Economia

Pmi: arriva lo stress-test fiscale d'estate

Pmi: arriva lo stress-test fiscale d'estate
Economia 29 Marzo 2013 ore 11:11

Vero e proprio stress-test per  lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori: è quello in arrivo tra giugno e luglio prossimi, in un contesto peraltro già profondamente deteriorato e che il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, non ha esitato l’altro giorno a stigmatizzare evocando la metafora della “fine per mancanza di ossigeno”. Ad affermarlo, conti alla mano, è l’Ufficio Studi di Cgia Mestre.

Scadenze. Secondo Cgia Mestre, prima di una pausa estiva che, purtroppo, per molte aziende potrebbe rivelarsi quella definitiva, le scadenze fiscali saranno infatti  numerosissime e riguarderanno i versamenti Inps, la tassa annuale di iscrizione alla Camera di Commercio, il pagamento della prima rata dell’Imu e della nuova Tares ossia il balzello unitario sui rifiuti ed i servizi  creato dall’ineffabile Governo dei tecnici  (un salasso di cui, ad oggi, non si conoscono ancora le esatte proporzioni ma, intuitivamente, già tutto il presumibile danno), oltre all’autoliquidazione Irpef  (che prevede il saldo 2012 e l’acconto 2013): una pletora di adempimenti che peseranno sulle tasche delle piccole e medie imprese o dei lavoratori autonomi fino a 25.700 euro circa. «In una fase in cui le piccole e micro imprese sono sempre più stressate dal fisco e a corto di liquidità - sottolinea il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi -, l’appuntamento fiscale di inizio estate rischia di spingerne moltissime fuori mercato».

Simulazioni. Le simulazioni realizzate dall’Ufficio Studi di Cgia di Mestre hanno preso in esame quattro diverse tipologie aziendali. I risultati? Da far paura: un commerciante pagherà tra i 4.452 e i 4.676 euro; un artigiano tra i 6.948 e i 7.206 euro; una società di persone, con 2 soci e 4 dipendenti, tra i 17.733 e i 18.409 euro e, dulcis in fundo (si fa per dire) una società di capitali, con 2 soci e 10 dipendenti, tra i 25.401 e i 25.737 euro. In queste 4 elaborazioni, Cgia ha  calcolato i possibili esborsi di cui i titolari di queste aziende dovranno farsi carico, considerando due scenari. Nel primo sono state  utilizzate le aliquote medie dell’Imu e delle addizionali Irpef, nonchè la maggiorazione della Tares pari a 0,3 euro al metro quadrato. Nel secondo, invece, si è immaginato uno scenario più pessimistico rispetto al precedente, ipotizzando che le Regioni e gli Enti locali elevino sino al valore massimo consentito le aliquote dei tributi interessati da questa scadenza e che la maggiorazione della Tares si attesti a 0,4 euro al metro quadrato.

Priorità. Eppure, nonostante l’allarme lanciato dal mondo produttivo e giustificato dalla novità drammatica della situazione, la politica sembra restare prigioniera di liturgie vecchie e di ritmi lenti, perdendosi nella nebbia di minuetti e schermaglie lontane dalle immediate difficoltà quotidiane di famiglie e imprese.  «La priorità, in questo momento - osserva infatti Aureliano Curini, direttore dell’Ain, l’associazione che riunisce gli industriali novaresi - è avere un Governo stabile che sia in grado di garantire al nostro Paese una efficace politica di sviluppo economico. Solo una volta realizzata questa premessa sarà possibile rivedere le politiche fiscali, in modo da garantire un indifferibile riequilibrio tra entrate per l’Erario e investimenti delle imprese che non porti queste ultime sull’orlo del baratro. Sul fronte finanziario, invece, l’unica speranza, al momento, è riposta in un iter il più possibile veloce per il decreto legge che sblocchi i debiti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese».
Un’analisi che trova piena sintonia anche nelle parole di Emanuele Scribanti, vicepresidente Uib per l’Area Economia d’Impresa -
«Il peso delle prossime scadenze avrà un impatto enorme proprio perché inciderà su un tessuto produttivo già stremato dalla crisi - commenta Scribanti -. Eppure, nonostante i ripetuti allarmi lanciati da tempo non sospetto da Confindustria e da tutte le parti sociali, la politica pare restare cieca di fronte ad una situazione non più gestibile; una situazione frutto di inerzia pregressa e che vede innestarsi sul tronco della crisi internazionale gli annosi problemi italiani: dalla mancanza di una credibile politica industriale al caro bolletta energetica e alle imposte come l’Imu sui fabbricati industriali o la Tares,  sino al nodo dei pagamenti dei debiti della Pa nei confronti delle imprese e a quello  dell’accesso al credito. La sensazione, come bene ha detto Giorgio Squinzi, è quella che il tempo a disposizione sia ormai finito ma che la politica resti prigioniera di logiche vecchie, invece di premere sull’acceleratore di riforme profonde e, soprattutto, di azioni a tutela e difesa del sistema produttivo».
Insomma, per citare Tito Livio, c’è l’impressione (o financo la certezza) che “mentre si discute, Sagunto viene espugnata”. All’epoca (si era nel 219 a.C.), l’inerzia di Roma  garantì il vantaggio di Annibale e aprì poi la strada alla Seconda Guerra Punica. Oggi, la cecità della politica nell’affrontare velocemente  le esigenze vitali del mondo produttivo potrebbe, invece, consegnare il Paese al default sociale.

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