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Omicidio stradale: «Pene ancora miti»

Omicidio stradale: «Pene ancora miti»
Cronaca 09 Marzo 2016 ore 08:08

«Qualcosa è stato fatto, ma non abbastanza. Sono dieci anni che se ne parla e che si combatte per ottenere una legge giusta sull’omicidio stradale. Alla fine è stato partorito un testo annacquato che non rende ancora giustizia. Le pene sono ancora troppo miti e per chi commette un simile reato si dovrebbe levare la patente a vita...».

Non è del tutto convinto della nuova legge sull’omicidio stradale, Luca Ciscato, 49 anni, di Crevacuore, marito dell’infermiera Stefania Valle, travolta e uccisa da un furgone guidato da un falegname ubriaco, residente a Caprile, che aveva scaraventato la donna giù da un ponte. Poi era scappato. Scendeva da Postua dopo ave ingurgitato una serie di aperitivi e si era messo lo stesso al volante nonostante tutti lo esortassero a non farlo perché non si reggeva in piedi. Venne rintracciato due ore dopo dai carabinieri. Stava dormendo. Era il 6 settembre 2009.

Ciscato aveva sin dal principio ingaggiato una vera e propria battaglia non solo mediatica per ottenere giustizia. Aveva contattato deputati, raccolto firme, partecipato a trasmissioni televisive sulle reti nazionali, rilasciato interviste e mobilitato migliaia di persone. Pure con l’allora ex ministro della Giustizia, Angelino Alfano, aveva ottenuto un colloquio privato. Alla fine la battaglia si era conclusa con una sentenza esemplare con le vecchie norme, qualcosa di raro, se non unico, per casi analoghi o quasi in giro per l’Italia: sette anni di carcere confermati fino alla Cassazione.

«Non cercavo vendetta - aveva dichiarato a suo tempo Ciscato -. Volevo giustizia. E credo che qualcosa di simile lo abbiamo ottenuto. Per come vanno le cose nel nostro Paese, non mi aspettavo una sentenza così chiara e netta...».

Di dubbi, sulla nuova normativa, l’autotrasportatore di Crevacuore ne ha parecchi. E non lo nasconde: «Oddio, qualcosa è stato fatto, bisogna riconoscerlo. Ma mancano ancora i decreti attuativi e voglio proprio vedere se anche nel concreto le nuove norme verranno applicate. Chi ha ucciso mia moglie è già libero da un anno. Ma ciò che è ancor più scandaloso è che potrebbe presto ottenere di nuovo la patente nonostante in passato gliel’avessero ritirata quattro volte sempre per alcol, l’ultima delle quali uccidendo una persona. Se chi ha ucciso di mia moglie dovesse combinare ancora qualcosa, riterrò responsabile chi ha avuto il coraggio di ridargli la patente. Ecco perché la nuova legge non mi convince: perché le pene sono ancora troppo miti e chi commette un simile delitto può riottenere comunque, prima o poi, di tornare a guidare...».

Valter Caneparo

«Qualcosa è stato fatto, ma non abbastanza. Sono dieci anni che se ne parla e che si combatte per ottenere una legge giusta sull’omicidio stradale. Alla fine è stato partorito un testo annacquato che non rende ancora giustizia. Le pene sono ancora troppo miti e per chi commette un simile reato si dovrebbe levare la patente a vita...».

Non è del tutto convinto della nuova legge sull’omicidio stradale, Luca Ciscato, 49 anni, di Crevacuore, marito dell’infermiera Stefania Valle, travolta e uccisa da un furgone guidato da un falegname ubriaco, residente a Caprile, che aveva scaraventato la donna giù da un ponte. Poi era scappato. Scendeva da Postua dopo ave ingurgitato una serie di aperitivi e si era messo lo stesso al volante nonostante tutti lo esortassero a non farlo perché non si reggeva in piedi. Venne rintracciato due ore dopo dai carabinieri. Stava dormendo. Era il 6 settembre 2009.

Ciscato aveva sin dal principio ingaggiato una vera e propria battaglia non solo mediatica per ottenere giustizia. Aveva contattato deputati, raccolto firme, partecipato a trasmissioni televisive sulle reti nazionali, rilasciato interviste e mobilitato migliaia di persone. Pure con l’allora ex ministro della Giustizia, Angelino Alfano, aveva ottenuto un colloquio privato. Alla fine la battaglia si era conclusa con una sentenza esemplare con le vecchie norme, qualcosa di raro, se non unico, per casi analoghi o quasi in giro per l’Italia: sette anni di carcere confermati fino alla Cassazione.

«Non cercavo vendetta - aveva dichiarato a suo tempo Ciscato -. Volevo giustizia. E credo che qualcosa di simile lo abbiamo ottenuto. Per come vanno le cose nel nostro Paese, non mi aspettavo una sentenza così chiara e netta...».

Di dubbi, sulla nuova normativa, l’autotrasportatore di Crevacuore ne ha parecchi. E non lo nasconde: «Oddio, qualcosa è stato fatto, bisogna riconoscerlo. Ma mancano ancora i decreti attuativi e voglio proprio vedere se anche nel concreto le nuove norme verranno applicate. Chi ha ucciso mia moglie è già libero da un anno. Ma ciò che è ancor più scandaloso è che potrebbe presto ottenere di nuovo la patente nonostante in passato gliel’avessero ritirata quattro volte sempre per alcol, l’ultima delle quali uccidendo una persona. Se chi ha ucciso di mia moglie dovesse combinare ancora qualcosa, riterrò responsabile chi ha avuto il coraggio di ridargli la patente. Ecco perché la nuova legge non mi convince: perché le pene sono ancora troppo miti e chi commette un simile delitto può riottenere comunque, prima o poi, di tornare a guidare...».

Valter Caneparo