Eventi e Cultura

Archivi tessili: dal film Lora Totino al Fabric N° 1 Zegna

Archivi tessili: dal film Lora Totino al Fabric N° 1 Zegna
Eventi e Cultura 02 Ottobre 2016 ore 10:34

Gli archivi in generale, in particolar modo gli archivi d’impresa e, soprattutto, quelli delle industrie tessili contengono testimonianze del passato che diventano elementi fondamentali per la costruzione del futuro. I fili della memoria e della tradizione possono essere intrecciati imprevedibilmente e indefinitamente per sempre nuovi tessuti di creatività e di innovazione. Per la prima volta, in occasione della 46a edizione di “Filo International Yarns Exhibition”, gli archivi tessili biellesi sono diventati a loro volta un exhibitor. Svoltasi nel prestigioso contesto del Palazzo delle Stelline tra mercoledì e giovedì scorsi, “Filo” ha accolto documenti, campionari, immagini e oggetti provenienti da istituti culturali e, soprattutto, da privati e da aziende in attività. Grazie all’Uib e al DocBi, il Centro Rete Biellese Archivi Tessili e Moda ha raccontato, con alcuni esempi davvero significativi, come negli archivi ci sia il ieri, ma anche molto domani. Il percorso espositivo proponeva una concentrazione, inedita quanto trasversale, che induceva a una riflessione sulla opportunità e sulla necessità di (ri)scoprire, tutelare e valorizzare un patrimonio irripetibile e unico, locale e globale, identitario e comunitario, culturale e ideale. “La filatura e il tessile”, questo il titolo della mostra, ha restituito in modo diretto e semplice la ricchezza dei giacimenti archivistici attraverso una lettura “fisica” dei materiali rispetto a supporti differenti e a una ripartizione tematica organizzata sui cardini dell’attività industriale: uomini, creatività, macchine, produzione, commercializzazione e comunicazione.

Il filmato del Lanificio Lora Totino del 1914 proiettato al fondo della sala, un vero e proprio reperto archeologico prezioso risalente agli albori della cinematografia, costituiva, a distanza di un secolo dalla sua realizzazione, la miglior sintesi e la più efficace rappresentazione delle potenzialità degli archivi. Il “viaggio di esplorazione” iniziava con due oggetti di grande impatto: il registro delle lavorazioni di filatura affidate a terzi del Lanificio Ambrosetti di Sordevolo (1671-1680) e il tessuto “Fabric N° 1” realizzato dal Lanificio Ermenegildo Zegna di Trivero nel 2010 per il centenario di fondazione del Gruppo Ermenegildo Zegna. A seguire, in primissimo piano, non poteva che esserci la creatività, motore della attività imprenditoriale, che si coniuga perfettamente con l’archivio quando quest’ultimo è a sua volta motore della creatività. Si crea infatti quando, contemporaneamente, si ricorda e si inventa. Esplorare, osservare e toccare ciò che esiste porta a elaborare e a generare ciò che non esiste ancora. Per questo la conservazione della memoria è un gesto fondamentale. I campionari tessili, “oggetti archivistici non identificati”, rappresentano una sfida catalografica di grande attualità, ma anche il più importante presidio di conoscenza di questo settore merceologico, dove tutto è “campionariabile“: le lane sucide sono il “prodotto finito” degli allevatori e, al contempo, la “materia prima” per chi segue nel processo, idem per i filati e per i tessuti. 

Le raccolte di campionari tessili, o anche un singolo “librone”, tramandano gusto e capacità tecniche, sensibilità e orizzonti scientifici, carattere e management, visione e limiti di uomini, di industrie, di epoche e di interi territori. I campionari tessili racchiudono il principio della replicabilità che è peculiare dell’industria, ma anche quello della variabilità che è tipico dell’artigianato e dell’arte. Gli archivi tessili ricchi di campionari esaltano le regole produttive e le rendono aggiornabili, interpretabili, riproponibili. E celebrano le eccezioni stimolando suggestioni, stupendo, suscitando sogni. A “Filo” il DocBi (principale ente prestatore e allestitore della mostra) ha scelto di portare anche i campionari nati nel Lanificio Annibale Bozzalla, attivo a Crevacuore tra il 1919 e gli anni Settanta. I dodici volumi esposti si riferiscono agli anni Trenta del Novecento e riguardano tanto la drapperia quanto la laneria, ma anche i berretti. La ditta è cessata da anni, ma questi volumi e il loro contenuto non cessano di incuriosire e di ispirare chi li consulta.

