Per il delitto della piccola Matilda chiesti otto anni di carcere per Cangialosi

Per il delitto della piccola Matilda chiesti otto anni di carcere per Cangialosi
Cronaca 03 Dicembre 2016 ore 12:52

VERCELLI - E’ arrivato agli sgoccioli l’ennesimo processo per il caso infinito della morte della piccola Matilda Borin, 22 mesi, uccisa con un violento colpo alla schiena nel 2005 a Roasio. Un delitto per il quale la mamma, Elena Romani, è stata assolta in tutti e tre i gradi di giudizio e che ora vede come imputato, a una vita di distanza da quella morte che sconvolse la nazione, l’ex fidanzato, Antonio Cangialosi, finora sempre ritenuto estraneo ai fatti. L’altro giorno il Pubblico ministero di Vercelli, Paolo Tamponi, ha chiesto per Cangialosi la condanna a otto anni di reclusione.

La richiesta - che stravolge le convinzioni di tutti i giudici e di tutti gli inquirenti che si sono trovati a dover indagare sull’ex bodyguard in tutti questi anni - è giunta nel corso dell’udienza davanti al gup, Fabrizio Filice, in seguito alla decisione dello scorso anno di riaprire il caso da parte della Cassazione, che, accogliendo il ricorso del legali della madre della bambina, aveva annullato la precedente decisione del gip di Vercelli di non dover procedere nei confronti dell’uomo.

«Le lesioni sul corpo di Matilda sono state provocate quando la bambina era insieme ad Antonio Cangialosi e non potrebbe essere altrimenti», ha in pratica sostenuto il piemme Tamponi durante la requisitoria. Il magistrato si è basato sulle motivazioni delle precedenti sentenze e sull’interpretazione delle diverse perizie svolte in questi undici anni. La madre della piccola, Elena Romani, è stata assolta in tutti i gradi di giudizio, mentre la posizione di Cangialosi, l’ex compagno della Romani, è stata riaperta nell’ottobre 2015 con la richiesta di rito abbreviato avanzata dai suoi difensori.

Per i legali storici che hanno sin dal primo giorno difeso Elena Romani, e cioé gli avvocati Roberto Scheda e Tiberio Massironi, in quella casa, il giorno della tragedia, erano presenti in due e quindi sin dal principio entrambi dovevano essere rinviati a giudizio. Il processo avrebbe poi chiarito come si sarebbero in realtà svolti i fatti partendo dal presupposto che una delle due persone presenti in casa, Elena Romani, ha oggi ottenuto una sentenza irrevocabile di assoluzione.

Il difensore di Cangialosi, avvocato Andrea Delmastro, preferisce non commentare l’udienza dell’altro giorno e la richiesta degli otto anni della pubblica accusa: «Nel corso dell’udienza abbiamo fatto emergere con chiarezza che non sussiste alcun quadro indiziario nei confronti di Cangialosi. Altro non voglio aggiungere, prima di parlare preferisco attendere la sentenza...».

La difesa ha sempre sperato che i periti, grazie alle nuove tecnologie, riuscissero a ripulire il nastro dai rumori di fondo e ottenere un risultato oggettivo di ciò che, undici anni fa, Elena Romani pronunciò sulla sua auto - dov’erano state piazzate delle microspie - dopo essere stata interrogata in Procura a Vercelli pochi giorni dopo che la figlia era stata uccisa nella villetta di Roasio. Il perito, nelle precedenti udienze, ha però spiegato di non essere in grado di eliminare i rumori di fondo in modo da mantenere chiara la voce della donna.

V.Ca.

VERCELLI - E’ arrivato agli sgoccioli l’ennesimo processo per il caso infinito della morte della piccola Matilda Borin, 22 mesi, uccisa con un violento colpo alla schiena nel 2005 a Roasio. Un delitto per il quale la mamma, Elena Romani, è stata assolta in tutti e tre i gradi di giudizio e che ora vede come imputato, a una vita di distanza da quella morte che sconvolse la nazione, l’ex fidanzato, Antonio Cangialosi, finora sempre ritenuto estraneo ai fatti. L’altro giorno il Pubblico ministero di Vercelli, Paolo Tamponi, ha chiesto per Cangialosi la condanna a otto anni di reclusione.

La richiesta - che stravolge le convinzioni di tutti i giudici e di tutti gli inquirenti che si sono trovati a dover indagare sull’ex bodyguard in tutti questi anni - è giunta nel corso dell’udienza davanti al gup, Fabrizio Filice, in seguito alla decisione dello scorso anno di riaprire il caso da parte della Cassazione, che, accogliendo il ricorso del legali della madre della bambina, aveva annullato la precedente decisione del gip di Vercelli di non dover procedere nei confronti dell’uomo.

«Le lesioni sul corpo di Matilda sono state provocate quando la bambina era insieme ad Antonio Cangialosi e non potrebbe essere altrimenti», ha in pratica sostenuto il piemme Tamponi durante la requisitoria. Il magistrato si è basato sulle motivazioni delle precedenti sentenze e sull’interpretazione delle diverse perizie svolte in questi undici anni. La madre della piccola, Elena Romani, è stata assolta in tutti i gradi di giudizio, mentre la posizione di Cangialosi, l’ex compagno della Romani, è stata riaperta nell’ottobre 2015 con la richiesta di rito abbreviato avanzata dai suoi difensori.

Per i legali storici che hanno sin dal primo giorno difeso Elena Romani, e cioé gli avvocati Roberto Scheda e Tiberio Massironi, in quella casa, il giorno della tragedia, erano presenti in due e quindi sin dal principio entrambi dovevano essere rinviati a giudizio. Il processo avrebbe poi chiarito come si sarebbero in realtà svolti i fatti partendo dal presupposto che una delle due persone presenti in casa, Elena Romani, ha oggi ottenuto una sentenza irrevocabile di assoluzione.

Il difensore di Cangialosi, avvocato Andrea Delmastro, preferisce non commentare l’udienza dell’altro giorno e la richiesta degli otto anni della pubblica accusa: «Nel corso dell’udienza abbiamo fatto emergere con chiarezza che non sussiste alcun quadro indiziario nei confronti di Cangialosi. Altro non voglio aggiungere, prima di parlare preferisco attendere la sentenza...».

La difesa ha sempre sperato che i periti, grazie alle nuove tecnologie, riuscissero a ripulire il nastro dai rumori di fondo e ottenere un risultato oggettivo di ciò che, undici anni fa, Elena Romani pronunciò sulla sua auto - dov’erano state piazzate delle microspie - dopo essere stata interrogata in Procura a Vercelli pochi giorni dopo che la figlia era stata uccisa nella villetta di Roasio. Il perito, nelle precedenti udienze, ha però spiegato di non essere in grado di eliminare i rumori di fondo in modo da mantenere chiara la voce della donna.

V.Ca.