Parla l'omicida di Ibrahim

Parla l'omicida di Ibrahim
Cronaca 13 Marzo 2012 ore 13:00

L’assassino ha gli occhi verdi, chiari. Sprizzano vitalità. Energia. Forza. Quasi ti aggrediscono, al punto che è difficile sostenere lo sguardo per troppo tempo. Potessero, questi occhi, ti sbranerebbero ogni brandello di vita che porti con te, senza saperlo. Sì, perché qui un visitatore è una specie di alieno, un portatore di un altrove, che profuma di libertà, parola impronunciabile dentro le quattro mura della stanza per i colloqui del carcere di Billiemme a Vercelli. Per uomini come Franco “Dino” D’Onofrio esistono due dimensioni: al di qua e al di là della galera, dentro e fuori le sbarre che rendono il cielo a quadretti. Non a caso quando entriamo D’Onofrio ci aspetta in piedi accanto alla finestra, aperta. E con lo sguardo verso l’alto...

La condanna. D’Onofrio è stato condannato per l’omicidio di Ibrahim M’Bodj, 36 anni all’epoca, avvenuto nel novembre del 2009. In primo grado la pena era stata di 20 anni.
In appello la condanna è stata ridotta a 15, di fatto eliminando l’aggravante della crudeltà.
Ora è probabile che l’avvocato difensore Sandro Delmastro, una volta lette le motivazioni dell’ultima sentenza, decida di ricorrere in Cassazione. L’obiettivo è che venga riconosciuta al suo assistito la legittima difesa. O magari l’eccesso colposo di legittima difesa.
In sintesi, i fatti: M’Bodj lavorava per D’Onofrio, artigiano; i due erano amici e si frequentavano da tempo; gli affari non giravano. D’Onofrio doveva dei soldi al collega, ospitato in casa. M’Bodj una sera chiese quanto gli spettava con forza, coinvolgendo telefonicamente il fratello sindacalista. I due amici litigarono. M’Bodj minacciò con un coltello D’Onofrio, che nella colluttazione ebbe la meglio e uccise il rivale con otto coltellate al petto. Poi caricò il corpo su un furgone e l’abbandonò in una zona di campagna del Vercellese.
 
Io, prigioniero. «Non c’è giorno della mia vita in cui non penso a quello che è successo. In cui non penso a Ibrahim. Ma cosa dico? Non c’è ora, minuto, secondo... Perché quella tragedia è entrata nella mia anima, nel mio Dna - spiega D’Onofrio, 38 anni, cresciuto a Chiavazza, dove ancora vivono i genitori. Parla con foga e con proprietà di linguaggio. Indossa una camicia bianca e un completo classico, scuro, forse quello delle occasioni -. Quanto è successo io non l’ho voluto e neanche me lo ricordo tanto bene, a dire la verità. Ricordo quanto è successo dopo, ma non il momento esatto della colluttazione. Momento che sarà durato un minuto, forse. Ho memoria solo di piccoli frammenti: di quando mi sono sentito sotto minaccia, in pericolo, di quando ho temuto per la mia vita e quindi ho reagito d’istinto per impedire ad Ibrahim, ubriaco, di farmi del male. Certo, usando tutte le mie risorse e capacità, comprese le tecniche di autodifesa imparate in anni e anni di pratiche marziali. Posso dire che nella mia mente tutto è diventato improvvisamente buio e che ho agito d’impulso, per evitare, altrimenti, di soccombere. L’avrebbe fatto chiunque. Pure un canarino si difende se messo all’angolo. Un aspetto, ripensandoci, mi ha sorpreso. E cioè: anni di attività sportiva e di allenamenti all’autocontrollo si sono vanificati. Sì, di fronte alla paura di essere ucciso sono scattato come una molla. Sentivo che se non moriva lui, per come si era messo lo scontro, sarei potuto morire io. Ma vorrei che scrivesse una buona volta che sono anche io una vittima di questa tragedia. Non sono innocente, ma ho agito per difendermi. E aggiungo che sono stato trascinato in una situazione da incubo».
 
Destino. Ma è un altro il punto al quale vuole arrivare D’Onofrio, inarrestabile: «Io non dovrei essere qui. Dovrei essere a casa. Con la mia famiglia. Nella mia città, insieme alle persone che mi volevano e mi vogliono ancora bene. A lavorare. A vivere. Invece vivo in questa realtà che è una “non vita”. La disgrazia che mi ha colpito è come un giorno non previsto che si è aggiunto al mio calendario. Ogni volta che ci penso mi sento un personaggio da film. Tipo “Matrix”, in cui i protagonisti vengono risucchiati da una dimensione ad un’altra. Ecco. Io non dovevo essere lì. In quella stanza. Con quel coltello puntato alla gola da Ibrahim. E oggi non dovrei essere qui. Invece il destino mi ci ha portato. Ma non sono un mostro. E non mi sento neanche l’assassino senza cuore che qualcuno vuole farmi diventare. Lo scriva. Per piacere! Non sono l’esperto di arti marziali, di destra, che ha ucciso il povero senegalese di sinistra. E soprattutto non sono, solo, l’uomo che ha ucciso un altro uomo».
 
