Alla Ruota di Pray due secoli di storia

Alla Ruota di Pray due secoli di storia
Eventi e Cultura 13 Novembre 2016 ore 11:50

Di solito si parla della trama di un racconto, ovvero di quei percorsi ideali e tematici con cui si forma e si sviluppa una narrazione, ma nel caso della produzione tessile biellese si devono invertire i termini della questione. E’ la trama, uno degli elementi fondamentali di qualsivoglia tessuto (con l’ordito), che merita di essere raccontata, se non altro in chiave simbolica. Non si tratta, infatti, di affrontare un discorso tecnico, ma di riflettere su ciò che ha reso e rende il Biellese una terra unica, eccellente: un intreccio di fili di lana. I tessuti prodotti a Biella o nelle sue vallate non sono un frutto del suolo o una caratteristica del paesaggio. Le buone stoffe biellesi sono il risultato di una rivoluzione industriale, di un processo di crescita culturale, di una complessa e, a volte, drammatica dialettica sociale, di un’evoluzione economica e di un’interrelazione più che secolare tra locale e globale. Ma per noi è una realtà così tanto connaturata, talmente “normale” da essere diventata più che scontata, quasi invisibile. E invece è straordinaria. E’ una storia, la più nostra che potremmo o potremo mai avere, scritta con i telai. E’ il sistema più continuo e significativo con cui i biellesi hanno comunicato con il mondo. Un nastro lungo milioni di chilometri che da venti decenni si svolge verso l’Italia e i paesi più lontani. 

Proprio nel 2017 ricorreranno duecento anni dall’arrivo delle prime macchine tessili nel Biellese per iniziativa di Pietro Sella. Sarebbe disdicevole far passare sotto silenzio un tale anniversario. Tutti dobbiamo molto a quello che fu un “esperimento” nella Vallestrona del 1817 e non dovrà essere una sorta di “operazione nostalgia” (quasi tardiva, visto che il settore ha vissuto stagioni migliori). In ogni caso la grande avventura manifatturiera biellese ha costruito una “autobiografia” fatta di migliaia di libroni. I campionari tessili raccontano, stagione dopo stagione, il lavoro intellettuale e quello manuale di generazioni di individui, il mutare del gusto e delle mode, i periodi da ricordare e quelli da dimenticare, la pace e la guerra, la miseria e il benessere, l’austerità e le follie. Le armature, i motivi, le procedure di nobilitazione e le tinte ci tramandano universi di sensibilità e di convenzioni. E’ un linguaggio tutto da decifrare, un arduo geroglifico, una letteratura potente e conforme, ma anche anarchica e multiforme. Sfogliare un campionario è come viaggiare nel tempo su una macchina davvero speciale che consente di operare vere magie. Tanto per cominciare le vecchie stampe fotografiche o i fotogrammi delle pellicole più datate si ravvivano attraverso un caleidoscopio che svela il filtro iniquo, il camuffamento del bianco e nero da cui emergono insospettabili, ma perfette e nitidissime presenze cromatiche. I colori riconquistano tutto lo spazio da cui erano “defluiti“: un lembo di panno in un tomo polveroso può rimettere le lunghezze d’onda al loro posto. I nostri bisnonni erano più allegri di quanto le stampe argentate o seppiate ci inducono a credere. 

I campionari, fino a ieri l’altro, avevano più affinità elettive con la pittura che con la fotografia che ha pagato dazio a lungo a limiti tecnici superati solo di recente. E l’esperienza tattile aggiunge un’altra vasta gamma di sensazioni. E’ un’altra peculiarità dei tessuti e, quindi, dei campionari che ne contengono i ritagli. Siamo di fronte a “documenti” solidi, tridimensionali, pelosi o vellutati, grezzi e raffinati, lisci o quasi impalpabili, corpi nati estranei, eppure innestati sulla pagina con maestria, come la più naturale delle estensioni. Certi volumi sono capolavori a sè stanti, indipendentemente dalla collezione che accolgono. Forse non è una forma d’arte, ma i campionari sono di certo un prodotto artigianale di alto livello che però ultimamente, e in non poche aziende, non godono più dell’attenzione di un tempo. 