Un’altra sezione della mostra riguarda le macchine. Scienza e tecnica applicate all’industria tessile sono da sempre in costante e rapido sviluppo, tant’è che alcuni macchinari un tempo noti a tutti, quanto imprescindibili all’interno delle fabbriche di tutto il mondo, oggi sono sconosciuti ai più. In un comparto che vuole diversità e novità, una macchina “antica” potrebbe costituire un plus sia in termini di diversificazione sia di innovazione, quando non di personalizzazione. La memoria delle macchine è strettamente connessa con quella del prodotto e perdere la cognizione fisica, per non dire tattile, dei meccanismi e delle loro funzioni produrrebbe una grave lacuna. Vorrebbe dire dimenticare la parte non umana del “saper fare”. I macchinari non vanno solo conservati nelle fotografie che li ritraggono o nei ricordi (sempre più labili) dei loro utilizzatori, ma anche nei disegni tecnici progettuali che li hanno generati, nelle dinamiche del loro funzionamento, nelle manualità che li rendevano efficienti e produttivi, nelle caratteristiche specifiche che hanno segnato epoche e mentalità. Le macchine hanno fatto e fanno parte del grande spettacolo del lavoro. E negli archivi si custodiscono anche le macchine. L’esempio nella kermess milanese era fornito da alcuni di “pezzi” di self-acting della storica casa britannica Platt Brothers & C. Ltd di Oldham (UK). Si tratta dei filatoi attivi presso i Lanifici Giuseppe Rivetti e Figli di Biella dalla fine dell’Ottocento (poi aggiornati nel 1916-1917). A un secolo esatto dalla loro messa in funzione sono stati ritrovati smontati, ma intatti, presso il collezionista Renzo Costenaro e per “Filo” sono “assemblati” alla fotografia che li ritrae nei saloni in cui operarono per decenni. I documenti conservati negli archivi industriali, in special modo quelli tessili, offrono una panoramica storico-cronologica di grande interesse non solo in termini squisitamente culturali. Si tratta di consultarli alla lettera, ma anche di “saper leggere” tra le righe per cogliere messaggi così remoti da essere nuovi o indicazioni sempre attuali. Le carte d’archivio restituiscono anche una globalizzazione ante litteram, ossia un modo di vivere l’industria e le dinamiche del business che era già in essere ben prima che se ne desse una definizione lessicale più o meno efficace. Industria significa rete. Imprenditoria tessile significa tessuto relazionale. Globale? Sì, sempre e da sempre.

Lane argentine, macchine inglesi, coloranti indiani, ausiliari tessili tedeschi, filande biellesi (italiane), mercati mediorientali... Un’eccezione? No, la regola. Il tutto “fratto tempo”, come sempre, ma con un denominatore che decresce man mano che ci si allontana nella Storia. L’industria è Rete: il web in qualche modo ha origini molto remote. Ci sono carte intestate dell’Ottocento che sono veri e propri “siti Internet”. Home page, chi siamo, prodotti, contatti, portfolio, gallery... tutto nel fregio tipografico di una pagina scritta a mano o a macchina, inviata e/o ricevuta per posta, in un mondo dove miliardi di mail raggiungevano tutti dappertutto senza bisogno di essere e-mail. Gli archivi insegnano che i tempi degli ordinativi, della produzione e della consegna sono relativi e, spesso, inversamente proporzionali alla qualità della vita: più lento non vuol dire peggiore. Le fatture e le lettere visibili nella due giorni di Milano sono state recapitate al Lanificio Pietro Angelo Boggio di Strona alla fine dell’Ottocento e oggi disegnano una stoffa a trama e ordito assai fitti tra aziende, nazioni e realtà diverse e lontane fra di loro. Testimoni vicini e lontani nel tempo, quelli esposti a “Filo”, che rappresentavano tra l’altro gli estremi cronologici di una grande avventura umana e imprenditoriale (biellese, ossia italiana) che ritrova nelle proprie radici più profonde la forza per affrontare nuove sfide. Il motto vincente è: il sapere di ieri è il progetto di domani.

