Cronaca

«Paga o ti sbatto dentro»

«Paga o ti sbatto dentro»
Cronaca 17 Giugno 2016 ore 12:35

BIELLA - «Sono il dottor Ragusa, funzionario anticorruzione della Guardia di finanza». E utilizzando espressioni dal contenuto minaccioso, aveva intimato a un imprenditore di Lessona la consegna della somma di 200mila euro. «Se non mi dai i soldi – aveva aggiunto – ti faccio andare in galera per 12 anni e ti faccio chiudere l’azienda in pochi giorni». E’ il cuore dell’accusa che ha portato alla condanna, in tribunale a Biella, di due finti funzionari delle Fiamme gialle, Franco Rota, 54 anni, di Gravellona Toce, e Roberto Arcole, anche lui di 54 anni, di Omegna. Erano entrambi accusati di concorso in estorsione aggravata e sono stati condannati dal giudice Paola Rava, al termine del processo con giudizio immediato (è uno dei riti alternativi rispetto a quello ordinario: lo può chiedere il Pubblico ministero quando la prova appare evidente, se l’indagato è stato interrogato), il primo a tre anni e sei mesi di reclusione più mille euro di multa, il secondo a tre anni e quattro mesi di reclusione più 800 euro di multa. Erano difesi dagli avvocati Christian Ferretti e Luca Ruppen del Foro di Verbania.

I fatti risalgono al 22 dicembre scorso. Il primo contatto con l’imprenditore di Lessona era avvenuto per telefono. Subito dopo il sedicente dottor Ragusa lo aveva incontrato negli uffici della sua ditta. «E’ tutto quanto riesco a darvi in questo momento», aveva spiegato l’imprenditore consegnando al finto finanziere e al suo presunto collega una busta contenente poco meno di duemila euro in contanti. I due non si erano accontentati, pretendevano di più. «Che fai, mi prendi in giro? Mi prendi pu culu?», aveva subito reagito il Rota (stando all’accusa) mentre il suo presunto complice aveva assunto atteggiamenti dalla forte carica intimidatoria.

L’imprenditore, impaurito ma deciso ad andare fino in fondo alla brutta storia di cui si era trovato suo malgrado coinvolto, si era così rivolto ai carabinieri di Cossato. Il giorno dopo, a ridosso del Natale, i militari del maggiore Menziola – in piena collaborazione con il sostituto procuratore Ernesto Napolillo - avevano preparato una trappola e i due erano stati arrestati in flagranza. Si era così capito che non si trattava di finanzieri bensì di personaggi dal pedigree giudiziario tutt’altro che immacolato.

V.Ca.

BIELLA - «Sono il dottor Ragusa, funzionario anticorruzione della Guardia di finanza». E utilizzando espressioni dal contenuto minaccioso, aveva intimato a un imprenditore di Lessona la consegna della somma di 200mila euro. «Se non mi dai i soldi – aveva aggiunto – ti faccio andare in galera per 12 anni e ti faccio chiudere l’azienda in pochi giorni». E’ il cuore dell’accusa che ha portato alla condanna, in tribunale a Biella, di due finti funzionari delle Fiamme gialle, Franco Rota, 54 anni, di Gravellona Toce, e Roberto Arcole, anche lui di 54 anni, di Omegna. Erano entrambi accusati di concorso in estorsione aggravata e sono stati condannati dal giudice Paola Rava, al termine del processo con giudizio immediato (è uno dei riti alternativi rispetto a quello ordinario: lo può chiedere il Pubblico ministero quando la prova appare evidente, se l’indagato è stato interrogato), il primo a tre anni e sei mesi di reclusione più mille euro di multa, il secondo a tre anni e quattro mesi di reclusione più 800 euro di multa. Erano difesi dagli avvocati Christian Ferretti e Luca Ruppen del Foro di Verbania.

I fatti risalgono al 22 dicembre scorso. Il primo contatto con l’imprenditore di Lessona era avvenuto per telefono. Subito dopo il sedicente dottor Ragusa lo aveva incontrato negli uffici della sua ditta. «E’ tutto quanto riesco a darvi in questo momento», aveva spiegato l’imprenditore consegnando al finto finanziere e al suo presunto collega una busta contenente poco meno di duemila euro in contanti. I due non si erano accontentati, pretendevano di più. «Che fai, mi prendi in giro? Mi prendi pu culu?», aveva subito reagito il Rota (stando all’accusa) mentre il suo presunto complice aveva assunto atteggiamenti dalla forte carica intimidatoria.

L’imprenditore, impaurito ma deciso ad andare fino in fondo alla brutta storia di cui si era trovato suo malgrado coinvolto, si era così rivolto ai carabinieri di Cossato. Il giorno dopo, a ridosso del Natale, i militari del maggiore Menziola – in piena collaborazione con il sostituto procuratore Ernesto Napolillo - avevano preparato una trappola e i due erano stati arrestati in flagranza. Si era così capito che non si trattava di finanzieri bensì di personaggi dal pedigree giudiziario tutt’altro che immacolato.

V.Ca.

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