Un vero peccato. I campionari tessili costituiscono un patrimonio dell’umanità. Sono una testimonianza storica senza uguali e il Biellese ne conserva una quantità rilevante. Quei tessuti sono stati tagliati e cuciti addosso a centinaia di milioni di persone in tutte le epoche. Quei panni sono entrati in contatto con la pelle di un’infinità di uomini e di donne, sono stati gli oggetti a loro più vicini, più intimi, dalla culla alla tomba, in qualsiasi situazione. Come direbbe il professor Keating de “L’attimo fuggente”, non stiamo parlando di tubi, stiamo parlando di poesia. Dove le parole sono di lana, dove la penna si chiama navetta e corre veloce al ritmo serrato dei licci che si alternano. Non a caso “i telai di Biella mi ispirano”, scrisse il futurista Filippo Tommaso Marinetti. Ogni tessitore o tessitrice ha contribuito con un verso e lo spettacolo deve continuare. La voce delle filande e delle tessiture, delle acque che le mossero, delle genti che le popolarono risuona forte e chiara in quelle porzioni di panno e non può spegnersi. Quella tessile è la più precoce delle industrie e dell’industria nella sua essenza più alta e vera mantiene i tratti migliori. Ecco perché i campionari tessili esaltano la memoria tecnica, assicurano indefinitamente la replicabilità di un prodotto o la immortalità di un progetto. Ci sono musiche incompiute che si possono riprendere e proseguire e compiere. Sì, quelle sequenze di poligoni di stoffa sembrano spartiti di sinfonie, di arie inimitabili, ma anche di variazioni sul tema che non smettono di essere rilette da nuovi grandi interpreti. Il processo che porta alla composizione di un singolo campionario, cioè lo sforzo di un’azienda per affrontare il mercato con la sua prossima proposta, è un susseguirsi di azioni ricche di fascino, che necessitano di competenze diverse, che finalizzano il lavoro di squadra di tecnici dotati di una profonda conoscenza dei materiali, della chimica, della fisica e della meccanica. 

Per creare un tessuto e per mettere insieme un campionario si deve andare a scuola. Gli alunni della Scuola Professionale di Biella, attiva fin dal 1838 (trasformatasi poi nell’ITI “Quintino Sella”), erano preparati anche in questo specifico settore di quello che sarebbe stato il loro mestiere. I giovani futuri “disegneur” hanno lasciato per i posteri decine, centinaia di lavori scolastici, di studi di campionari elaborati in classe. Molti imprenditori hanno poi fatto buon uso di quelle nozioni, di quel metodo di lavoro, sia per la confezione dei campionari commerciali con cui presentarsi nelle fiere o ai clienti, con cui attrezzare le valigie dei rappresentanti, sia per archiviare le tracce precise di quanto costruito. Alcuni hanno preferito limitarsi a conservare i tessuti, altri hanno voluto tenere insieme per sempre i panni e le istruzioni per produrli. Ecco il segreto della riproducibilità illimitata, ecco l’input tecnico-tattile per il pensiero creativo. Domani alla Fabbrica della Ruota si apre un piccolo scrigno delle meraviglie ricolmo di campionari tessili di tutti i tipi, da osservare e toccare. La mostra che il DocBi Centro Studi Biellesi propone con e per il Centro Rete Biellese Archivi Tessili e Moda si intitola proprio “Il racconto della trama” e durerà soltanto sino al 27 novembre. Questo perché, alla fine della mostra, avrà inizio un workshop, un laboratorio aperto fino all’estate del 2017 a tutti coloro che vorranno giocare, incontrarsi, studiare, “tessere” spunti artistici, fantasie fotografiche, esperienze didattiche, nuove idee, magari per le collezioni delle prossime stagioni. I campionari disponibili provengono da una decina di aziende cessate e coprono tutto il Novecento. Una selezione davvero notevole e un’occasione di scoperta da non perdere. Gli archivi tessili hanno molto da offrire e ai campionari va riservato un proficuo investimento di curiosità e di interesse. 
Danilo Craveia 

