua, con l’abbondante vino conservato nelle cantine.

Principi e operai. Insomma, fin dall’antichità il vino nel Biellese non manca, anche se le prime “certificazioni” esplicite arrivano secoli dopo, nel 1657, con il “Ristretto del sito e qualità della città di Biella e sua Provincia”, di Antonio Coda, in cui troviamo diverse citazioni riguardo al territorio “abbondante di vini squisiti”. E, dal XVII secolo, i documenti testimoniano una intensa coltivazione viticola nel basso Biellese e la passione delle famiglie patrizie locali - dai Gromo di Ternengo, ai Dal Pozzo, ai Ferrero -  per i vigneti, con una particolare predilezione per quelli della zona di Lessona, già allora considerati di particolare pregio.
E il vino non è certo una bevanda riservata ai nobili, ma è ben presente anche nella dieta popolare: basti pensare che, nel ‘600, i primi imprenditori tessili usano corrispondere i salari per metà in denaro e per metà in beni alimentari e vino.

Il ‘vino d’Italia’. Ma il periodo aureo della viticoltura locale inizia nel ‘700: secondo la relazione di un funzionario datata 1777, in quasi tutti i paesi del Biellese, anche in quelli montani, si possono trovare vigneti, per una superficie vitata complessiva pari a oltre 4mila ettari (quasi 20 volte quella odierna, che non raggiunge i 250 ettari). E intorno al 1830 lo storico Goffredo Casalis descrive i paesi del Biellese orientale come un territorio “ricco di vigneti coltivati con diligenza”, il cui vino rappresenta “l’unico oggetto di esportazione, che vendesi in Milano, in Novara, in Arona, in Vercelli”.
Un’attività diffusa e redditizia che prosegue per tutto l’Ottocento. Attorno al 1840, nella sua monumentale “Corografia d’Italia”, il geografo Attilio Zuccagni così la descrive: “I biellesi… spediscono gran copia dei generosi loro vini, soprabbondanti al bisogno, non solo nelle altre provincie dei RR Stati, ma ben anche in Lombardia… numerosi sono i vigneti sparsi pel territorio, e sono coltivati con industriosa attività; doppia ragione del considerevole lucro che gli agricoltori e i possidenti ne ritraggono”. 
All’inizio dell’Ottocento, ogni fazzoletto di terra disponibile viene sfruttato a scopo agricolo e la maggior parte è coltivato a vite: nello stesso capoluogo, si vedono filari a Biella Piano, al Piazzo, ai lati della funicolare, al Vandorno; le colline orientali sono in gran parte coperte da vigneti e terrazzamenti, e così il basso Biellese.
Il ruolo della viticoltura nell’economia locale è tale che bastano pochi raccolti andati a male per gettare nella miseria la popolazione: ad esempio, nel 1854, il ramo ferroviario Biella-Santhià viene realizzato anche per dare lavoro alla popolazione biellese, in grave difficoltà dopo un triennio di mancato raccolto di uva.
Associato come qualità e prezzo ai migliori vini di Borgogna, esportato perfino negli Stati Uniti, il vino biellese raggiunge forse l’apice della notorietà nel 1870, quando il ministro delle Finanze Quintino Sella, rifiutando lo Champagne, brinda all’unità d’Italia - dopo la presa di Roma - con lo Spanna prodotto nella sua tenuta di Lessona (che da allora si fregia della definizione di ‘vino d’Italia’).
Tale è la reputazione dei nostri vini che nel 1857 il medico e botanico Antonio Maurizio Zumaglini utilizza con successo, come terapia d’urto per un paziente in gravi condizioni, proprio il “vino generosissimo di Lessona”… Una passione a cui non sfugge neppure Monsignor Losana, a quei tempi illuminato vescovo di Biella, che coltiva un vigneto nella sua villa Engaddi di Cossato e realizza un vigneto sperimentale nella Scuola Agraria, da lui istituita a Sandigliano.

