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«Qui, dove tutto ha ormai lo stesso odore di fumo»

«Qui, dove tutto ha ormai lo stesso odore di fumo»
Cronaca 05 Dicembre 2015 ore 06:55

Mi vergogno anche un po’ ad andare in giro, ormai. Annuso la maglia, la giacca, i capelli.  E sento quell’odore. Ogni tanto mi domando: se qualcuno sentisse? Penserebbe forse che in casa io bruci essenza di carbonella, anziché sandalo o erbe dell’Himalaya? Chissà. Il pensiero mi fa un po’ sorridere, ma semplicemente perché, in fondo, non mi importa nulla delle opinioni altrui. Il punto è che questo odore che da giorni mi porto addosso non dipende da me. E sono ben contenta, alla fine, che si senta. Perché è il marchio - spero non indelebile - che il maledetto, schifoso autore di questo scempio ha impresso su tutti noi che viviamo in Valsessera. Un marchio che deve essere sentito da tutti. Perché tutti capiscano cosa stiamo passando. Sino a ieri la chiamavano Green Valley, ora qualcuno - non scherzosamente - l’ha ribattezzata Grey Valley. Le tapparelle, chi può, le tiene chiuse da giorni. Nessuno osa più aprire le finestre. Tappeti, tende, vestiti, oggetti hanno tutti ormai lo stesso odore di fuliggine: ci sarà da farsi un bello sbattimento, quando sarà ora di lavare e stirare tutto. Fuori dalle finestre il colore del giorno è quello del cielo di Pechino. Grigio, solo grigio. Come se una persistente e ostinata nebbia non volesse andarsene, né con la luce, né con le tenebre. Solo che nebbia non è: è fumo, fumo osceno che ti entra nei polmoni e non ti lascia vivere. Che di notte ti fa tossire e prosciugare le fauci, e che ti perseguita anche quando stai cercando di gustare il tuo piatto preferito. Vivere in Valsessera, in questi giorni, è come essere sulla luna. Col coprifuoco. Tutti nei bar parlano della stessa cosa, di quella stessa nube che al mattino ti lascia anche guardare dritto al Sole senza protezioni, poi corrono a casa. A chiudersi dentro per non respirare. Sperando di risvegliarsi al mattino e rivedere un azzurro che nessuno sa più dove sia finito.

Veronica Balocco

 

Leggi di più sull’Eco di Biella di sabato 5 dicembre 2015 

Mi vergogno anche un po’ ad andare in giro, ormai. Annuso la maglia, la giacca, i capelli.  E sento quell’odore. Ogni tanto mi domando: se qualcuno sentisse? Penserebbe forse che in casa io bruci essenza di carbonella, anziché sandalo o erbe dell’Himalaya? Chissà. Il pensiero mi fa un po’ sorridere, ma semplicemente perché, in fondo, non mi importa nulla delle opinioni altrui. Il punto è che questo odore che da giorni mi porto addosso non dipende da me. E sono ben contenta, alla fine, che si senta. Perché è il marchio - spero non indelebile - che il maledetto, schifoso autore di questo scempio ha impresso su tutti noi che viviamo in Valsessera. Un marchio che deve essere sentito da tutti. Perché tutti capiscano cosa stiamo passando. Sino a ieri la chiamavano Green Valley, ora qualcuno - non scherzosamente - l’ha ribattezzata Grey Valley. Le tapparelle, chi può, le tiene chiuse da giorni. Nessuno osa più aprire le finestre. Tappeti, tende, vestiti, oggetti hanno tutti ormai lo stesso odore di fuliggine: ci sarà da farsi un bello sbattimento, quando sarà ora di lavare e stirare tutto. Fuori dalle finestre il colore del giorno è quello del cielo di Pechino. Grigio, solo grigio. Come se una persistente e ostinata nebbia non volesse andarsene, né con la luce, né con le tenebre. Solo che nebbia non è: è fumo, fumo osceno che ti entra nei polmoni e non ti lascia vivere. Che di notte ti fa tossire e prosciugare le fauci, e che ti perseguita anche quando stai cercando di gustare il tuo piatto preferito. Vivere in Valsessera, in questi giorni, è come essere sulla luna. Col coprifuoco. Tutti nei bar parlano della stessa cosa, di quella stessa nube che al mattino ti lascia anche guardare dritto al Sole senza protezioni, poi corrono a casa. A chiudersi dentro per non respirare. Sperando di risvegliarsi al mattino e rivedere un azzurro che nessuno sa più dove sia finito.

Veronica Balocco

 

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