“Il ritorno delle frontiere fa male alle imprese"

“Il ritorno delle frontiere fa male alle imprese"
Economia 11 Aprile 2017 ore 16:06

Milano Trump che minaccia dazi e barriere all’import negli States; la Gran Bretagna che sbatte la porta e esce dall’Ue; il Ttip che si sgonfia come un soufflé malriuscito; la Svizzera che, con la motivazione ufficiale di fermare la criminalità proveniente dall’Italia, chiude alcuni suoi valichi; il neoprotezionismo che, sdoganato (è il caso di dirlo!) dal nuovo presidente americano, prende ormai piede, come modello, in molti Paesi europei: ma che cosa sta capitando? Non avrebbe dovuto essere l’era della globalizzazione e della fine delle frontiere?  «Certo, avrebbe dovuto - dice Sara Armella, avvocato di importanti gruppi italiani e multinazionali, esperta di fiscalità nazionale, internazionale e di diritto doganale -: invece, dopo tanta retorica sulla globalizzazione e internazionalizzazione, stiamo assistendo proprio alla rinascita delle frontiere». Insomma: è la solita teoria di Giambattista Vico sui corsi e ricorsi storici? «Non esattamente - dice Sara Armella (in foto) -: quanto sta facendo oggi Trump è solo il punto di arrivo di un percorso che non si è mai realmente interrotto, a dispetto delle apparenze».  Selezionata tra i migliori professionisti italiani nella consulenza e nel contenzioso tributario da “Legal 500” e da “Top Legal”, Sara Armella è una abituata a navigare spedita tra  questioni doganali e principi Wto, tanto che,  nel 2016, è stata stata insignita del titolo di “Accademico del diritto doganale” dalla Icla, l’International Customs Law Academy.  Non è un caso se, proprio al tema “La rinascita delle frontiere”, l’Università Bocconi, martedì 4 aprile, ha dedicato  un convegno organizzato in occasione della pubblicazione del libro di Sara Armella “Diritto doganale dell’Unione Europea” (Egea editore).

 

Avvocato, lei, nel suo libro, parla di “rinascita delle frontiere”, ma in un mondo dove l’economia digitale cresce il doppio di quella reale e con un clic si compera ciò che si vuole in ogni parte del mondo, che senso ha una politica di dazi e barriere?

«Contrariamente a una diffusa opinione, i dazi, anche se generalmente ridotti, non sono affatto scomparsi. Nei Paesi in via di sviluppo, l’aliquota media delle tariffe per tutti i prodotti è del 16,9% (del valore dei beni), ma anche nei Paesi industrializzati, alcuni beni rimangono protetti da aliquote del 20%, che arrivano all’85% nel caso di applicazione di dazi antidumping. Gli accordi e i negoziati internazionali tendono a limitare forme di arbitrio ma, anche se non assistiamo più a guerre militari, le guerre commerciali si disputano ancora oggi utilizzando la leva doganale».

 

È in questo senso che quanto annunciato da Trump non deve sorprendere? 

«Sì. Le premesse c’erano già. E’ in atto, infatti, un rallentamento della fase di libero scambio. Dopo la crisi del 2008, la reazione alla globalizzazione è stata evidente come, tra l’altro, testimonia il crescente ricorso a strumenti di difesa, quali i dazi antidumping: dal 2008 al 2016, i Paesi del G-20  hanno introdotto più di 4 mila nuove misure protezionistiche e il ricorso a questi strumenti ha avuto, negli ultimi 2 anni, un incremento del 50%. L’elemento di novità, semmai, è rappresentato dal fatto che la forte competizione commerciale tra Usa, Cina e Ue ha ora abbandonato i toni diplomatici di Obama ed è diventata una delle bandiere politiche di Trump».

 

Tra queste reazioni alla globalizzazione possiamo inserire anche la Brexit?

