Sanità

Zamperone: "Monoblocco senza futuro, va tirato giù. Scuole e anziani: mix per Biella al 2030"

L'intervista a Eugenio Zamperone, 76 anni, nella sanità dal 1988 al 2015

Zamperone: "Monoblocco senza futuro, va tirato giù. Scuole e anziani: mix per Biella al 2030"
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Eugenio Zamperone, 76 anni, è la “memoria storica” fra vecchio e nuovo ospedale. Segue gli eventi, ne ha contaminato i risultati nel tempo: presidente del Comitato Usl 47 di Biella dal 1981 al 1991, da dipendente regionale emigrò a Torino al Mauriziano dal ’91 al ’94, poi dal ’94 al 2000 al Mauriziano di Valenza, dal 2000 al 2005 all’ospedale universitario San Luigi di Orbassano per poi tornare a Biella, quando la direttrice amministrativa Flecchia andò ad Alessandria, occupando quella carica per 10 anni fino al 2015 quando, il 1 gennaio, entrò in pensione. Le ha viste tutte, compresa la drammatica parentesi del coinvolgimento nelle inchieste giudiziarie cosiddette di Tangentopoli negli anni Novanta da cui venne prosciolto completamente.

L'intervista a Eugenio Zamperone

Come andarono le cose? Perché siamo a questo punto, ancora a discutere di un vuoto mai riempito? Non è enciclopedico, Zamperone, che dopo la presidenza del Cai ed interessi calcistici, l’affiancamento a Luigi Squillario nella Fondazione Crb, le nomine negli organi di vertice di BiverBanca, continua ad occuparsi di calcio e di montagna come delegato nazionale del Cai, ma il suo tempo libero è ancorato alla famiglia, ai figli e ai nipoti, alla montagna che percorre a piedi in lungo e in largo.
«Vado a memoria - esordisce - e senza pretesa di avere controprove documentali: non sto facendo il libro del Mullatera».

Cosa pensa quando passa in via Caraccio: dal trionfo della vitalità ad un paesaggio triste?

«Sì, è così. E non mi consola il fatto che in qualunque città del Piemonte in cui vado trovo situazioni analoghe: a Vercelli la Bertagnetta e l’ex OPN, a Torino il Maria Adelaide e il Martini, ad Asti l’ex ospedale, a Novara quando si farà la città della Salute col Maggiore… Purtroppo il rinnovo dell’edilizia ospedaliera di una certa importanza ha una lunga penetrazione nel passato. Comincio ad occuparmi di questo quando a Biella perdiamo la competizione proprio con Asti nel ’90. Tutto quello che vediamo oggi si fonda sulla legge propiziata da Donat Cattin nel 1988. Fino ad allora la risposta ad nuovo ospedale a Biella era: “Non ci sono i soldi”. Il disegno era dunque quello - con tanto di piano direttore - di razionalizzare ed ampliare il vecchio ospedale, il tema di reperire un altro luogo non esisteva. Lo scenario cambia però con la legge Donat Cattin, ci proviamo: ma nella scelta delle priorità del consiglio regionale “passa” Asti e veniamo invitati a “correre” nel secondo triennio. Lascio le cose a quel punto, il sottoscritto prende altre strade. Vinco il concorso al Mauriziano e nel frattempo cambia anche la natura della sanità regionale: nascono le Asl, Aziende sanitarie, a Biella arrivano e passano in poco tempo diversi direttori, si attivano diversi soggetti storici anche al di fuori della mano pubblica: scendono in campo per un nuovo ospedale gli Elvo Tempia e i Luigi Squillario. L’intervallo tra il ‘91 e il 2005 è come l’ho letto sui giornali. Viene definito un quadro economico a sostegno dell’operazione con “tutti che si impegnano per”: un centinaio di milioni dallo Stato, un mutuo da 15 milioni, un impegno di Crb di 20 milioni, 50 milioni dalla Regione… Insomma, la compatibilità finanziaria c’è. La parte rimanente necessaria verrà ancora accollata alla Regione nelle stagioni dell’assessore al Bilancio Gilberto Pichetto e del vicepresidente Gianluca Susta».

