La ‘ndrangheta c’era: tutti condannati

La ‘ndrangheta c’era: tutti condannati
03 Luglio 2017 ore 12:50

TORINO – Si è concluso a Torino con 13 condanne (comprese tra i 3 e i 15 anni di reclusione), il rinvio a giudizio di due “biellesi” e alcune assoluzioni, il processo “Alto Piemonte” sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel Nord Ovest che, a luglio dell’anno scorso, aveva portato in carcere e ai domiciliari 18 persone ritenute dagli inquirenti affiliate alla ‘ndrangheta e facenti parte della “locale” di Santhià. Le cosche, stando alle indagini (condotte in prima linea anche dalla Squadra mobile della polizia di Biella), sarebbero state attive nelle province di Torino, Biella, Vercelli e Novara. I reati contestati, vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso all’estorsione passando per il sequestro di persona, spaccio di droga, detenzione di armi e persino un tentato omicidio avvenuto nel 2014 a Volpiano.
Dei principali imputati biellesi che hanno scelto il rito abbreviato, la pena maggiore è stata inflitta a Diego Raso, 37 anni, di Dorzano: 14 anni e 11 mesi di reclusione (l’accusa ne aveva chiesti 17 e un mese). Per i pubblici ministeri, Monica Abbatecola e Paolo Toso, il più giovane dei Raso era il boss emergente della cosca, capace di stabilire rapporti con un boss di primo livello calabrese. Veniva aiutato dal fidato braccio destro Antonio Miccoli, 38 anni, di fatto abitante a Cavaglià. I due – stando all’ordinanza che un anno fa li aveva portati in carcere -, «intendevano, con le premeditate e ben pianificate azioni di avvertimento, consolidare il loro potere di intimidazione e di soggezione di matrice mafiosa nell’ambito della realtà locale (province di Biella, Vercelli, Novara) in cui operavano al fine di ottenere le somme di denaro che di volta in volta andavano a chiedere ai gestori degli esercizio commerciali».
Sempre stando all’accusa, Diego Raso e il suo fidato braccio destro con compiti operativi, sarebbero stati protagonisti di innumerevoli episodi di spaccio di droga, pur se gli inquirenti hanno sin dall’inizio sganciato dalla realtà associativa tutti i delitti in materia di stupefacenti, che rappresentano comunque un’ulteriore e significativa conferma circa la pericolosità sociale di alcuni imputati.
Il Tribunale di Torino, ha condannato anche lo stesso Miccoli (nell’ordine dei 10 anni di reclusione), nonché Giovanni Raso, detto Rocco, 54 anni, di Dorzano (otto anni e 7 mesi di reclusione), Enrico Raso, 45 anni, di Cavaglià (nove anni e tre mesi di reclusione), un altro Giovanni Raso, 49 anni, di Dorzano (sette anni e sette mesi di reclusione), e Giuseppe Avenoso, 58 anni, anche lui di Cavaglià.
Valter Caneparo

Leggi tutto il servizio sull’Eco di Biella di lunedì 3 luglio 2017

TORINO – Si è concluso a Torino con 13 condanne (comprese tra i 3 e i 15 anni di reclusione), il rinvio a giudizio di due “biellesi” e alcune assoluzioni, il processo “Alto Piemonte” sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel Nord Ovest che, a luglio dell’anno scorso, aveva portato in carcere e ai domiciliari 18 persone ritenute dagli inquirenti affiliate alla ‘ndrangheta e facenti parte della “locale” di Santhià. Le cosche, stando alle indagini (condotte in prima linea anche dalla Squadra mobile della polizia di Biella), sarebbero state attive nelle province di Torino, Biella, Vercelli e Novara. I reati contestati, vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso all’estorsione passando per il sequestro di persona, spaccio di droga, detenzione di armi e persino un tentato omicidio avvenuto nel 2014 a Volpiano.
Dei principali imputati biellesi che hanno scelto il rito abbreviato, la pena maggiore è stata inflitta a Diego Raso, 37 anni, di Dorzano: 14 anni e 11 mesi di reclusione (l’accusa ne aveva chiesti 17 e un mese). Per i pubblici ministeri, Monica Abbatecola e Paolo Toso, il più giovane dei Raso era il boss emergente della cosca, capace di stabilire rapporti con un boss di primo livello calabrese. Veniva aiutato dal fidato braccio destro Antonio Miccoli, 38 anni, di fatto abitante a Cavaglià. I due – stando all’ordinanza che un anno fa li aveva portati in carcere -, «intendevano, con le premeditate e ben pianificate azioni di avvertimento, consolidare il loro potere di intimidazione e di soggezione di matrice mafiosa nell’ambito della realtà locale (province di Biella, Vercelli, Novara) in cui operavano al fine di ottenere le somme di denaro che di volta in volta andavano a chiedere ai gestori degli esercizio commerciali».
Sempre stando all’accusa, Diego Raso e il suo fidato braccio destro con compiti operativi, sarebbero stati protagonisti di innumerevoli episodi di spaccio di droga, pur se gli inquirenti hanno sin dall’inizio sganciato dalla realtà associativa tutti i delitti in materia di stupefacenti, che rappresentano comunque un’ulteriore e significativa conferma circa la pericolosità sociale di alcuni imputati.
Il Tribunale di Torino, ha condannato anche lo stesso Miccoli (nell’ordine dei 10 anni di reclusione), nonché Giovanni Raso, detto Rocco, 54 anni, di Dorzano (otto anni e 7 mesi di reclusione), Enrico Raso, 45 anni, di Cavaglià (nove anni e tre mesi di reclusione), un altro Giovanni Raso, 49 anni, di Dorzano (sette anni e sette mesi di reclusione), e Giuseppe Avenoso, 58 anni, anche lui di Cavaglià.
Valter Caneparo

Leggi tutto il servizio sull’Eco di Biella di lunedì 3 luglio 2017

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