 
La sua lotta. «Il carcere è un mondo complesso, dove devi imparare a vivere compresso, sotto pressione, stando attento ad ogni sguardo e movimento. Sempre. Ogni azione potrebbe essere mal interpretata. E nessuno ti perdona niente, qui. Se ti dai delle arie, te la fanno pagare. Subito e cara - racconta D’Onofrio abbassando la voce, mentre dallo spioncino un poliziotto controlla la conversazione -. Nessun problema con gli agenti, spesso veri angeli, né con l’amministrazione o la direzione. Cosa intendo dire? Non posso certo diventare un “infame”... Qui basta un attimo per rovinarsi la vita. Ci sono detenuti che tra sei mesi sono fuori, a cui un rapporto disciplinare non cambia nulla. A una persona come me, invece, che rischia anni di detenzione, una rissa, o altro, possono significare perdere quello che mi sono guadagnato in termini di fiducia e di stima, quindi possibilità di lavori e di attività. Di conseguenza mai accettare provocazioni, meglio passare per conigli. E’ chiaro, ora? La forza? C’è sempre qualcuno più forte di te, in giro. La vera forza è quella mentale. Ecco perché io penso. Penso tanto. E tengo allenata la mente».
 
La vita. D’Onofrio è quindi impegnato in una  lotta per sopravvivere nell’universo carcerario, che anche in una struttura priva di particolari problemi come quella di Vercelli, resta un luogo duro. Lo si capisce in modo drammatico dall’atteggiamento, oltre che dalle parole.
Ma D’Onofrio non si rassegna. E spera in un’altra vita che, prima o poi, si concretizzi al di là delle mura della casa circondariale.
E’ palese il suo sforzo per rinfrancarsi da un fatto terribile e da un’esistenza aspra come quella di chi perde la libertà e deve convivere in spazi angusti con altri uomini, spesso disperati e feroci. D’Onofrio risulta un detenuto modello, che non ha mai dato problemi. Si dedica a diverse attività e svolge lavori di manutenzione, anche grazie alle sue capacità professionali. E poi dipinge, scrive. Suona la chitarra. Frequenta la palestra. Gli anziani genitori lo vanno a trovare tutte le settimane, da quando è stato arrestato.

 
Il ricordo. «Io non ho mai voluto uccidere nessuno. Né tanto meno volevo uccidere Ibrahim.  Era come un fratello. Dopo tante insistenze l’avevo preso a lavorare con me, nonostante i dubbi per il suo stile di vita. Gli dovevo dei soldi. Mai negato. Ma doveva solo aspettare. Tutto si sarebbe sistemato. Invece  c’è stata quella discussione, diventata presto un litigio e poi un’aggressione armata. Tuttavia mi rendo conto di aver ucciso un essere umano. E ne sono addolorato. Lo sono sempre stato. Spero che Ibrahim, ovunque si trovi, stia meglio di quanto stesse sulla terra.  Quella notte non c’entra niente con la mia storia, con la mia vita. So che molti mi rinfacciano l’aver caricato il corpo di Ibrahim e di averlo abbandonato. E’ stato un gesto irrazionale. Che non so spiegare se non dicendo che avevo paura. Anzi, ero terrorizzato per quello che ero stato costretto a fare. Per quello che era successo. Quei giorni li ho poi vissuti come in un limbo. E quando alla fine è arrivata la telefonata della polizia, o dei carabinieri, mi sono detto: eccoli, finalmente. Bene. Lo giuro. Mi sono sentito sollevato. Perché era la fine di un incubo. O almeno così pensavo in quei frangenti. Non sapendo cosa mi aspettava». D’Onofrio ha parlato per quasi due ore, con passione, e l’aria di voler proseguire a oltranza nel suo racconto.
 
Il congedo. «Ho cambiato idea. Lo scriva pure. Lo scriva che piango, qui. Non mi sento meno uomo per questo. Al contrario, mi ci sento di più. Perché io qui devo resistere. Costi quel che costi. Lo devo a mio padre e a mia madre, ai quali ho giurato che mi avrebbero rivisto da uomo libero».