Cgil Biella: "Autunno a rischio per 5 mila"

Cgil Biella: "Autunno a rischio per 5 mila"
Economia 28 Agosto 2014 ore 13:19

Se ai 2.500 lavoratori biellesi attualmente coinvolti in procedure di cassa integrazione in deroga (Cigd), si aggiungono altri circa 2.500 lavoratori che si trovano in cassa straordinaria (Cigs), il calcolo è presto fatto: circa 5 mila lavoratori biellesi, alla ripresa post-ferie, sono attualmente alle prese con lo spettro della perdita del posto di lavoro ed in una condizione di difficoltà.
Il calcolo viene fatto dalla segretaria di Cgil Biella, Marvi Massazza Gal che, pur con la prudenza del caso legata all’esattezza della cifra, lancia un forte allarme.

«Allarme - chiarisce subito Marvi Massazza Gal - ma non allarmismo: perché non si tratta di diffondere paure, ma piuttosto di far prendere al sistema coscienza dei numeri della crisi e ribadire che una riforma degli ammortizzatori sociali e del lavoro, come quella in atto oggi e che restringe invece di allargare le tutele, non farà altro che inasprire questa drammatica situazione».

Sostegno. Di questi circa 5 mila lavoratori, almeno per un migliaio, già entro fine anno, arriveranno al pettine nodi dolorosi. «Alcune centinaia di questi lavoratori biellesi, diciamo circa 500, perderanno definitivamente la copertura dell’ammortizzatore sociale - spiega infatti Marvi Massazza Gal -: essi non avranno più né lavoro né sostegno al reddito. Altrettanti lavoratori finiranno poi il periodo di Cigd concesso  ed entreranno quindi in mobilità (soprattutto i dipendenti delle industrie) o saranno ammessi a fruire dell’Aspi per 12 mesi. Per costoro, a differenza dei primi 500, vi sarà ancora un piccolo sostegno al reddito, ma essi saranno comunque licenziati e usciranno pertanto dal circuito lavorativo».
L’autunno, inoltre, si annuncia difficile anche sotto il profilo di eventuali nuove crisi aziendali da gestire. «È probabile - aggiunge la segretaria di Cgil Biella - che sei o sette aziende di medie dimensioni  potrebbero trovarsi a decidere se aprire o meno procedure di mobilità per i loro lavoratori attualmente in Cigd o Cigs. Non dimentichiamoci, infatti,  che la crisi ha inciso fortemente e alcune aziende dovranno aspettare il 2015 per  riacquisire il diritto pieno alle 52 settimane annue di cassa integrazione ordinaria o ai 12 mesi di Cigs».
Insomma, anche nella ripresa post-ferie, il rischio di una ulteriore contrazione occupazionale sul territorio appare elevato. «Un territorio dove 5 mila lavoratori sono a potenziale rischio di perdita di lavoro ha già superato la linea del suo benessere e della sua coesione sociale - conclude Marvi Massazza Gal -. Né si può credere di stimolare l’occupazione con riforme del lavoro come quelle che si stanno discutendo in questi giorni. Perché aggiungere il “contratto a tutele crescenti” alle 47 forme già esistenti di lavoro precario non serve a nulla. Oggi non si creano posti di lavoro perché non c’è una domanda forte di beni e servizi che ne stimoli la creazione. È questa domanda che va rilanciata, mentre il Governo ha scelto invece la via bassa degli 80 euro in busta paga ad alcuni e un certo sistema imprenditoriale ha smesso di investire in innovazione e ricerca».

Imprese. Che le imprese siano chiamate a fare la propria parte senza attendere oltre è qualcosa che già il presidente di Confindustria Piemonte, Gianfranco Carbonato, ha ribadito in un’intervista ad  «Eco di Biella» il 3 luglio scorso.
«Le imprese sono pronte a fare la loro parte, come sempre - conferma infatti Marilena Bolli, presidente di Uib -. Per investire, però, occorre avere di fronte un orizzonte credibile. Dopo mesi di annunci che spostano sempre più avanti i risultati, questo orizzonte invece non c’è ancora. Si è perso tempo su partite di ingegneria costituzionale, mentre le riforme forti necessarie erano altre e andavano affrontate immediatamente: soprattutto quella del lavoro, in modo organico e complessivo. Dopo il flop degli 80 euro che non hanno rianimato i consumi, il traino resta solo l’ export, ma in una situazione geopolitica che ora preoccupa. In questo complessivo contesto, è difficile prevedere un aumento dell’occupazione, soprattutto in termini qualitativi, nei prossimi mesi».
Giovanni Orso