L’arrivo dei parassiti. Ma, proprio al culmine del successo, iniziano i guai: da metà Ottocento infatti una serie di infestazioni di parassiti di origine americana, accidentalmente importati tramite piante o talee, mettono in pericolo la sopravvivenza dei vigneti europei. Nel Biellese, capofila della lotta contro l’oidio (o ‘mal bianco’) è proprio Monsignor Losana, che nelle sue vigne sperimenta l’efficacia dello zolfo e cerca di convincere i suoi scettici compaesani ad adottare tale rimedio portentoso, purtroppo con scarso successo: i biellesi non credono all’uso dei trattamenti e attribuiscono i risultati ottenuti dal vescovo a preghiere segrete o a formule magiche apprese da Giuseppe Garibaldi - anche lui appassionato viticoltore nelle sue terre a Caprera - che nel 1859 era stato per qualche giorno ospite del vescovo a Biella. Ciononostante, il mal bianco viene presto sconfitto proprio grazie allo zolfo, ma a fine secolo arriva la Peronospora, così temibile da essere comunemente definita ‘la maladia’: anch’essa fa strage di vigneti, fino alla scoperta del rimedio, il solfato di rame.
Ma i guai grossi arrivano con la fillossera – un piccolo afide che attacca le radici delle viti a piede franco, cioè non innestate - che dal 1880 circa rende improduttivi il 95% dei vigneti dell’Alto Piemonte. Questo attacco costringe i viticoltori a rifare gli impianti, trovando – dopo vari esperimenti - nuovi metodi di propagazione della vite per renderla resistente: non più talee o propaggini, ma innesti su piede di vite americana, resistente al parassita.
(Liberamente tratto da: “Il vino biellese”, di Giacomo Marchiori, E20progetti Editore, 2015)
Simona Perolo

Probabilmente già praticata dalle prime popolazioni stanziali biellesi, i mitici Vittimuli, è soprattutto con la ‘romanizzazione’ del territorio - verso la fine del II secolo a.C. - che la viticoltura si diffonde nella parte meridionale del Biellese, da Salussola a Gattinara, come attestano numerosi reperti archeologici. E molte importanti vie di comunicazione nascono, proprio in epoca romana, come “vie del vino”: ad esempio la “via Lessonasca”, che congiungeva i vigneti di Lessona a Vercelli, o la “via Biandrina”, che scendeva dalla Valsesia; da Vercelli, il vino prendeva poi la strada di Milano e Pavia attraverso Novara.

Le viti salvate dalla religione. Con la fine - nel V secolo d.C. - dell’Impero Romano d’Occidente, molte avanzate pratiche agricole introdotte dai Romani si perdono, distrutte dalle invasioni barbariche. La viticoltura sopravvive però, per tutto il periodo medievale, nei possedimenti delle pievi e delle abbazie, dove la produzione del vino è finalizzata alle necessità della liturgia e alle esigenze di ristoro dei pellegrini (e verosimilmente dello stesso clero). Anche se in condizioni difficili, per tutto il Medioevo la produzione e il consumo di vino nella nostra zona continuano e, a partire dal basso Medioevo, si intensificano: ne offre una prova emblematica il Ricetto di Candelo, edificato tra il XIII e il XIV secolo dagli abitanti proprio con funzioni - oltre che difensive - di grande “cantina collettiva”, dove produrre, conservare e proteggere la preziosa bevanda. E una conferma ci viene anche da un pittoresco aneddoto, tra storia e leggenda: nel 1384, un incendio nel castello di Zumaglia viene spento, esaurite le riserve d’acqua, con l’abbondante vino conservato nelle cantine.

Principi e operai. Insomma, fin dall’antichità il vino nel Biellese non manca, anche se le prime “certificazioni” esplicite arrivano secoli dopo, nel 1657, con il “Ristretto del sito e qualità della città di Biella e sua Provincia”, di Antonio Coda, in cui troviamo diverse citazioni riguardo al territorio “abbondante di vini squisiti”. E, dal XVII secolo, i documenti testimoniano una intensa coltivazione viticola nel basso Biellese e la passione delle famiglie patrizie locali - dai Gromo di Ternengo, ai Dal Pozzo, ai Ferrero -  per i vigneti, con una particolare predilezione per quelli della zona di Lessona, già allora considerati di particolare pregio.
E il vino non è certo una bevanda riservata ai nobili, ma è ben presente anche nella dieta popolare: basti pensare che, nel ‘600, i primi imprenditori tessili usano corrispondere i salari per metà in denaro e per metà in beni alimentari e vino.