Comunque, per completare il quadro economico serve anche il vecchio ospedale.

«E’ dentro questa contabilità che finisce l’ospedale di via Caraccio con una valutazione di 40 miliardi di vecchie lire che poi diventano 20 milioni di Euro. Io sono al San Luigi, ospedale universitario, un’esperienza personale unica. Nel 2002 viene posta la prima pietra del nuovo ospedale al Villanetto ed io arrivo nel 2005 come direttore amministrativo e per sei mesi lavoro con il direttore generale Frascisco che era subentrato a Zenga: quest’ultimo aveva firmato la gara di appalto del nuovo ospedale, il primo l’avvio dei lavori. L’ospedale nuovo era al tetto, c’era un tasso di litigiosità altissimo al cantiere. In Regione, intanto, cambia la maggioranza, Frascisco se ne va, arriva Brusori dal Friuli Venezia Giulia. Il cantiere era fermo con un contenzioso incancrenito con l’impresa: Brusori lo risolve e i lavori vanno avanti. Ma sarà solo una parentesi».

E il vecchio ospedale?

«Non era il problema del giorno. In ogni circolo e conventicola dove mi presentavo la solfa era sempre quella: “Ma quando finite il nuovo?”. Nonostante tutto sono serviti 12 anni per realizzare un’opera del genere e credo sinceramente sia stato comunque un record».

Infatti ci fu un altro lungo stop.

«Torniamo dalle vacanze del 2008, un altro gatto sul fuoco: l’impresa non c’è più, tutti spariti, lasciando solo le cazzuole. Sarà un anno e mezzo fra i più complicati, ma intensi e soddisfacenti. Brusori riesce a ricontrattualizzare brillantemente i lavori che riprendono. Siamo nel 2010 e il direttore generale viene cacciato in malo modo per un cambio di gestione politica della Regione. Con la schiarita contrattuale recuperiamo pure dei soldi. E coi nuovi direttori generali Peona e, subito dopo, Zulian si va avanti. In quel momento mi pare si cominci a prendere atto che è tempo di occuparsi anche del vecchio ospedale che presto verrà dismesso. Col sindaco Barazzotto e l’assessore Raise viene fatta una variante edilizia per migliorare le caratteristiche dell’area in funzione di un altro utilizzo, memori di un fatto che aveva caratterizzato l’opposizione degli industriali all’epoca della costruzione del Monoblocco fra il 1933 e l’inaugurazione del 1939: i maggiorenti avrebbero voluto completare l’asse delle ville Rivetti su quel balcone naturale sulle montagne che il monoblocco stesso avrebbe compromesso. Dunque, la variante Barazzotto-Raise rivalorizza l’area. E al Villanetto si intravvede l’obiettivo di concludere nel 2014».

In Comune arriva Dino Gentile: e alla sua giunta si deve il concorso di idee.

«Sì, Gentile e gli assessori Gabriele Mello Rella e Andrea Delmastro si pongono il problema: che fare? Per quasi un anno l’iniziativa del concorso tenne banco tra proposte, idee e mostre».

Alla fine furono 28 i progetti internazionali presentati.

«Con la convinzione generale che senza la mano pubblica lì non si potesse far nulla. Né ieri, tantomeno oggi. Tant’è che si ipotizzò la strada dei fondi europei Fes. Ma, mentre si dialogava di questo, dando per scontato che il nuovo andasse finalmente avanti a gonfie vele anche grazie alla possibilità nostra di lavorare con anticipi di cassa, ecco un altro ostacolo: il nuovo assessore regionale della Giunta Cota, Monferrino, che, planimetrie alla mano, mentre si stanno posando tutti gli impianti, vuole imporre il taglio dell’ultimo piano del nuovo nosocomio “perché troppo grosso”. Anche quello scoglio viene superato e il nostro sguardo dal 2013 in avanti va verso la dirittura d’arrivo. In quella fase sono molte le chiacchiere da bar sul “che fare del vecchio”, fino a quando interpelliamo la Soprintendenza per capire che vincoli esistono. E scopriamo con grande sorpresa che il Monoblocco è libero, mentre è sottoposta a vincolo l’area obitorio, chiesa di San Francesco, della scuola infermieri, delle vecchie medicine col chiostro interno coi i busti antichi, il Cartotti e il Trossi. Insomma, una situazione favorevole, ma la nostra concentrazione era ormai rivolta al trasloco imminente, alla transizione, compreso il passaggio di proprietà alla Regione che aveva garantito quei famosi 40 miliardi di vecchie lire poi 20 milioni di Euro frutto della valutazione dell’insediamento che si stava liberando, operazione per la verità con lo stesso modello di permuta utilizzato anche per Asti».

