«Coggiola terreno ideale per lo zafferano»

Prima la coltivazione in solitaria, poi Enrico Covolo ha creato una filiera con le realtà locali. Ora proverà lo stesso percorso con i carciofi.

«Coggiola terreno ideale per lo zafferano»
Valli Mosso e Sessera, 19 Febbraio 2019 ore 07:30

«Coggiola terreno ideale per lo zafferano».

Cosa accomuna le zone montane di Coggiola, terra di industrie e di grandi lavoratori, alle montagne iraniane? La terra, secca e sabbiosa, ideale per la coltivazione dello zafferano. Ed è su questi presupposti che Enrico Covolo, 54 anni, nei primi anni ‘80 ha portato lo zafferano a Coggiola: quei primissimi, pochi, bulbi sono cresciuti, si sono moltiplicati e ora sono una vera e propria piantagione. «Per una vita intera – racconta Covolo – l’ho coltivato per me, per regalarlo agli amici, poi, tre anni fa, ho avviato una collaborazione con la rinomata pasticceria Dolci Capricci di Coggiola, che ha iniziato a utilizzare il mio zafferano nelle preparazioni, e ora sono diverse le aziende che me lo richiedono». La coltivazione di zafferano, per Covolo, è una passione: «Il mio primo mestiere – spiega – è un altro, ho un’azienda specializzata nel campo dell’informatica medica».

L’intervista

Com’è nata l’idea di coltivare lo zafferano?
«I miei nonni erano contadini, la coltivazione della terra è una passione tramandata da generazione in generazione, ho iniziato a piantare frutta e verdura a cinque anni e ho sempre aiutato la mia famiglia nei lavori agricoli. Crescendo ho frequentato l’università a Torino: è stato proprio nel capoluogo piemontese che ho acquistato i miei primi bulbi. Era l’estate del 1985: ero a Porta Palazzo a fare la spesa, come tanti studenti. Ricordo di questa grossa piazza, e ricordo di un negozietto che vendeva sementi. Sono entrato e ho visto dei bulbi di zafferano. Sono rimasto incuriosito, ne ho comprati un po’ e li ho portati a casa. Saranno stati una decina al massimo, non di più. A Torino avevo dei coinquilini, non avevamo nemmeno un balcone, non avrei saputo dove piantarli. Così li ho portati a Coggiola, a casa dei miei genitori e li abbiamo interrati. Hanno fatto i fiori, erano molto belli. I bulbi dello zafferano ogni anno si “riproducono”, da ogni bulbo ne nasce uno nuovo. Così il primo anno quei dieci iniziali sono diventati 20, poi 40, poi 80 e via dicendo, finché non sono diventati davvero numerosi. A quel punto dall’orto di casa li ho portati in campagna e li abbiamo curati, lasciandoli lì qualche anno».

Il terreno a Coggiola è favorevole?
«Lo è, molto. Nel giro di qualche anno quei pochi “crochi” iniziali si sono moltiplicati, fino a ricoprire una superficie importante. Questo perché la terra è adatta a questo tipo di coltivazione: lo zafferano non è una spezia di “bocca buona”: non ama i terreni umidi. E’ pensiero comune che lo zafferano si riproduca più facilmente nelle zone calde perché il principale stato in cui viene coltivato è l’Iran. Non è così: ci sono zone, a nord dello stato asiatico, in montagna, dove le temperature scendono fino a -20/-30 gradi. E’ in questi posti desertici di montagna che la coltivazione è al top. Basti pensare che i miei bulbi hanno resistito all’inverno rigido di una decina di anni fa, quando le minime scesero fino a -23 gradi centigradi».

Lei dove coltiva il suo zafferano?
«A Coggiola ho due ampi terrazzamenti dove curo i miei bulbi, sono entrambi a due passi da casa. Il primo è in località “truc”, ovvero antecima, a circa 650 metri di altitudine, l’altro, circa 100 metri più in basso, in località “hoer”, che in dialetto significa zona pianeggiante sopraelevata. Sono terreni che erano già di mia proprietà, in quanto ho anche un’azienda agricola specializzata nel recupero di vecchi meleti del Biellese, della Valsesia e della Valsessera. Ho utilizzato alcuni terreni in disuso. Li ho ripuliti dei rovi, con tanta pazienza. E’ stato un lavoraccio, ma il risultato ottenuto con i crochi ha ripagato degli sforzi fatti: la struttura del terreno era molto favorevole, l’altissimo tenore di sabbia e la quasi totale assenza di ristagno e umidità hanno creato l’ambiente perfetto per i miei bulbi di zafferano».
Da dieci crochi a… quanti ne ha ora?
«Ho svariate decine di migliaia di piante. Ci lavoro io, oltre al lavoro informatico e a quello con i meleti, ma mi aiutano anche i miei famigliari: mio papà, mio cugino, e a volte viene a darci una mano anche un amico di famiglia».

Le realtà del territorio

Ora il suo zafferano viene utilizzato da diverse realtà del territorio.
«Per oltre trent’anni ho tenuto lo zafferano per me, da regalare agli amici. Il commercio è iniziato per caso tre anni fa. Ricordo che era il mese di agosto, avevo appena finito di lavorare sui crochi e sono andato alla pasticceria Dolci e capricci ad ordinare un cabaret di paste. Avevo un gran mal di schiena, ero tutto dolorante. I titolari mi chiesero come mai fossi così “acciaccato” e gli raccontai della piantagione di zafferano. Poi portai loro un grammo di prodotto. Loro lo usarono per creare qualche novità e, tra le tante, una pallina ripiena di cioccolata bianca e zafferano, che ebbe un successo “spaziale”. La collaborazione proseguì, loro crearono tutta una linea di prodotti che va dalla le lingue di gatto, la treccia e fino al panettone e al torrone morbido allo zafferano. La clientela si è poi allargata, oggi sono diverse le attività biellesi che acquistano il mio zafferano: penso al ristorante Due Cuori del Piazzo, alla Gelateria Alice, l’agriturismo Cà del Bosco e molte altre».

Nel suo futuro cosa vede?
«Ora mi piacerebbe tentare lo stesso percorso con i carciofi. Li sto studiando da ormai diversi anni. Mi piace sperimentare, il mondo dell’agricoltura mi affascina. Una volta questo territorio era ricco di industrie, purtroppo è un settore in gravi difficoltà che a mio parere difficilmente riuscirà a sollevarsi. Valorizzare ciò che c’è intorno a noi è importante, potrebbe essere il segreto per riuscire a uscire da questa situazione di stallo in cui sta vivendo questo territorio».

Shama Ciocchetti

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