«Martino lasciato morire»

«Martino lasciato morire»
Cronaca 03 Aprile 2012 ore 13:04

Ha ascoltato con attenzione ogni parola del pubblico ministero, Cesare Parodi. Ha spezzato solo ogni tanto la concentrazione per rivolgersi all’amico seduto di fianco  e commentare  qualche frase a effetto del magistrato. C’era anche Emilio Audibert, il papà di Martino, all’udienza di venerdì scorso in tribunale a Torino, quella della requisitoria dell’accusa e delle conclusioni, delle richieste di condanna o di assoluzione nei confronti dei quattordici imputati accusati di omicidio colposo per la morte di quel bambino di otto anni.
«Questo è un pubblico ministero che sa fare il proprio mestiere - puntualizza Emilio Audibert, titolare con la moglie Francesca dell’hotel Chaberton a Cesana Torinese -. Ha centrato in pieno la questione, ha individuato una per una le mancanze commesse dal momento in cui mio figlio è stato ricoverato in quell’ospedale definito d’eccellenza, dove, in realtà, i medici hanno ignorato i pianti di Martino, le sue richieste d’aiuto, le sue grida di dolore strazianti...».

Sua moglie Francesca, biellese di Occhieppo Superiore, è rimasta a Desana a badare agli altri figli e alla conduzione dell’albergo. Accanto al papà, in quell’ampia e organizzata aula del Palazzo di giustizia di Torino, ci sono anche i tre nonni del bambino.
«A parte il danno provocato a Bielmonte per colpa di evidente inefficienza e per aver sottovalutato le previsioni del tempo - prosegue Emilio Audibert -, quello che più fa male di tutta questa storia è proprio legato al ricovero di mio figlio al Regina Margherita. E’ incredibile che una persona venga ricoverata per essere curata e possa lasciare quella struttura  da morto senza sapere neanche il motivo...».
Emilio Audibert stringe i pugni, socchiude gli occhi e serra forte la mandibola: soffre a ricordare quei giorni, i più brutti della sua vita. Non si è mai dato pace: “Voglio la verità, qualcuno deve pagare”, aveva ribadito sin dal giorno dopo la tragedia.
«I medici - precisa - hanno imboccato la strada sbagliata sin dal principio e hanno continuato a perseverare nell’errore mentre, in realtà, sarebbe bastata una Tac, come ha detto il Piemme, per capire cosa stava succedendo. Eppure, il giorno dell’incidente, intorno alle 8 di sera, quando siamo arrivati al Regina Margherita, ricordo d’aver spiegato bene ciò che era successo, che mio figlio aveva fatto un balzo di trenta metri per poi precipitare per sette, otto metri, cadendo a faccia in avanti in quel posteggio. E siccome non era un piccione, l’impatto a terra era stato terribile. Tutto ciò che ognuno di noi ha internamente si scuote con un impatto simile. Tutto. I medici avrebbero dovuto capirlo, fare altri esami e scoprire quella lacerazione al diaframma che ha portato via mio figlio. Abbiamo dovuto sacrificare un bimbo di 8 anni per scoprire che in quei giorni le capacità lavorative e l’impegno di qualcuno, in quell’ospedale, si erano offuscati...».
Nostro inviato
Valter Caneparo