Di solito si parla della trama di un racconto, ovvero di quei percorsi ideali e tematici con cui si forma e si sviluppa una narrazione, ma nel caso della produzione tessile biellese si devono invertire i termini della questione. E’ la trama, uno degli elementi fondamentali di qualsivoglia tessuto (con l’ordito), che merita di essere raccontata, se non altro in chiave simbolica. Non si tratta, infatti, di affrontare un discorso tecnico, ma di riflettere su ciò che ha reso e rende il Biellese una terra unica, eccellente: un intreccio di fili di lana. I tessuti prodotti a Biella o nelle sue vallate non sono un frutto del suolo o una caratteristica del paesaggio. Le buone stoffe biellesi sono il risultato di una rivoluzione industriale, di un processo di crescita culturale, di una complessa e, a volte, drammatica dialettica sociale, di un’evoluzione economica e di un’interrelazione più che secolare tra locale e globale. Ma per noi è una realtà così tanto connaturata, talmente “normale” da essere diventata più che scontata, quasi invisibile. E invece è straordinaria. E’ una storia, la più nostra che potremmo o potremo mai avere, scritta con i telai. E’ il sistema più continuo e significativo con cui i biellesi hanno comunicato con il mondo. Un nastro lungo milioni di chilometri che da venti decenni si svolge verso l’Italia e i paesi più lontani. 

Proprio nel 2017 ricorreranno duecento anni dall’arrivo delle prime macchine tessili nel Biellese per iniziativa di Pietro Sella. Sarebbe disdicevole far passare sotto silenzio un tale anniversario. Tutti dobbiamo molto a quello che fu un “esperimento” nella Vallestrona del 1817 e non dovrà essere una sorta di “operazione nostalgia” (quasi tardiva, visto che il settore ha vissuto stagioni migliori). In ogni caso la grande avventura manifatturiera biellese ha costruito una “autobiografia” fatta di migliaia di libroni. I campionari tessili raccontano, stagione dopo stagione, il lavoro intellettuale e quello manuale di generazioni di individui, il mutare del gusto e delle mode, i periodi da ricordare e quelli da dimenticare, la pace e la guerra, la miseria e il benessere, l’austerità e le follie. Le armature, i motivi, le procedure di nobilitazione e le tinte ci tramandano universi di sensibilità e di convenzioni. E’ un linguaggio tutto da decifrare, un arduo geroglifico, una letteratura potente e conforme, ma anche anarchica e multiforme. Sfogliare un campionario è come viaggiare nel tempo su una macchina davvero speciale che consente di operare vere magie. Tanto per cominciare le vecchie stampe fotografiche o i fotogrammi delle pellicole più datate si ravvivano attraverso un caleidoscopio che svela il filtro iniquo, il camuffamento del bianco e nero da cui emergono insospettabili, ma perfette e nitidissime presenze cromatiche. I colori riconquistano tutto lo spazio da cui erano “defluiti“: un lembo di panno in un tomo polveroso può rimettere le lunghezze d’onda al loro posto. I nostri bisnonni erano più allegri di quanto le stampe argentate o seppiate ci inducono a credere. 

I campionari, fino a ieri l’altro, avevano più affinità elettive con la pittura che con la fotografia che ha pagato dazio a lungo a limiti tecnici superati solo di recente. E l’esperienza tattile aggiunge un’altra vasta gamma di sensazioni. E’ un’altra peculiarità dei tessuti e, quindi, dei campionari che ne contengono i ritagli. Siamo di fronte a “documenti” solidi, tridimensionali, pelosi o vellutati, grezzi e raffinati, lisci o quasi impalpabili, corpi nati estranei, eppure innestati sulla pagina con maestria, come la più naturale delle estensioni. Certi volumi sono capolavori a sè stanti, indipendentemente dalla collezione che accolgono. Forse non è una forma d’arte, ma i campionari sono di certo un prodotto artigianale di alto livello che però ultimamente, e in non poche aziende, non godono più dell’attenzione di un tempo. 

