Economia

La Riforma Fornero scontenta imprese e sindacati

La Riforma Fornero scontenta imprese e sindacati
Economia 03 Luglio 2012 ore 12:36

Di “boiata”, a proposito della riforma Fornero, divenuta legge dello Stato mercoledì scorso, non aveva esitato a parlare lo stesso presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi.
Il vicepresidente Uib per l’Area Relazioni Industriali, Alberto Platini, per definire la nuova normativa sul lavoro, rispolvera invece  il latinorum con cui fu, a suo tempo, battezzata l’attuale legge elettorale.
«A conti fatti - commenta Platini - qui abbiamo di fronte un nuovo “Porcellum” assai pericoloso per le imprese: una legge pasticciata nei contenuti e che, soprattutto, non coglie gli obiettivi che avrebbe voluto conseguire».

I contenuti. Licenziamenti più facili, stretta sulla flessibilità in entrata, ammortizzatori sociali nuovi (parte l’Aspi mentre va in soffitta la Cigs per procedure concursuali), giro di vite sulle  partite Iva e nuova tempistica per i contratti a termine (il primo potrà essere stipulato senza causale e durare un anno; le pause obbligatorie fra un contratto e l’altro, passano però da 10 a 60 giorni per il contratto inferiore a sei mesi e da 20 a 90 per quello di durata superiore): queste le principali novità di una riforma che non piace, per opposte ragioni, né a Confindustria né al sindacato.

Punti critici. «Proprio questa nuova tempistica concernente le pause tra un contratto e l’altro - continua Platini - costituisce un elemento decisamente negativo. Se l’intento era quello di punire chi aveva abusato dello strumento del contratto a termine (intento in sè buono), allora bisognava almeno distinguere i vari settori produttivi. Nel manifatturiero, infatti, un abuso dello strumento con conseguente accelerazione del turn over è sia difficile sia controproducente in sè: l’imprenditore, in questo settore, ha infatti bisogno di formare il dipendente e, se non procede ad operare assunzioni a tempo indeterminato, ciò è solo perché le condizioni di mercato non lo consentono. Ora, queste nuove tempistiche non solo renderanno più disagevole agli imprenditori rinnovare i contratti ma prolungheranno ai lavoratori stessi  i tempi di inattività. Nonostante i nuovi steccati alla flessibilità in entrata e il rincaro dei contributi per i lavoratori a termine, a non consentire di sbloccare l’attuale situazione occupazionale sono proprio  le condizioni economiche attuali. Nessuno può illudersi di creare lavoro stabile per decreto senza tener conto del mercato».
Critiche arrivano anche da parte sindacale. «Il Paese ha bisogno di qualità del lavoro è questa riforma non va in quella direzione - dice il segretario di Cgil Biella, Marvi Massazza Gal - . Sulla flessibilità, infatti, serviva più coraggio: occorreva costruire un sistema di protezioni sociali senza le quali la flessibilità, invece di diventare un positivo strumento di competitività, resta soltanto precariato. Al contrario, la riforma non razionalizza nessuna delle 46 diverse forme di contrattazione sul lavoro e, sul capitolo degli ammortizzatori, finisce addirittura per diminuirli a chi li ha senza estenderli a chi ne è senza».

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