A Pitti Filati, ottimismo sì, ma con prudenza

A Pitti Filati, ottimismo sì, ma con prudenza
03 Febbraio 2015 ore 14:26

Firenze
Biella? Sta tutta in una congiunzione avversativa: ma. Il “ma” è uno dei modi in cui, a cominciare dalla lingua, può essere capito il carattere biellese che è un impasto di prudenza e di misura. Così anche l’ottimismo, quando ve ne sia cagione, ha sempre un “ma” che lo condiziona e in cui si esprime l’esigenza di non farsi trasportare dalle passioni, quanto piuttosto di restituire alle cose le loro dovute proporzioni. Pertanto, se la filatura dimezza il suo ritmo di contrazione (-2,2%), se l’euro di deprezza sul dollaro, se il prezzo del greggio scende, facendo intravvedere possibili risparmi di bolletta energetica, per un imprenditore biellese c’è sicuramente da rallegrarsi, ma…

E questo “ma” consente soprattutto di non abbassare mai la guardia di fronte ad eventuali difficoltà. Forse, in quel “ma” prudenziale, sta parte del segreto che ha consentito al tessile made in Biella, pur tra le grandi libecciate e le ristrutturazioni dell’ultimo decennio, di conservare praticamente integra la propria filiera produttiva.

Scenari. Allora, che immagine esce della filatura biellese da Pitti Filati 76? I fondamentali sembrano tutti indicare che il 2015 dovrebbe segnare un cambio di passo per il tessile. «È vero che  il concambio euro-dollaro si sta riequilibrando e altri fattori possono essere valutati positivamente, ma il risultato lo si potrà davvero misurare solo nel medio-lungo periodo – dice Lincoln Germanetti Ad di Tollegno 1900 la cui Divisione Filati ha chiuso il 2014 a +10% (una realtà che, in forza del recente accordo quinquennale con i marchi Trussardi Jeans Underwear, Tru Trussardi Nightwear e Tru Trussardi Beachwear, prevede, a regime, di liberare ulteriori 5/6 milioni di fatturato nel giro di tre anni) -. Attualmente, molti indicatori macroeconomici fanno ben sperare. Tuttavia, incertezze di fondo permangono, soprattutto oggi, in un momento in cui il mercato è iper reattivo a qualunque fenomeno imprevisto». Uno sguardo che Paolo Todisco, Ad di Zegna Baruffa Lane Borgosesia, fa proprio. L’azienda, che con Botto Poala e Chiavazza costituisce un gruppo leader da 840 dipendenti e con un fatturato consolidato 2014 da 110 milioni, a Pitti Filati ha voluto portare tutto l’orgoglio di una produzione veramente e rigorosamente made in Italy. Lo ha fatto non solo con le proprie collezioni ma, visivamente e plasticamente, allestendo nello stand fiorentino una grande immagine storica nella quale, sullo sfondo dello stabilimento, campeggia il claim: “Produrre in Italia fa crescere l’Italia”. «La nostra produzione è rigorosamente made in Italy, nonostante le difficoltà del fare impresa in Italia – commenta Todisco -. Oggi, la situazione a livello macro, con il riallineamento dei cambi e il greggio in discesa, fa ben sperare. Tuttavia, di qui a pensare che ciò risolverà tutti i problemi, ne corre ancora. Noi, intanto, continuiamo ad investire anche sulle risorse umane con un nuovo direttore commerciale, Luciano Bandi, proveniente da Loro Piana, e con un’altra figura importante che giungerà a breve. Non solo, ma, in questi ultimi anni, grazie all’’operazione realizzata con Botto Poala e Chiavazza, abbiamo spinto l’acceleratore della diversificazione del nostro prodotto, aumentandone qualità e contenuto innovativo».

Euro-dollaro. «I filati per tessitura stanno registrando buoni risultati – aggiunge Emanuele Scribanti di Di.Vé -. Maglieria e aguglieria soffrono invece ancora. Sarei comunque cauto in relazione al “micro euro”: sarà un vantaggio per l’export, ma determinerà anche una situazione che ci obbligherà a pagare più care le materie prime. E difficilmente riusciremo a trasferire questa maggiorazione sui listini. Quindi, ritengo che, pur in un contesto meno difficile rispetto al passato, permangano ancora zone di incertezza». Anche Alberto Frignani di Gruppo Tessile Industriale (cui fanno capo marchi come “Ricignolo 1928”, “Lane Edelweiss” e “Lane Grawitz”) è convinto che la prudenza debba ancora dominare. «Il nuovo concambio con la valuta americana stimolerà l’export verso i Paesi di area dollaro – dice Frignani -. Ma per coloro che, come molte filature, hanno i propri principali clienti in area euro, ciò non rappresenterà un vantaggio. Senza contare il maggior costo relativo ad alcune materie prime, in particolare su alcuni mercati specifici (come, per esempio quello del mohair) dove anche la riduzione dell’offerta  contribuisce a spingere i prezzi verso l’alto». Sulla stessa linea d’onda, infine, Silvio Maffeo, della Filatura di Pollone che, nello scorso anno, ha aumentato la propria quota export di circa il 20%. «La caduta ha frenato il suo ritmo e la nuova situazione valutaria darà un maggior vantaggio competitivo all’export in area dollaro – dice Maffeo -. Si tratta di elementi che aiutano, ma che, di per sè, non sono risolutivi. Sul tappeto, restano problemi delicati come quello, per esempio, delle assicurazioni crediti, sempre più rigorose nell’attribuzione dei rating ai clienti. La difficoltà quindi non è tanto quella di riuscire a vendere i filati, ma quella della certezza e velocità dei pagamenti».
Nostro inviato
Giovanni Orso

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