"MORTE PER CAUSE NATURALI"

Da Graglia alla ‘ndrangheta, le rivelazioni del pentito Simone Canale trovato morto a 40 anni

"Mi ordinarono di uccidere l'ex sindaco di Sinopoli" disse alla Dda 5 anni fa. Quando decise di collaborare raccontò anche di omicidi da lui stesso commessi

Da Graglia alla ‘ndrangheta, le rivelazioni del pentito Simone Canale trovato morto a 40 anni
Biella Città, 24 Ottobre 2020 ore 10:26

Prima che si pentisse e decidesse di rivelare tutto quello che sapeva sulle famiglie della ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro, in particolare della Cosca Alvaro (nella foto i membri del clan arrestati due anni fa) alle quale era stato affiliato, il giovane biellese Simone Canale, trovato morto giovedì mattina – “per cause naturali” secondo il medico legale – nella sua abitazione di via Stazione a Salussola, non era mai stato neppure sospettato di appartenere alle ‘ndrine calabresi. Un truffatore, un criminale, ma non un killer e nemmeno un mafioso.

Il pentimento e le rivelazioni alla DDA di Reggio Calabria di Simone Canale

E’ stato lui, nel 2015, a rivelare al sostituto procuratore Giulia Pantano della Dda di Reggio Calabria i crimini di cui si era macchiato, prima e durante la sua affiliazione. Crimini terribili, omicidi efferati. Le sue rivelazioni emersero un paio di anni fa. “So che dopo i gravissimi fatti di cui mi sono autoaccusato – disse Canale al pm Pantano – potrei andare incontro di nuovo a una detenzione carcerari, ma ho ritenuto che, per cambiare vita, dovessi necessariamente confessare tutto e prendere realmente il distacco dall’ambiente criminale. E poi non volevo diventare killer di professione per una cosca potente ed efferata come quella degli Alvaro (…) Avevo dato corpo e anima all’organizzazione”.

Ed è sulle strategie, i crimini, gli affari e i retroscena dei rapporti tra la ‘ndrina degli Alvaro di Sinopoli e la mafia palermitana che Canale costruì la sua credibilità come collaboratore di giustizia. Tra le rivelazioni più clamorose, al vaglio di successive indagini della Distrettuale antimafia di Reggio Calabria, quelle sull’effettivo esecutore materiale dell’omicidio del generale Dalla Chiesa, trucidato il 3 settembre 1982 a Palermo con la moglie e un uomo della scorta.

Le rivelazioni in carcere di Nino Penna che lo fece entrare nella Cosca Alvaro

Canale, originario di Graglia, una vita e soprattutto un’infanzia complessa, piccolo criminale fin da giovanissimo,  disse di avere appreso in carcere a Biella, dove conobbe Nino Penna, uomo dei boss Cosimo e Nicola Alvaro, detto “Pelliccia”, che a uccidere il generale fu Nicola Alvaro “U Stortu”. “Penna mi ha parlato di Nicola Alvaro, vecchio capobastone degli Alvaro-Coda Longa, che fu l’esecutore materiale dell’omicidio del generale Dalla Chiesa. Era accompagnato da un altro soggetto, a bordo di un motociclo e Alvaro sparò con il mitra”. La rivelazione fu ritenuta importante perché faceva emergere per la prima volta il coinvolgimento di calabresi nell’assassinio di Dalla Chiesa, per il cui omicidio una ventina di anni fa furono condannati i presunti esecutori materiali Vincenzo Galatolo, Antonino Madonia, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci e i loro mandanti: Totò Riina, Pippo Calò, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Nenè Grenci e Bernardo Brusca.

“Gli ‘ndranghetisti non fanno confidenze, si aggiornanofra loro. Così scoprii queste cose”

“Tutto ciò che io so non è perché ricevevo confidenze dagli ‘ndranghetisti – raccontò Canale ai magistrati – Voglio che sia chiaro che tra ‘ndranghetisti non esiste “fare una confidenza”. Gli ‘ndranghetisti si aggiornano fra loro perché fanno parte dell’Onorata Società. L’infamità non è ammessa nella ‘ndrangheta. Non si può parlare di fatti di reato della mafia a chi non è affiliato, ma tra ‘ndranghetisti è obbligo passare le notizie. Ecco perché so cosa è successo, cosa sarebbe dovuto succedere a Sinopoli, che è terra degli Alvaro”. Rivelò agli inquirenti di aver ricevuto l’ordine di assassinare addirittura suo fratello perché, ritenuto un “confidente”. L’avrebbe dovuto eliminare “tagliandogli la testa e lasciandolo davanti a una caserma (…) io avevo già assassinato così, quindi ero ritenuto valente”.

“Dovevo uccidere l’ex sindaco di Sinopoli” e si auto

Canale mise a verbale anche di aver ricevuto l’ordine di uccidere l’ex sindaco di Sinopoli Domenico Luppino (9 attentati subiti, 300 indimidazioni, un vita sotto scorta a Reggio Calabria).

Parte delle rivelazioni di Canale trovarono ben presto conferma, a cominciare dalla presenza in alcuni loculi del cimitero di Sinopoli, di bazooka, fucili a canne mozze, esplosivo, pistole e doppiette. Un vero e proprio arsenale. “Io avrei dovuto assassinare l’ex sindaco di Sinopoli Domenico Luppino. Ho scoperto delle armi al cimitero proprio quando progettavano questi omicidi. Luppino veniva ritenuto dagli Alvaro un rompiscatole, perché occupava con la cooperativa i terreni confiscati agli Alvaro. Durante un colloqui con il fratello fu decis la sua morte. Penna Antonino disse: “Io ho l’uomo giusto” e alludeva a me. Questo fatto è avvenuto nell’aprile 2014”.

Pochi mesi dopo, prima di mettere in atto quel piano omicida, l’allora 35enne Simone Canale decise di saltare il fosso, anche perché una volta uscito dal carcere avrebbe dovuto “assassinare – disse – e far sparire i loro corpi” anche di altre persone: “Mentre Luppino doveva essere ucciso in modo eclatante, nella piazza del paese con il kalashnikov, oppure con un bomba. Questo perché in passato l’ex sindaco aveva denunciato”. A convincerlo a pentirsi furono le parole di un altro affiliato della famiglia Alvaro, Rocco Corica: “Guarda che Sinopoli non è Biella, a Sinopoli dopo che ammazzi i tre o quattro che ti hanno detto, ti ammazzano”.

Top news
Glocal News
Foto più viste
Video più visti
Il mondo che vorrei
Gite in treno
Curiosità