EMERGENZA SANITARIA

Covid in casa di riposo: “Ecco cosa abbiamo vissuto e temiamo possa ripresentarsi”

La toccante testimonianza da parte di un membro del personale diffusa dalla residenza Opera Assistenza Anziani Frassati di Pollone. 

Covid in casa di riposo: “Ecco cosa abbiamo vissuto e temiamo possa ripresentarsi”
Elvo, 10 Ottobre 2020 ore 09:00
La toccante testimonianza sul Covid-19 in casa di riposo da parte di un membro del personale, diffusa dalla stessa residenza Opera Assistenza Anziani Frassati di Pollone.

Il racconto

“Circa 4 mesi fa, durante una riunione del Consiglio di Amministrazione, la prima dopo il lockdown, ospiti della generosa Proloco di Pollone, don Luca mi chiese se avrei potuto raccontare cosa è stato il Covid in casa di Riposo. Sì…posso e voglio raccontare cosa sono stati due mesi infernali, lontani da tutto e da tutti, soli con le nostre paure, distrutti dal dolore e avvolti dalla coperta pesantissima della morte.
Intendiamoci, nel nostro lavoro la morte è la evoluzione naturale di un percorso di vita spesso molto lungo, non ci fa paura: senza ipocrisia alle volte auguri che venga presto per troncare vissuti quotidiani di dolore e sofferenza.
Cerchiamo, per quanto siamo capaci, di accompagnare i nostri Ospiti e le loro famiglie nel momento del distacco. E non è facile: ognuno di noi – ogni volta – rivive nel dolore degli altri il proprio, le proprie paure, le proprie debolezze e poi chi siamo noi… i sanitari, gli operatori, la segretaria di una qualsiasi casa di riposo; nessuno ci ha insegnato a supportare gli altri, ad affrontare il loro dolore, reazioni alle volte inaspettate , lo sfogo di lunghi periodi di dolore, di incomprensioni, di incomunicabilità… di vita vissuta.
Poi arriva questo mostro con la corona, che di principesco non ha nulla….è solo maledettamente reale… Lascio che chi ha voglia di sparlare continui serenamente nella sua opera: ora non mi toglie più nulla…noi eravamo qui dentro e tutto il mondo era fuori. Quello che è successo ha stravolto non solo il nostro lavoro ma ognuno di noi nell’intimo. Fragili e forti questo sono stati i nostri operatori…sono stati dei grandi e chi non li ha visti all’opera non potrà mai capire quanto e come.
Ma veniamo ai fatti noti a tutti…dalla fine di gennaio si inizia a “comprendere” che c’è questa epidemia, che bisogna fare attenzione ma ancora nessuna sapeva ne’ sospettava quanto e come… E’ vero che in struttura già da gennaio ci sono stati diversi decessi ma vai a capire… i sintomi sono i sintomi riscontrabili a tutte le persone anziane: la maggior parte soffre di deficit respiratori, cardiaci, ipertensione, ictus… quale è la differenza? Tutto comprensibile in considerazione della età media degli ospiti diversi centenari e molti che girano intorno ai 100… Poi la situazione tutto sommato a febbraio e marzo è stata abbastanza normale, alcuni decessi si ma torno a dire nella normalità se non fosse per l’ansia che inizia a insinuarsi , inizi a dubitare di queste morti improvvise, hai paura…momento di terrore puro quando, in seguito ad un ricovero ospedaliero muore un ospite , uno dei decani della struttura, è in ospedale e sta molto male, non ricordo con precisione se è sabato o domenica, e gli viene fatto il tampone: è il primo tampone che viene eseguito ad un nostro ospite, passeranno ore prima di avere il risultato peraltro negativo ma si scatena la paura.
Stringo i tempi perché non bastano le parole a descrivere i colori della paura, nel mese di marzo ancora qualche decesso sospetto ma i tamponi non vengono eseguiti se non a pochissime persone che devono avere sintomi conclamati e su richiesta del medico, intanto proseguono gli inserimenti di ospiti che provengono dal domicilio o dall’ospedali ai quali non vengono effettuati i tamponi…non per imperizia o negligenza da parte nostra ma perché semplicemente non si fanno.
Nel frattempo dal mese di febbraio ingressi al pubblico contingentati, si studiano le possibilità di isolamento, come modificare la logistica della casa in modo da evitare il più possibile i contagi, a volte con difficoltà ma vengono reperite maschere e mascherine, visiere, occhiali, tute e camici e disinfettanti e bisogna ringraziare tutti perché ognuno si è impegnato nella ricerca in modo tale da non essere mai scoperti.