Un vero peccato. I campionari tessili costituiscono un patrimonio dell’umanità. Sono una testimonianza storica senza uguali e il Biellese ne conserva una quantità rilevante. Quei tessuti sono stati tagliati e cuciti addosso a centinaia di milioni di persone in tutte le epoche. Quei panni sono entrati in contatto con la pelle di un’infinità di uomini e di donne, sono stati gli oggetti a loro più vicini, più intimi, dalla culla alla tomba, in qualsiasi situazione. Come direbbe il professor Keating de “L’attimo fuggente”, non stiamo parlando di tubi, stiamo parlando di poesia. Dove le parole sono di lana, dove la penna si chiama navetta e corre veloce al ritmo serrato dei licci che si alternano. Non a caso “i telai di Biella mi ispirano”, scrisse il futurista Filippo Tommaso Marinetti. Ogni tessitore o tessitrice ha contribuito con un verso e lo spettacolo deve continuare. La voce delle filande e delle tessiture, delle acque che le mossero, delle genti che le popolarono risuona forte e chiara in quelle porzioni di panno e non può spegnersi. Quella tessile è la più precoce delle industrie e dell’industria nella sua essenza più alta e vera mantiene i tratti migliori. Ecco perché i campionari tessili esaltano la memoria tecnica, assicurano indefinitamente la replicabilità di un prodotto o la immortalità di un progetto. Ci sono musiche incompiute che si possono riprendere e proseguire e compiere. Sì, quelle sequenze di poligoni di stoffa sembrano spartiti di sinfonie, di arie inimitabili, ma anche di variazioni sul tema che non smettono di essere rilette da nuovi grandi interpreti. Il processo che porta alla composizione di un singolo campionario, cioè lo sforzo di un’azienda per affrontare il mercato con la sua prossima proposta, è un susseguirsi di azioni ricche di fascino, che necessitano di competenze diverse, che finalizzano il lavoro di squadra di tecnici dotati di una profonda conoscenza dei materiali, della chimica, della fisica e della meccanica. 

Per creare un tessuto e per mettere insieme un campionario si deve andare a scuola. Gli alunni della Scuola Professionale di Biella, attiva fin dal 1838 (trasformatasi poi nell’ITI “Quintino Sella”), erano preparati anche in questo specifico settore di quello che sarebbe stato il loro mestiere. I giovani futuri “disegneur” hanno lasciato per i posteri decine, centinaia di lavori scolastici, di studi di campionari elaborati in classe. Molti imprenditori hanno poi fatto buon uso di quelle nozioni, di quel metodo di lavoro, sia per la confezione dei campionari commerciali con cui presentarsi nelle fiere o ai clienti, con cui attrezzare le valigie dei rappresentanti, sia per archiviare le tracce precise di quanto costruito. Alcuni hanno preferito limitarsi a conservare i tessuti, altri hanno voluto tenere insieme per sempre i panni e le istruzioni per produrli. Ecco il segreto della riproducibilità illimitata, ecco l’input tecnico-tattile per il pensiero creativo. Domani alla Fabbrica della Ruota si apre un piccolo scrigno delle meraviglie ricolmo di campionari tessili di tutti i tipi, da osservare e toccare. La mostra che il DocBi Centro Studi Biellesi propone con e per il Centro Rete Biellese Archivi Tessili e Moda si intitola proprio “Il racconto della trama” e durerà soltanto sino al 27 novembre. Questo perché, alla fine della mostra, avrà inizio un workshop, un laboratorio aperto fino all’estate del 2017 a tutti coloro che vorranno giocare, incontrarsi, studiare, “tessere” spunti artistici, fantasie fotografiche, esperienze didattiche, nuove idee, magari per le collezioni delle prossime stagioni. I campionari disponibili provengono da una decina di aziende cessate e coprono tutto il Novecento. Una selezione davvero notevole e un’occasione di scoperta da non perdere. Gli archivi tessili hanno molto da offrire e ai campionari va riservato un proficuo investimento di curiosità e di interesse. 
Danilo Craveia