«La Brexit, come del resto il naufragio dei negoziati sul Ttip tra Ue e States possono essere certamente colti in questa prospettiva. Ora, le conseguenze della Brexit sono un’incognita che gli economisti non avevano neppure studiato. Il negoziato per l’uscita dall’Ue è una novità assoluta e dovrà essere chiuso entro due anni. Se non si conclude contemporaneamente un accordo di libero scambio o preferenziale (ma i tempi tecnici sono sempre più lunghi di due anni) c’è il rischio che si applichino gli standard uniformi Wto, con dazi piuttosto elevati: le ipotesi credibili sono di un 10% sulle auto, di un 15% sul food, con punte del 36% sui latticini».

 

Anche in Italia, qualche forza politica invoca oggi misure neoprotezionistiche. Che cosa ne pensa?

«Che per un Paese a così forte vocazione all’export, come il nostro, il protezionismo è un danno e, soprattutto, alimenta ritorsioni,  come l’esempio delle sanzioni alla Russia ci ricorda».  

 

Le sanzioni alla Russia sono costate al tessile italiano un 32% di export su quel mercato.

«Non si sono analizzate in anticipo le ricadute economiche di quelle decisioni».

 

L’aver fatto, a suo tempo, entrare la Cina nel Wto senza condizioni di reciprocità fu un errore? Il neoprotezionismo di oggi non ha anche quella radice?

«Fu un errore: credo che la Cina avrebbe dovuto essere ricondotta a regole e principi condivisi più cogenti. Però, non dimentichiamo che una quota rilevante di export cinese è rappresentata da imprese occidentali che delocalizzano o esternalizzano»

 

Anche l’Ue - che appare esperta nel farsi del male - nutre la pianta del neoprotezionismo e della “rinascita delle frontiere”, non crede? Gli imprenditori italiani, per esempio, rimasero sconcertati quando l’Ue tolse i dazi al tessile del Pakistan. Per non parlare del regolamento sull’etichettatura “Made in”, sul quale si è giunti a formule pasticciate in cui sembrano prevalere principi generali lontani dalle esigenze produttive delle manifatture...

«E’ anche per questa parte dell’Italia, meno ascoltata e meno difesa, che credo sia necessario divulgare e discutere sui temi che affronto nel mio libro. Per fare sentire la propria voce occorre avere gli strumenti per farlo; strumenti che sono anche culturali, giuridici e politici. Sull’esito della questione “made in”, non dobbiamo però dare solo la colpa all’Ue, ma interrogarci sul come abbiamo giocato quella partita». 

 

Negli accordi multilaterali si ha la sensazione che la parte a monte delle filiere produttive del made in Italy, a cominciare proprio dal tessile, finiscano per essere considerate quasi “merce di scambio” e siano sacrificate. In punto tecnico-giuridico, ci sono  strumenti utili di difesa?

«Bisogna distinguere il piano politico da quello giuridico. Gli accordi multilaterali sono il terreno dove è decisivo il peso e la capacità di gestione politica dei contraenti, per poter tutelare e valorizzare al meglio le proprie filiere. Nella fase successiva alla stipulazione degli accordi, invece, il ruolo delle associazioni di categoria è essenziale per difendere le filiere, monitorando costantemente il mercato e promuovendo l’apertura di procedure antidumping o di altri strumenti di tutela in sede Europea».

 

Il “made in Italy”, continua a avere un grande appeal nel mondo, soprattutto nel settore del fashion e del food. Questo appeal stimola, a livello globale, frodi  e contraffazioni. Esistono strumenti certi per stroncarle?  

«Non è chiudendo le frontiere che si contrastano fenomeni così gravi, ma incrementando gli accordi tra gli Stati nello scambio di informazioni tra amministrazioni, nella tutela dei marchi, rispondendo con strumenti globali a reati che coinvolgono più Stati».

 

A che punto è la cooperazione doganale nell'Ue soprattutto sotto il profilo della condivisione di informazioni e dati per la prevenzione o per la lotta agli illeciti e alle frodi?

«Gli strumenti ci sono e sono stati rafforzati recentemente, anche attraverso banche dati che consentono uno scambio immediato di notizie e informazioni, nonché con la reciproca assistenza tra le amministrazioni Ue. Purtroppo anche gli illeciti sono più sofisticati e vanno fronteggiati con un costante aggiornamento».