Si viaggia 24 h su 24 con tute di plastica addosso, mascherine che tagliano la faccia e spezzano il fiato occhiali , visiere e guanti e paura tanta paura. Dall’otto di marzo chiusura totale: siamo noi, gli ospiti e il Covid vero o presunto che sia, iniziano ad ammalarsi anche gli operatori…la paura è devastante. Un sabato mattina lo abbiamo passato a pulire le stanze con macchine ad ozono, candeggina e cloro. E ricordo che alcuni operatori hanno figli e nipoti piccoli, persone malate in casa, qualcuno ha dormito per mesi sul divano, non sfiorando nemmeno per una carezza i propri cari.
Aprile delirante: i decessi si susseguono come anelli di una catena infinita, il protocollo impone che le salme vengano trattate in maniera particolare non con la cura e l’attenzione che l’ultimo saluto richiede. I famigliari non li possono vedere anche se per tutto, tutto, tutto il periodo Covid, ed ancora ora, ci siamo resi disponibili con i nostri telefoni ad effettuare videochiamate strazianti. Ma al momento dell’addio neanche la possibilità di vedere questi poveri corpi: devono essere lasciati in isolamento per 12 ore così come si trovano, chiusi a guisa di sudario in un lenzuolo e cosparsi di cloro. Trascorse le 12 ore sarà l’impresa , previo inserimento del cadavere in una sacca apposita, a posizionare la salma nella bara e provvedere al trasporto al crematorio. Ed ad aprile questo rituale terribile si è ripetuto tante troppe volte…. Ma quelli non sono corpi…sono…erano persone, erano Franco, Angelo, Domenico, Piero, Claudio, Maria, Bruna e ancora e ancora; sono ed erano famiglie, discussioni, confidenze, difficoltà e risate.
Sono ed erano la nostra storia quotidiana e se ne sono andati …senza un saluto, una carezza. Lasciandoci soli con la paura, con il senso di impotenza ed inadeguatezza e l’orrore che nonostante il nostro impegno non abbiamo potuto fare di più, di meglio.
Intanto in via privata provvediamo ad effettuare l’esame sierologico a tutto il personale, solamente in seguito e per la precisione sabato 2 maggio dopo una serie infinita di telefonate e l’aiuto impagabile di Chiara finalmente vengono eseguito i tamponi a tutti gli operatori ed anche gli ospiti sono continuamente monitorati. La situazione va migliorando, qualcuno fa fatica a tornare negativo, ma alla fine ne veniamo fuori, gli Ospiti che il COvid aveva costretto a prolungare la loro permanenza temporanea finalmente ritornano a casa: è una vittoria.
Ma a questo punto, distrutti nell’animo, dobbiamo fare i conti con la realtà anche economica, la casa è passata dal tutto pieno ad avere 31 Ospiti. Questo vuol dire che la situazione è non dico insostenibile ma quanto meno molto difficile, fortunatamente le banche ci hanno concesso la sospensione dei mutuo per 5 mesi….ma cinque mesi volano e gli ingressi sono rallentati …perché? Perché tutte le case di riposo, chi lo dice, chi no e chi lo nega, hanno molti posti vuoti. Perché le famiglie hanno paura delle quarantene da effettuare all’ingresso (14 giorni di isolamento sociale senza contatti famigliari se non telefonici) e perché la gente ha magari perso il lavoro e la pensione di un anziano rappresenta una entrata sicura.
Ecco come siamo, come siamo diventati: più consapevoli della fragilità della vita, che ogni momento è il momento, da vivere a pieno perché è irripetibile; doloranti perché questa cosa ci ha bastonato il cuore… chi lo ammette, chi forse non ha ancora avuto il coraggio di dirlo anche a se stesso; spaventati perché tutto questo potrebbe ripresentarsi e replicare l’incubo perché con il Covid vale solo la prevenzione ma non si può prevenire tutto..troppe le variabili e le interazioni; cambiati… perché il Covid ti cambia dentro, fuori, cambia i rapporti con gli altri e, spesso, anche con te stesso. Questa è la mia testimonianza del periodo Covid in casa di riposo, non so se può essere interessante, se può servire ma vorrei che si capisse quanto dolore ci ha lasciato, che il dolore non è solo di chi ha perso un proprio caro ma anche il nostro…che abbiamo visto la morte girarci intorno, toccarci, sfiorarci…e non sapevamo cosa fare. Sandra”.
Nella foto di copertina, il ricordo degli ospiti che non ci sono più, diffuso dalla residenza per anziani di Pollone. 
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