Economia

Manifatturiero: più ottimismo per le Pmi, ma resta ancora il gap con il periodo pre-crisi

Manifatturiero: più ottimismo per le Pmi, ma resta ancora il gap con il periodo pre-crisi
Economia 07 Dicembre 2017 ore 10:53

Clima di fiducia  e prospettive di nuovi ordini continuano a corroborare un sentiment diffuso di miglioramento non solo nell’economia italiana, ma anche nelle principali economie avanzate. L’analisi flash effettuata dal Centro Studi di Confindustria nel mese di novembre, appena conclusosi, parla chiaro: il Pmi manifatturiero (l’indicatore macro-economico utilizzato nell’analisi del settore manifatturiero, dei servizi e delle costruzioni) è salito al top dal 2011, a quota 57,8, con la componente ordini in netto progresso a 59,4, ovvero con un recupero di quasi due punti e mezzo (2,4) in un mese. Come fa rilevare il Centro Studi Confindustria, anche le attese di produzione (dati Istat) sono migliorate. L’attività industriale è aumentata del +1% in ottobre (stima Centro Studi Confindustria) dopo il -1,3% di settembre. «I dati di Confindustria - commenta il presidente dell’Uib, Carlo Piacenza (in foto) - sono coerenti con lo stesso clima che sentiamo a livello di distretto e che potremmo compendiare con la formula “moderato ottimismo”: una moderazione che è d’obbligo all’interno di un’economia  su cui potrebbero farsi sentire gli effetti di fatti improvvisi a livello politico, ma che sembra stare consolidando finalmente un passo più accelerato». Dalla rilevazione flash di Centro Studi Confindustria, esce, infatti, con chiarezza, che a livello globale, l’attività manifatturiera ha accelerato il passo portandosi al ritmo più rapido da sei anni e mezzo, con l’indice Pmi che, in ottobre, ha raggiunto quota 53,5. A trainare l’attività manifatturiera è soprattutto la produzione di beni strumentali, principalmente quelli tecnologici, segnalando un rafforzamento del ciclo mondiale degli investimenti. «Ciò - commenta sempre Carlo Piacenza - potrebbe anche suggerire una dinamica robusta degli scambi mondiali a fine anno. A preoccupare, semmai, è la dinamica dei consumi interni che non riesce ancora a prendere veramente quota». In effetti, la rilevazione del Centro Studi di Confindustria conforta questa lettura. Ai consumi interni italiani ancora al palo (ma l’indice di fiducia è salito di 0,5%, aumentando per il quinto mese di fila), fanno da positivo contrappeso gli investimenti: nel terzo trimestre, sono cresciuti a passo spedito gli acquisti di macchinari e attrezzature (+2%) e gli ordini interni di macchine utensili, in estate, sono cresciuti del 68,2% tendenziale. «Questo nuovo clima - afferma il presidente dell’Uib - sintetizza i frutti del lavoro che il manifatturiero ha compiuto durante la crisi e rappresenta il risultato degli investimenti effettuati nel recente passato. Ora, dopo gli investimenti che si sono effettuati per restare in campo e vincere la sfida della crisi, le nostre manifatture, in primis quelle del tessile-abbigliamento, stanno puntando sulla sostenibilità di processo e di prodotto: un nuovo approccio che ha connotazioni e impatti non solo economici, ma anche etico-sociali. Si tratta di una nuova frontiera che vede le nostre Pmi già all’avanguardia e può contare su una filiera produttiva che, in Italia e soprattutto a Biella, è rimasta sostanzialmente completa: questo è un grande differenziale competitivo che va difeso».  Pur in presenza di questo nuovo mood, il presidente degli industriali biellesi continua nondimeno a sostenere la necessità di essere prudenti, soprattutto se si contestualizzano i dati reali. «Nel report annuale sulle Pmi 2016-’17 diffuso nei giorni scorsi, la Commissione europea include le piccole-medie aziende italiane nel gruppo dei sei Paesi ancora lontani dai livelli pre-crisi per quanto concerne occupazione e valore aggiunto - conclude Carlo Piacenza -. Significa che ci siamo sì rimessi in moto, ma il passo, pur accelerato rispetto al recente passato, non è ancora quello di una vera corsa. Se si considera che il tessuto imprenditoriale italiano è fatto rilevantemente da Pmi, diventa imperativo che queste entrino in quello che l’Ue chiama il “club delle gazzelle” ossia il club delle imprese a elevato sviluppo e con crescita media annua superiore al 10% in un orizzonte triennale. Perché ciò accada serve certamente un contesto favorevole, ma serve, ancora di più,  un salto culturale. Essenziale affinché sia il contesto sia il cambiamento culturale accompagnino la ripresa resta però il fatto che non si vanifichino le riforme fin qui realizzate».