Danilo Craveia

Gli archivi in generale, in particolar modo gli archivi d’impresa e, soprattutto, quelli delle industrie tessili contengono testimonianze del passato che diventano elementi fondamentali per la costruzione del futuro. I fili della memoria e della tradizione possono essere intrecciati imprevedibilmente e indefinitamente per sempre nuovi tessuti di creatività e di innovazione. Per la prima volta, in occasione della 46a edizione di “Filo International Yarns Exhibition”, gli archivi tessili biellesi sono diventati a loro volta un exhibitor. Svoltasi nel prestigioso contesto del Palazzo delle Stelline tra mercoledì e giovedì scorsi, “Filo” ha accolto documenti, campionari, immagini e oggetti provenienti da istituti culturali e, soprattutto, da privati e da aziende in attività. Grazie all’Uib e al DocBi, il Centro Rete Biellese Archivi Tessili e Moda ha raccontato, con alcuni esempi davvero significativi, come negli archivi ci sia il ieri, ma anche molto domani. Il percorso espositivo proponeva una concentrazione, inedita quanto trasversale, che induceva a una riflessione sulla opportunità e sulla necessità di (ri)scoprire, tutelare e valorizzare un patrimonio irripetibile e unico, locale e globale, identitario e comunitario, culturale e ideale. “La filatura e il tessile”, questo il titolo della mostra, ha restituito in modo diretto e semplice la ricchezza dei giacimenti archivistici attraverso una lettura “fisica” dei materiali rispetto a supporti differenti e a una ripartizione tematica organizzata sui cardini dell’attività industriale: uomini, creatività, macchine, produzione, commercializzazione e comunicazione.

Il filmato del Lanificio Lora Totino del 1914 proiettato al fondo della sala, un vero e proprio reperto archeologico prezioso risalente agli albori della cinematografia, costituiva, a distanza di un secolo dalla sua realizzazione, la miglior sintesi e la più efficace rappresentazione delle potenzialità degli archivi. Il “viaggio di esplorazione” iniziava con due oggetti di grande impatto: il registro delle lavorazioni di filatura affidate a terzi del Lanificio Ambrosetti di Sordevolo (1671-1680) e il tessuto “Fabric N° 1” realizzato dal Lanificio Ermenegildo Zegna di Trivero nel 2010 per il centenario di fondazione del Gruppo Ermenegildo Zegna. A seguire, in primissimo piano, non poteva che esserci la creatività, motore della attività imprenditoriale, che si coniuga perfettamente con l’archivio quando quest’ultimo è a sua volta motore della creatività. Si crea infatti quando, contemporaneamente, si ricorda e si inventa. Esplorare, osservare e toccare ciò che esiste porta a elaborare e a generare ciò che non esiste ancora. Per questo la conservazione della memoria è un gesto fondamentale. I campionari tessili, “oggetti archivistici non identificati”, rappresentano una sfida catalografica di grande attualità, ma anche il più importante presidio di conoscenza di questo settore merceologico, dove tutto è “campionariabile“: le lane sucide sono il “prodotto finito” degli allevatori e, al contempo, la “materia prima” per chi segue nel processo, idem per i filati e per i tessuti. 

Le raccolte di campionari tessili, o anche un singolo “librone”, tramandano gusto e capacità tecniche, sensibilità e orizzonti scientifici, carattere e management, visione e limiti di uomini, di industrie, di epoche e di interi territori. I campionari tessili racchiudono il principio della replicabilità che è peculiare dell’industria, ma anche quello della variabilità che è tipico dell’artigianato e dell’arte. Gli archivi tessili ricchi di campionari esaltano le regole produttive e le rendono aggiornabili, interpretabili, riproponibili. E celebrano le eccezioni stimolando suggestioni, stupendo, suscitando sogni. A “Filo” il DocBi (principale ente prestatore e allestitore della mostra) ha scelto di portare anche i campionari nati nel Lanificio Annibale Bozzalla, attivo a Crevacuore tra il 1919 e gli anni Settanta. I dodici volumi esposti si riferiscono agli anni Trenta del Novecento e riguardano tanto la drapperia quanto la laneria, ma anche i berretti. La ditta è cessata da anni, ma questi volumi e il loro contenuto non cessano di incuriosire e di ispirare chi li consulta.

