Truffa e fondi pubblici

Fondi Pnrr e bilanci “gonfiati”: due a processo per truffa da 300mila euro

Secondo l’accusa, avrebbero ottenuto finanziamenti pubblici con dati falsi e poi “ripulito” il denaro: il Gup dispone il rinvio a giudizio anche per due società.

Fondi Pnrr e bilanci “gonfiati”: due a processo per truffa da 300mila euro

Un finanziamento pubblico da 300mila euro ottenuto – secondo la Procura di Biella – gonfiando i bilanci e dichiarando ricavi inesistenti. È questa la vicenda finita davanti al giudice dell’udienza preliminare Adriano Bollani, che ha disposto il rinvio a giudizio per due imputati conviventi e per due società coinvolte. Il caso ruota attorno a fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza destinati allo sviluppo dell’e-commerce all’estero: soldi che, per la Procura, sarebbero stati incassati con artifici e poi reimmessi nel circuito economico per ostacolarne la tracciabilità.

Il rinvio a giudizio

Il Gup ha mandato a processo M.N. D.C., donna di 76 anni originaria e residente nel Napoletano, e V.E., 79 anni, anche lui del Napoletano. Entrambi erano difesi dall’avvocato Paolo Piccolo del foro di Nola. Disposto il processo anche per le persone giuridiche coinvolte: una holding con sede a Napoli e un’altra società partenopea, entrambe ritenute – a vario titolo – beneficiarie delle operazioni contestate. La prima udienza è fissata per il 24 settembre.

La presunta truffa sui fondi europei

Al centro dell’inchiesta c’è una domanda di finanziamento presentata nell’aprile 2022 alla società pubblica Simest, nell’ambito dei fondi europei Next Generation EU destinati alle piccole e medie imprese. Secondo l’accusa, gli imputati – ritenuti amministratori di fatto di una società – avrebbero dichiarato ricavi molto più alti di quelli reali, indicando nei bilanci cifre superiori ai due milioni di euro per gli anni 2019 e 2020. Questi dati, ritenuti falsi, avrebbero indotto in errore i funzionari incaricati della valutazione, consentendo l’erogazione del finanziamento: 300mila euro complessivi, di cui 120mila a fondo perduto.

Perché indaga la Procura di Biella

La vicenda è finita a Biella per una questione di competenza territoriale: nei reati di truffa per ottenere fondi pubblici conta il luogo in cui si produce l’effetto dell’inganno, cioè dove l’ente erogatore viene indotto in errore e dispone il pagamento. Secondo l’accusa, questo passaggio – la valutazione della domanda e l’ok all’erogazione dei 300mila euro – si sarebbe verificato proprio a Biella, sede collegata all’istruttoria del finanziamento. È lì, quindi, che si sarebbe concretizzato il danno per la parte offesa e il vantaggio per gli indagati, motivo per cui l’indagine è stata seguita dalla Procura biellese, anche se imputati e società hanno base in Campania.

I bilanci sotto accusa

Un passaggio chiave riguarda proprio i documenti contabili. La Procura contesta che nei bilanci societari siano stati inseriti ricavi non corrispondenti al vero, in modo da rappresentare una situazione economica più solida e ottenere così i requisiti richiesti per accedere ai fondi pubblici. Le condotte sarebbero state reiterate su più esercizi, seguendo – secondo l’impostazione accusatoria – un disegno unitario finalizzato al conseguimento del finanziamento.

Il presunto riciclaggio dei fondi

Dopo l’erogazione, sempre secondo l’accusa, il denaro sarebbe stato trasferito attraverso una serie di bonifici verso le due società citate. In particolare, circa 150mila euro sarebbero confluiti su una holding e altri 150mila su una seconda società, entrambe riconducibili – secondo gli inquirenti – alla stessa sfera di controllo. Operazioni che avrebbero avuto lo scopo di ostacolare l’identificazione dell’origine del denaro, configurando così il reato di autoriciclaggio. Nel procedimento sono quindi coinvolte anche le due società destinatarie dei fondi, chiamate a rispondere ai sensi della normativa sulla responsabilità amministrativa degli enti.