Giovanni Orso     

Clima di fiducia  e prospettive di nuovi ordini continuano a corroborare un sentiment diffuso di miglioramento non solo nell’economia italiana, ma anche nelle principali economie avanzate. L’analisi flash effettuata dal Centro Studi di Confindustria nel mese di novembre, appena conclusosi, parla chiaro: il Pmi manifatturiero (l’indicatore macro-economico utilizzato nell’analisi del settore manifatturiero, dei servizi e delle costruzioni) è salito al top dal 2011, a quota 57,8, con la componente ordini in netto progresso a 59,4, ovvero con un recupero di quasi due punti e mezzo (2,4) in un mese. Come fa rilevare il Centro Studi Confindustria, anche le attese di produzione (dati Istat) sono migliorate. L’attività industriale è aumentata del +1% in ottobre (stima Centro Studi Confindustria) dopo il -1,3% di settembre. «I dati di Confindustria - commenta il presidente dell’Uib, Carlo Piacenza (in foto) - sono coerenti con lo stesso clima che sentiamo a livello di distretto e che potremmo compendiare con la formula “moderato ottimismo”: una moderazione che è d’obbligo all’interno di un’economia  su cui potrebbero farsi sentire gli effetti di fatti improvvisi a livello politico, ma che sembra stare consolidando finalmente un passo più accelerato». Dalla rilevazione flash di Centro Studi Confindustria, esce, infatti, con chiarezza, che a livello globale, l’attività manifatturiera ha accelerato il passo portandosi al ritmo più rapido da sei anni e mezzo, con l’indice Pmi che, in ottobre, ha raggiunto quota 53,5. A trainare l’attività manifatturiera è soprattutto la produzione di beni strumentali, principalmente quelli tecnologici, segnalando un rafforzamento del ciclo mondiale degli investimenti. «Ciò - commenta sempre Carlo Piacenza - potrebbe anche suggerire una dinamica robusta degli scambi mondiali a fine anno. A preoccupare, semmai, è la dinamica dei consumi interni che non riesce ancora a prendere veramente quota». In effetti, la rilevazione del Centro Studi di Confindustria conforta questa lettura. Ai consumi interni italiani ancora al palo (ma l’indice di fiducia è salito di 0,5%, aumentando per il quinto mese di fila), fanno da positivo contrappeso gli investimenti: nel terzo trimestre, sono cresciuti a passo spedito gli acquisti di macchinari e attrezzature (+2%) e gli ordini interni di macchine utensili, in estate, sono cresciuti del 68,2% tendenziale. «Questo nuovo clima - afferma il presidente dell’Uib - sintetizza i frutti del lavoro che il manifatturiero ha compiuto durante la crisi e rappresenta il risultato degli investimenti effettuati nel recente passato. Ora, dopo gli investimenti che si sono effettuati per restare in campo e vincere la sfida della crisi, le nostre manifatture, in primis quelle del tessile-abbigliamento, stanno puntando sulla sostenibilità di processo e di prodotto: un nuovo approccio che ha connotazioni e impatti non solo economici, ma anche etico-sociali. Si tratta di una nuova frontiera che vede le nostre Pmi già all’avanguardia e può contare su una filiera produttiva che, in Italia e soprattutto a Biella, è rimasta sostanzialmente completa: questo è un grande differenziale competitivo che va difeso».  Pur in presenza di questo nuovo mood, il presidente degli industriali biellesi continua nondimeno a sostenere la necessità di essere prudenti, soprattutto se si contestualizzano i dati reali. «Nel report annuale sulle Pmi 2016-’17 diffuso nei giorni scorsi, la Commissione europea include le piccole-medie aziende italiane nel gruppo dei sei Paesi ancora lontani dai livelli pre-crisi per quanto concerne occupazione e valore aggiunto - conclude Carlo Piacenza -. Significa che ci siamo sì rimessi in moto, ma il passo, pur accelerato rispetto al recente passato, non è ancora quello di una vera corsa. Se si considera che il tessuto imprenditoriale italiano è fatto rilevantemente da Pmi, diventa imperativo che queste entrino in quello che l’Ue chiama il “club delle gazzelle” ossia il club delle imprese a elevato sviluppo e con crescita media annua superiore al 10% in un orizzonte triennale. Perché ciò accada serve certamente un contesto favorevole, ma serve, ancora di più,  un salto culturale. Essenziale affinché sia il contesto sia il cambiamento culturale accompagnino la ripresa resta però il fatto che non si vanifichino le riforme fin qui realizzate».

Giovanni Orso     

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