Giovanni Orso

Milano Trump che minaccia dazi e barriere all’import negli States; la Gran Bretagna che sbatte la porta e esce dall’Ue; il Ttip che si sgonfia come un soufflé malriuscito; la Svizzera che, con la motivazione ufficiale di fermare la criminalità proveniente dall’Italia, chiude alcuni suoi valichi; il neoprotezionismo che, sdoganato (è il caso di dirlo!) dal nuovo presidente americano, prende ormai piede, come modello, in molti Paesi europei: ma che cosa sta capitando? Non avrebbe dovuto essere l’era della globalizzazione e della fine delle frontiere?  «Certo, avrebbe dovuto - dice Sara Armella, avvocato di importanti gruppi italiani e multinazionali, esperta di fiscalità nazionale, internazionale e di diritto doganale -: invece, dopo tanta retorica sulla globalizzazione e internazionalizzazione, stiamo assistendo proprio alla rinascita delle frontiere». Insomma: è la solita teoria di Giambattista Vico sui corsi e ricorsi storici? «Non esattamente - dice Sara Armella (in foto) -: quanto sta facendo oggi Trump è solo il punto di arrivo di un percorso che non si è mai realmente interrotto, a dispetto delle apparenze».  Selezionata tra i migliori professionisti italiani nella consulenza e nel contenzioso tributario da “Legal 500” e da “Top Legal”, Sara Armella è una abituata a navigare spedita tra  questioni doganali e principi Wto, tanto che,  nel 2016, è stata stata insignita del titolo di “Accademico del diritto doganale” dalla Icla, l’International Customs Law Academy.  Non è un caso se, proprio al tema “La rinascita delle frontiere”, l’Università Bocconi, martedì 4 aprile, ha dedicato  un convegno organizzato in occasione della pubblicazione del libro di Sara Armella “Diritto doganale dell’Unione Europea” (Egea editore).

 

Avvocato, lei, nel suo libro, parla di “rinascita delle frontiere”, ma in un mondo dove l’economia digitale cresce il doppio di quella reale e con un clic si compera ciò che si vuole in ogni parte del mondo, che senso ha una politica di dazi e barriere?

«Contrariamente a una diffusa opinione, i dazi, anche se generalmente ridotti, non sono affatto scomparsi. Nei Paesi in via di sviluppo, l’aliquota media delle tariffe per tutti i prodotti è del 16,9% (del valore dei beni), ma anche nei Paesi industrializzati, alcuni beni rimangono protetti da aliquote del 20%, che arrivano all’85% nel caso di applicazione di dazi antidumping. Gli accordi e i negoziati internazionali tendono a limitare forme di arbitrio ma, anche se non assistiamo più a guerre militari, le guerre commerciali si disputano ancora oggi utilizzando la leva doganale».

 

È in questo senso che quanto annunciato da Trump non deve sorprendere? 

«Sì. Le premesse c’erano già. E’ in atto, infatti, un rallentamento della fase di libero scambio. Dopo la crisi del 2008, la reazione alla globalizzazione è stata evidente come, tra l’altro, testimonia il crescente ricorso a strumenti di difesa, quali i dazi antidumping: dal 2008 al 2016, i Paesi del G-20  hanno introdotto più di 4 mila nuove misure protezionistiche e il ricorso a questi strumenti ha avuto, negli ultimi 2 anni, un incremento del 50%. L’elemento di novità, semmai, è rappresentato dal fatto che la forte competizione commerciale tra Usa, Cina e Ue ha ora abbandonato i toni diplomatici di Obama ed è diventata una delle bandiere politiche di Trump».

 

Tra queste reazioni alla globalizzazione possiamo inserire anche la Brexit?

