Cronaca

Ogni sera sento addosso quei pugni

Ogni sera sento addosso quei pugni
Cronaca 28 Novembre 2013 ore 11:27

«Non passa sera che non mi sento addosso quei pugni e quei calci. Mi picchiava anche quand’ero incinta del secondo figlio. E’ stata una vita d’inferno, ero ridotta a un vegetale, non avevo più fiducia in me stessa e non avevo la forza di reagire. Lui mi toglieva tutto, non mi permetteva di uscire, anche solo per comprarmi un paio di calze lo dovevo pregare. E non passava giorno che non alzasse le mani contro di me o contro i suoi figli. Sono felice d’aver trovato la forza di denunciarlo, ma dopo è stata dura, durissima...».

Il processo. A parlare è una della tante donne coraggio che hanno trovato dopo anni di sofferenza la forza di reagire, di recarsi dai carabinieri e di denunciare il marito violento. Maria Teresa è una donna di 36 anni che la scorsa settimana, dopo cinque anni di attesa, ha visto condannare il marito a due anni di reclusione per i continui maltrattamenti in seno alla famiglia nei confronti suoi e dei due figli piccoli. Ha dovuto rimboccarsi le maniche, lavorare come una pazza e chiedere aiuto ai suoi genitori e ai parenti. Per anni dal marito non ha ricevuto nulla. Addirittura da tre anni l’uomo non vuole neppure più vedere i suoi figli. Per riuscire a ottenere qualcosa, grazie al suo legale (avvocato Marco Graziola), la giovane donna ha dovuto rivolgersi al giudice e ce l’ha fatta. Così, da qualche mese,  il quinto dello stipendio dell’ex marito viene dirottato in favore dei due bambini.

Il ricordo. In quei momenti - ricorda Maria Teresa con la voce rotta dall’emozione - ti senti a pezzi, annullata, senza forze. Hai il terrore di denunciare quell’uomo violento che hai amato e che pensavi fosse la tua anima gemella per il timore di rimanere sola, senza soldi, senza un lavoro, con due figli da allevare. E ogni sera il tuo uomo, quell’uomo che ritenevi speciale, torna a casa ubriaco e ti picchia, così, senza motivo, anche solo perché c’è un piatto messo male o la sedia non è sotto il tavolo. Oppure ti punta un coltello alla gola senza un motivo valido, con l’intento di terrorizzarti, di farti sentire una nullità. Sono stati anni d’inferno. Finché, dopo che mi ha riempito di botte per l’ennesima volta e mi ha sbattuta fuori casa con i miei figli, ho ascoltato il consiglio di un carabiniere e ho trovato la forza di denunciare quell’uomo. Dopo non è stato facile, gli ostacoli sono enormi, con il lavoro, con i servizi sociali che insistono perché i figli, gli stessi bambini che lui ha per anni picchiato e terrorizzato, possano essere visti anche dal padre. Tirare avanti è dura, durissima. Ma il mio messaggio per tutte le altre donne che hanno a che fare con un marito violento è sempre lo stesso: trovate nel profondo del cuore e nella mente la forza di denunciare i vostri aguzzini e di riprendervi la vostra vita. Quell’uomo mi aveva ridotto a un vegetale, ora sono una donna nuova, rinata. E’ vero, faccio fatica a tirare avanti con un  lavoro da 800 euro al mese. Soldi che finiscono nella mensa per i bimbi, nella scuola e nell’affitto. Ma mi sento una donna nuova e ho ricominciato a fare una cosa che in quel periodo avevo dimenticato: sorridere...».

Valter Caneparo

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