Un’altra sezione della mostra riguarda le macchine. Scienza e tecnica applicate all’industria tessile sono da sempre in costante e rapido sviluppo, tant’è che alcuni macchinari un tempo noti a tutti, quanto imprescindibili all’interno delle fabbriche di tutto il mondo, oggi sono sconosciuti ai più. In un comparto che vuole diversità e novità, una macchina “antica” potrebbe costituire un plus sia in termini di diversificazione sia di innovazione, quando non di personalizzazione. La memoria delle macchine è strettamente connessa con quella del prodotto e perdere la cognizione fisica, per non dire tattile, dei meccanismi e delle loro funzioni produrrebbe una grave lacuna. Vorrebbe dire dimenticare la parte non umana del “saper fare”. I macchinari non vanno solo conservati nelle fotografie che li ritraggono o nei ricordi (sempre più labili) dei loro utilizzatori, ma anche nei disegni tecnici progettuali che li hanno generati, nelle dinamiche del loro funzionamento, nelle manualità che li rendevano efficienti e produttivi, nelle caratteristiche specifiche che hanno segnato epoche e mentalità. Le macchine hanno fatto e fanno parte del grande spettacolo del lavoro. E negli archivi si custodiscono anche le macchine. L’esempio nella kermess milanese era fornito da alcuni di “pezzi” di self-acting della storica casa britannica Platt Brothers & C. Ltd di Oldham (UK). Si tratta dei filatoi attivi presso i Lanifici Giuseppe Rivetti e Figli di Biella dalla fine dell’Ottocento (poi aggiornati nel 1916-1917). A un secolo esatto dalla loro messa in funzione sono stati ritrovati smontati, ma intatti, presso il collezionista Renzo Costenaro e per “Filo” sono “assemblati” alla fotografia che li ritrae nei saloni in cui operarono per decenni. I documenti conservati negli archivi industriali, in special modo quelli tessili, offrono una panoramica storico-cronologica di grande interesse non solo in termini squisitamente culturali. Si tratta di consultarli alla lettera, ma anche di “saper leggere” tra le righe per cogliere messaggi così remoti da essere nuovi o indicazioni sempre attuali. Le carte d’archivio restituiscono anche una globalizzazione ante litteram, ossia un modo di vivere l’industria e le dinamiche del business che era già in essere ben prima che se ne desse una definizione lessicale più o meno efficace. Industria significa rete. Imprenditoria tessile significa tessuto relazionale. Globale? Sì, sempre e da sempre.

Lane argentine, macchine inglesi, coloranti indiani, ausiliari tessili tedeschi, filande biellesi (italiane), mercati mediorientali... Un’eccezione? No, la regola. Il tutto “fratto tempo”, come sempre, ma con un denominatore che decresce man mano che ci si allontana nella Storia. L’industria è Rete: il web in qualche modo ha origini molto remote. Ci sono carte intestate dell’Ottocento che sono veri e propri “siti Internet”. Home page, chi siamo, prodotti, contatti, portfolio, gallery... tutto nel fregio tipografico di una pagina scritta a mano o a macchina, inviata e/o ricevuta per posta, in un mondo dove miliardi di mail raggiungevano tutti dappertutto senza bisogno di essere e-mail. Gli archivi insegnano che i tempi degli ordinativi, della produzione e della consegna sono relativi e, spesso, inversamente proporzionali alla qualità della vita: più lento non vuol dire peggiore. Le fatture e le lettere visibili nella due giorni di Milano sono state recapitate al Lanificio Pietro Angelo Boggio di Strona alla fine dell’Ottocento e oggi disegnano una stoffa a trama e ordito assai fitti tra aziende, nazioni e realtà diverse e lontane fra di loro. Testimoni vicini e lontani nel tempo, quelli esposti a “Filo”, che rappresentavano tra l’altro gli estremi cronologici di una grande avventura umana e imprenditoriale (biellese, ossia italiana) che ritrova nelle proprie radici più profonde la forza per affrontare nuove sfide. Il motto vincente è: il sapere di ieri è il progetto di domani.

Danilo Craveia