«La Brexit, come del resto il naufragio dei negoziati sul Ttip tra Ue e States possono essere certamente colti in questa prospettiva. Ora, le conseguenze della Brexit sono un’incognita che gli economisti non avevano neppure studiato. Il negoziato per l’uscita dall’Ue è una novità assoluta e dovrà essere chiuso entro due anni. Se non si conclude contemporaneamente un accordo di libero scambio o preferenziale (ma i tempi tecnici sono sempre più lunghi di due anni) c’è il rischio che si applichino gli standard uniformi Wto, con dazi piuttosto elevati: le ipotesi credibili sono di un 10% sulle auto, di un 15% sul food, con punte del 36% sui latticini».

 

Anche in Italia, qualche forza politica invoca oggi misure neoprotezionistiche. Che cosa ne pensa?

«Che per un Paese a così forte vocazione all’export, come il nostro, il protezionismo è un danno e, soprattutto, alimenta ritorsioni,  come l’esempio delle sanzioni alla Russia ci ricorda».  

 

Le sanzioni alla Russia sono costate al tessile italiano un 32% di export su quel mercato.

«Non si sono analizzate in anticipo le ricadute economiche di quelle decisioni».

 

L’aver fatto, a suo tempo, entrare la Cina nel Wto senza condizioni di reciprocità fu un errore? Il neoprotezionismo di oggi non ha anche quella radice?

«Fu un errore: credo che la Cina avrebbe dovuto essere ricondotta a regole e principi condivisi più cogenti. Però, non dimentichiamo che una quota rilevante di export cinese è rappresentata da imprese occidentali che delocalizzano o esternalizzano»

 

Anche l’Ue - che appare esperta nel farsi del male - nutre la pianta del neoprotezionismo e della “rinascita delle frontiere”, non crede? Gli imprenditori italiani, per esempio, rimasero sconcertati quando l’Ue tolse i dazi al tessile del Pakistan. Per non parlare del regolamento sull’etichettatura “Made in”, sul quale si è giunti a formule pasticciate in cui sembrano prevalere principi generali lontani dalle esigenze produttive delle manifatture...

«E’ anche per questa parte dell’Italia, meno ascoltata e meno difesa, che credo sia necessario divulgare e discutere sui temi che affronto nel mio libro. Per fare sentire la propria voce occorre avere gli strumenti per farlo; strumenti che sono anche culturali, giuridici e politici. Sull’esito della questione “made in”, non dobbiamo però dare solo la colpa all’Ue, ma interrogarci sul come abbiamo giocato quella partita». 

 

Negli accordi multilaterali si ha la sensazione che la parte a monte delle filiere produttive del made in Italy, a cominciare proprio dal tessile, finiscano per essere considerate quasi “merce di scambio” e siano sacrificate. In punto tecnico-giuridico, ci sono  strumenti utili di difesa?

«Bisogna distinguere il piano politico da quello giuridico. Gli accordi multilaterali sono il terreno dove è decisivo il peso e la capacità di gestione politica dei contraenti, per poter tutelare e valorizzare al meglio le proprie filiere. Nella fase successiva alla stipulazione degli accordi, invece, il ruolo delle associazioni di categoria è essenziale per difendere le filiere, monitorando costantemente il mercato e promuovendo l’apertura di procedure antidumping o di altri strumenti di tutela in sede Europea».

 

Il “made in Italy”, continua a avere un grande appeal nel mondo, soprattutto nel settore del fashion e del food. Questo appeal stimola, a livello globale, frodi  e contraffazioni. Esistono strumenti certi per stroncarle?  

«Non è chiudendo le frontiere che si contrastano fenomeni così gravi, ma incrementando gli accordi tra gli Stati nello scambio di informazioni tra amministrazioni, nella tutela dei marchi, rispondendo con strumenti globali a reati che coinvolgono più Stati».

 

A che punto è la cooperazione doganale nell'Ue soprattutto sotto il profilo della condivisione di informazioni e dati per la prevenzione o per la lotta agli illeciti e alle frodi?

«Gli strumenti ci sono e sono stati rafforzati recentemente, anche attraverso banche dati che consentono uno scambio immediato di notizie e informazioni, nonché con la reciproca assistenza tra le amministrazioni Ue. Purtroppo anche gli illeciti sono più sofisticati e vanno fronteggiati con un costante aggiornamento».

Giovanni Orso