Truffa della carne: mucche biellesi diventavano valdostane

Processo con tre condanne e due assoluzioni. I microchip di esemplari morti applicati su esemplari vivi

Truffa della carne: mucche biellesi diventavano valdostane
Biella Città, 30 Marzo 2018 ore 07:17

Truffa della carne con le mucche valdostane e biellesi.

La sentenza: tre condanne e due assoluzioni

Si è chiuso con tre condanne e due assoluzioni il processo di primo grado che si è svolto ad Aosta che ha fatto seguito all’inchiesta sul mondo dell’allevamento Blu belga, il cui filone principale riguarda un presunto traffico di bovini piemontesi, tredici in tutto, per lo più provenienti dal Biellese o dal Canavese, resi valdostani con marche auricolari e microchip rimossi da mucche autoctone o da vitelli morti. La crescita più rapida e una migliore resa per quanto concerne il quantitativo di carne prodotto dalle “pezzate” biellesi, era ovviamente alla base del presunto raggiro. Tutto ruota appunto attorno al presunto traffico di bovini che, partendo dal Biellese, ritornavano in Piemonte, in alcuni centri di ingrasso della provincia di Cuneo, dopo essere transitati per la Valle d’’Aosta dove venivano applicati loro marchi auricolari appartenenti a bovini di razza valdostana. Alle indagini avevano partecipato gli allora agenti del Corpo Forestale  (ora confluiti nell’Arma dei carabinieri) sia della Valle d’Aosta sia di Biella che avevano coadiuvato il lavoro dell’Asl con cui era stata seguita la tracciabilità dei capi e quindi della carne.

La sentenza. Nei giorni scorsi, il giudice monocratico del tribunale di Aosta, Marco Tornatore, ha condannato a due anni di reclusione Guido Chaussod, 64 anni, di Quart, a un anno e otto mesi di reclusione Paolo Consol, 63 anni, di Issime, e a cinquemila euro di ammenda Cassiano Treboud, 43 anni, di La Salle. Due le assoluzioni: Marco Cerise, 39 anni, di Sarre «per non aver commesso il fatto», e Piergiorgio Colleoni, 49 anni, di Nus, «perché il fatto non costituisce reato». L’inchiesta del Corpo forestale valdostano è stata coordinata dal Pubblico ministero Luca Ceccanti.
In udienza preliminare, altri quattro imputati avevano patteggiato e un quinto era stato condannato. Le indagini avevano coinvolto allevatori, intermediari, commercianti e un veterinario. A vario titolo venivano contestati anche il maltrattamento e l’uccisione di sei capi di bestiame, lo smaltimento illecito di 17 carcasse, il ritrovamento di 38 forme di formaggio “insudiciate”.

Il filone di indagine principale

Da quanto emerso nell’ambito del filone principale dell’inchiesta, diversi allevatori valdostani avrebbero prelevato nel Biellese bovini della pregiata razza Blu Belga (almeno una quindicina), a cui – una volta in Valle – sarebbero stati applicati marchi auricolari in realtà appartenenti a bovini di razza valdostana, nel frattempo morti o macellati in modo clandestino per farli sparire. Così, i nuovi bovini, certificati in modo falso come valdostani, sarebbero stati rivenduti come incroci ad alcuni centri di ingrasso nel Cuneese, operazione che – secondo gli inquirenti – avrebbe permesso agli allevatori di realizzare importanti plusvalenze (sul mercato un bovino di razza Blu Belga vale molto di più perché molto più richiesto rispetto a uno di razza valdostana), anche alla luce del fatto che, essendo la Valle d’Aosta indenne da malattie infettive soggette a profilassi di Stato come brucellosi e rinotracheite, in qualche caso agli allevatori si sarebbe presentata la possibilità di eludere i controlli sanitari.

Gli altri filoni scoperti dalla Forestale

Gli allora agenti del Corpo forestale di Biella e valdostani, avevano scoperto anche altri filoni di indagine. In un simile contesto – come viene spiegato in un articolo della Gazzetta Matin -, la carne macellata nei centri piemontesi – e finita nell’ambito della grande distribuzione di buona parte del Nord Ovest – era in realtà priva della benché minima tracciabilità, senza dimenticare che nelle pieghe dell’indagine vennero portati alla luce anche illeciti relativi alla gestione del ciclo dei rifiuti (allevatori che, per risparmiare sui costi di smaltimento, hanno preferito gettare le carcasse di almeno 17 bovini nelle concimaie) e inerenti alla non corretta produzione e conservazione di formaggi (38 forme «cariche di parassiti» conservate in «magazzini insudiciati»), oltre alla somministrazione ad almeno due bovini (tra cui sicuramente una reina) di fiale di Prontogest, farmaco a uso umano a base di ormoni.
V.Ca.

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