Negli anni si sono sprecati video e documentari sullo stato interno e il degrado di un edificio che è abbandonato a sé stesso come le mancate decisioni sul suo futuro.

«Non fu così. Tutti gli uffici e i reparti Asl definirono l’inventario e un piano di smantellamento e tutto ciò che era utilizzabile venne alienato o offerto gratuitamente a decine di enti, a partire dalle case di riposo. L’amministrazione Asl e la direzione si trasferirono sei mesi prima nella nuova struttura per prenderne possesso. Poi venne l’open day col trasloco in pochissimi giorni: un evento straordinario e di successo per tutti noi. La Diocesi, infine, col vescovo Mana ebbe contatti con la Regione per scorporare la chiesa di San Francesco sia per il valore religioso ma anche artistico per una la Via Crucis di Pippo Pozzi e del crocifisso di Carmelo Cappello, ma alla fine la chiesa venne chiusa».

L’ospedale nuovo viene inaugurato il 19 dicembre 2014.

«Sì, c’era Chiamparino governatore, subentrato a Cota, e assessore Saitta. Era l’ospedale di tutti, il più bello del Piemonte».

E Luigi Squillario, la cui vocazione immobiliarista era nota, da sindaco alla Crb, cosa pensava del vecchio ospedale?

«Nonostante le sue condizioni fisiche continuassero a peggiorare aveva sempre in mente il Monoblocco, ma tutte le energie erano ormai dedicate al nuovo ospedale e al suo funzionamento».

Dunque, dopo di allora il silenzio?

«Se ne sono sentite tante. Per quel che mi riguarda, ormai fuori gioco, ho sempre pensato che nell’area del monoblocco dovesse sorgere un Polo scolastico delle scuole superiori favorito da un’area di 50 mila metri quadrati intorno. Una sorta di Città Studi delle scuole superiori che aveva un senso in quanto non struttura al servizio solo della città, ma di tutto il Biellese. E mi sono sentito indirettamente confermato in questo disegno dal fatto che nel frattempo è stata spesa una montagna di milioni per affrontare il tema della sicurezza e dell’antisismico in tutti gli altri edifici occupati dalle scuole stesse».

Un campus per giovani?

«Un campus per vivere la scuola e insieme rivitalizzare un’area, compreso il centro storico, oggi agonizzante».

Utilizzando il Monoblocco?

«Assolutamente no, il Monoblocco è strutturalmente inidoneo ad ospitare alcunché. Costa sette-otto milioni abbatterlo, ma è presupposto vincolante».

E lo spazio al privato?

«Certo che ci va, uno spazio per location di valore dettate proprio dalla posizione appetibile, ma propedeutico all’obiettivo pubblico».

Serve un progetto di visione che nessuno ha?

«Immagino Comune, Provincia e Regione concentrati su un’idea, che necessariamente ha tempi medio-lunghi e coinvolgerà più amministrazioni. Ma tutti tenuti insieme da un presupposto: non “cosa facciamo”, ma “chi è il protagonista di cosa faremo”. Al centro deve stare la dimensione umana. Proviamo dunque ad immaginare questo luogo nuovo e futuribile col Metaverso. Qui in futuro ci saranno tanti vecchi…».

Qualcuno infatti suggeriva una grande Rsa…

«Io viceversa immaginerei una grande mescolanza: le scuole, il cohousing e strutture per gli anziani, i servizi collegati. Un luogo che nello spirito dell’economia civile si occupi della felicità dei biellesi. Questo è il compito della politica: vedere più lontano degli altri».

Roberto Azzoni

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