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Tonno in canna e il kayak si trasforma in… frizione

Tonno in canna e il kayak si trasforma in… frizione
Cronaca 14 Luglio 2017 ore 22:29

Mi sento spesso chiedere come sia possibile catturare dal kayak prede di una certa stazza, dai venti, trenta chili in su. E se è vero che si viene portati a spasso per il mare dalle stesse prede. Sotto certi aspetti è anzi più facile mettere a segno determinate catture dal kayak, imbarcazioni molto sicure, inaffondabili e difficili da ribaltare se non in presenza di condizioni veramente estreme o per colpa di imprudenze. Dalla barca, con in canna una ricciola di trenta chili o un tonno di quaranta-cinquanta chili e oltre, l’attrezzatura (lenza, canna, mulinello) viene messa a dura prova. Dal kayak, la frizione è… il kayak stesso che scivola sull’acqua. Non appena il mulinello comincia a “cantare”, a emettere l’atteso e inconfondibile suono che inonda il corpo d’adrenalina, è necessario posizionare la punta dell’imbarcazione in direzione della fuga del pesce, ferrare e cominciare poco alla volta a chiudere la frizione sino a farsi trascinare dalla preda stessa. L’emozione è indescrivibile, esagerata. Il peso del kayak e dello yaker faranno il resto: poco alla volta la grossa preda inizierà a stancarsi e a cedere metri su metri, avvicinandosi così al pescatore. Ovvio che, se si opterà per la cattura e non per il rilascio (per chi pratica il catch and release), non si dovrà per nessun motivo cercare di imbarcare la preda per evitare pericolosi sbilanciamenti, bensì assicurarla sulla fiancata del kayak e iniziare a pagaiare (o a pedalare per chi possiede questo tipo di natante con doppia propulsione) verso riva.
Sono stato testimone della cattura di un tonno valutabile sui cinquanta-sessanta chili da parte di un pescatore in kayak (il campione lombardo Gianluca Aramini “Pomatomus” – nella foto con un bestione del mare) con la tecnica dello spinning pesante sulle mangianze (nello specifico lo yaker utilizzava artificiali metallici dai 150 grammi in su, noti come jig, che lanciava dove l’acqua ribolliva, confidando nella frenesia alimentare dei grossi pesci). L’attrezzatura, ovviamente, dev’essere adatta e adeguata per non rischiare inopinate rotture. C’è voluta quasi un’ora di battaglia prima che la preda decidesse di alzare bandiera bianca per la stanchezza. Il tonno, ad un certo punto, era arrivato a trainare costantemente il kayak ad un’andatura di circa otto nodi e passa (quasi 15 chilometri all’ora): una vera forza della natura. In conclusione, non esiste, per un pescatore, emozione più grande che agganciare una grossa ricciola o un tonno da un kayak. E’ vero, possono passare ore ed ore di pesca, in mezzo al mare e sotto il sole cocente. E magari anche giorni. Ma ne sarà valsa la pena.
Valter Caneparo

Mi sento spesso chiedere come sia possibile catturare dal kayak prede di una certa stazza, dai venti, trenta chili in su. E se è vero che si viene portati a spasso per il mare dalle stesse prede. Sotto certi aspetti è anzi più facile mettere a segno determinate catture dal kayak, imbarcazioni molto sicure, inaffondabili e difficili da ribaltare se non in presenza di condizioni veramente estreme o per colpa di imprudenze. Dalla barca, con in canna una ricciola di trenta chili o un tonno di quaranta-cinquanta chili e oltre, l’attrezzatura (lenza, canna, mulinello) viene messa a dura prova. Dal kayak, la frizione è… il kayak stesso che scivola sull’acqua. Non appena il mulinello comincia a “cantare”, a emettere l’atteso e inconfondibile suono che inonda il corpo d’adrenalina, è necessario posizionare la punta dell’imbarcazione in direzione della fuga del pesce, ferrare e cominciare poco alla volta a chiudere la frizione sino a farsi trascinare dalla preda stessa. L’emozione è indescrivibile, esagerata. Il peso del kayak e dello yaker faranno il resto: poco alla volta la grossa preda inizierà a stancarsi e a cedere metri su metri, avvicinandosi così al pescatore. Ovvio che, se si opterà per la cattura e non per il rilascio (per chi pratica il catch and release), non si dovrà per nessun motivo cercare di imbarcare la preda per evitare pericolosi sbilanciamenti, bensì assicurarla sulla fiancata del kayak e iniziare a pagaiare (o a pedalare per chi possiede questo tipo di natante con doppia propulsione) verso riva.
Sono stato testimone della cattura di un tonno valutabile sui cinquanta-sessanta chili da parte di un pescatore in kayak (il campione lombardo Gianluca Aramini “Pomatomus” – nella foto con un bestione del mare) con la tecnica dello spinning pesante sulle mangianze (nello specifico lo yaker utilizzava artificiali metallici dai 150 grammi in su, noti come jig, che lanciava dove l’acqua ribolliva, confidando nella frenesia alimentare dei grossi pesci). L’attrezzatura, ovviamente, dev’essere adatta e adeguata per non rischiare inopinate rotture. C’è voluta quasi un’ora di battaglia prima che la preda decidesse di alzare bandiera bianca per la stanchezza. Il tonno, ad un certo punto, era arrivato a trainare costantemente il kayak ad un’andatura di circa otto nodi e passa (quasi 15 chilometri all’ora): una vera forza della natura. In conclusione, non esiste, per un pescatore, emozione più grande che agganciare una grossa ricciola o un tonno da un kayak. E’ vero, possono passare ore ed ore di pesca, in mezzo al mare e sotto il sole cocente. E magari anche giorni. Ma ne sarà valsa la pena.
Valter Caneparo

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