Il ‘vino d’Italia’. Ma il periodo aureo della viticoltura locale inizia nel ‘700: secondo la relazione di un funzionario datata 1777, in quasi tutti i paesi del Biellese, anche in quelli montani, si possono trovare vigneti, per una superficie vitata complessiva pari a oltre 4mila ettari (quasi 20 volte quella odierna, che non raggiunge i 250 ettari). E intorno al 1830 lo storico Goffredo Casalis descrive i paesi del Biellese orientale come un territorio “ricco di vigneti coltivati con diligenza”, il cui vino rappresenta “l’unico oggetto di esportazione, che vendesi in Milano, in Novara, in Arona, in Vercelli”.
Un’attività diffusa e redditizia che prosegue per tutto l’Ottocento. Attorno al 1840, nella sua monumentale “Corografia d’Italia”, il geografo Attilio Zuccagni così la descrive: “I biellesi… spediscono gran copia dei generosi loro vini, soprabbondanti al bisogno, non solo nelle altre provincie dei RR Stati, ma ben anche in Lombardia… numerosi sono i vigneti sparsi pel territorio, e sono coltivati con industriosa attività; doppia ragione del considerevole lucro che gli agricoltori e i possidenti ne ritraggono”. 
All’inizio dell’Ottocento, ogni fazzoletto di terra disponibile viene sfruttato a scopo agricolo e la maggior parte è coltivato a vite: nello stesso capoluogo, si vedono filari a Biella Piano, al Piazzo, ai lati della funicolare, al Vandorno; le colline orientali sono in gran parte coperte da vigneti e terrazzamenti, e così il basso Biellese.
Il ruolo della viticoltura nell’economia locale è tale che bastano pochi raccolti andati a male per gettare nella miseria la popolazione: ad esempio, nel 1854, il ramo ferroviario Biella-Santhià viene realizzato anche per dare lavoro alla popolazione biellese, in grave difficoltà dopo un triennio di mancato raccolto di uva.
Associato come qualità e prezzo ai migliori vini di Borgogna, esportato perfino negli Stati Uniti, il vino biellese raggiunge forse l’apice della notorietà nel 1870, quando il ministro delle Finanze Quintino Sella, rifiutando lo Champagne, brinda all’unità d’Italia - dopo la presa di Roma - con lo Spanna prodotto nella sua tenuta di Lessona (che da allora si fregia della definizione di ‘vino d’Italia’).
Tale è la reputazione dei nostri vini che nel 1857 il medico e botanico Antonio Maurizio Zumaglini utilizza con successo, come terapia d’urto per un paziente in gravi condizioni, proprio il “vino generosissimo di Lessona”… Una passione a cui non sfugge neppure Monsignor Losana, a quei tempi illuminato vescovo di Biella, che coltiva un vigneto nella sua villa Engaddi di Cossato e realizza un vigneto sperimentale nella Scuola Agraria, da lui istituita a Sandigliano.

L’arrivo dei parassiti. Ma, proprio al culmine del successo, iniziano i guai: da metà Ottocento infatti una serie di infestazioni di parassiti di origine americana, accidentalmente importati tramite piante o talee, mettono in pericolo la sopravvivenza dei vigneti europei. Nel Biellese, capofila della lotta contro l’oidio (o ‘mal bianco’) è proprio Monsignor Losana, che nelle sue vigne sperimenta l’efficacia dello zolfo e cerca di convincere i suoi scettici compaesani ad adottare tale rimedio portentoso, purtroppo con scarso successo: i biellesi non credono all’uso dei trattamenti e attribuiscono i risultati ottenuti dal vescovo a preghiere segrete o a formule magiche apprese da Giuseppe Garibaldi - anche lui appassionato viticoltore nelle sue terre a Caprera - che nel 1859 era stato per qualche giorno ospite del vescovo a Biella. Ciononostante, il mal bianco viene presto sconfitto proprio grazie allo zolfo, ma a fine secolo arriva la Peronospora, così temibile da essere comunemente definita ‘la maladia’: anch’essa fa strage di vigneti, fino alla scoperta del rimedio, il solfato di rame.
Ma i guai grossi arrivano con la fillossera – un piccolo afide che attacca le radici delle viti a piede franco, cioè non innestate - che dal 1880 circa rende improduttivi il 95% dei vigneti dell’Alto Piemonte. Questo attacco costringe i viticoltori a rifare gli impianti, trovando – dopo vari esperimenti - nuovi metodi di propagazione della vite per renderla resistente: non più talee o propaggini, ma innesti su piede di vite americana, resistente al parassita.
(Liberamente tratto da: “Il vino biellese”, di Giacomo Marchiori, E20progetti Editore, 2015)
Simona Perolo