Speciale 25 aprile

La storia della Liberazione biellese raccontata su Eco di Biella

Foto e testimonianze storiche delle fasi che dall'8 settembre '43 hanno portato al 25 Aprile del '45.

La storia della Liberazione biellese raccontata su Eco di Biella
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Le celebrazioni del 25 Aprile sono appena trascorse ed Eco di Biella ha raccontato in uno speciale di dodici pagine, pubblicato giovedì 25 aprile, gli episodi più conosciuti (e non) della storia della Liberazione del territorio biellese. Per chi se lo fosse perso il giornale con lo speciale sarà ancora nelle edicole e nei supermercati biellesi per i prossimi giorni. Qui di seguito qualche anticipazione degli eventi trattati (non tutti): per gli articoli completi correte ad acquistare Eco di Biella!

La Liberazione raccontata su Eco di Biella

Sono 43 le stragi realizzate nel Biellese fra l'8 settembre del 1943 e il 25 aprile 1945, duecento i partigiani uccisi dalle truppe nazifasciste nello stesso lasso di tempo. Eco di Biella ha raccontato nel dettaglio dei duecento morti, vittime di esecuzioni sommarie, di barbarie talvolta inaudite e inutilmente efferate, talvolta conseguenza di rappresaglie, descrivendo le circostanze degli eccidi e rivelandone i responsabili. Questo prezioso lavoro, monumentale, anche se per taluni può apparire incompleto o frutto di una ricerca condotta in modo acritico verso le responsabilità di chi ha guidato la Resistenza sul territorio biellese, è frutto dell’impegno di un gruppo formato da un centinaio di storici di tutta Italia.

Eco di Biella 25 aprile 2

L'intervista a Lea Gariazzo, ultima partigiana del Biellese: «Io? Ragazzaccia che sfidavo i fascisti»

«Una volta è arrivata una squadra di fascisti e mia mamma ha dovuto preparare loro una cena per 12 con le galline del pollaio. E facevano domande su domande. Con una scusa sono uscita e sono andata ad avvertire una mia cugina che avvisasse quei ragazzi che non si facessero vedere. Tra di loro c’era anche Sergio Carta, di Benna, nome di battaglia "Zambo", che in quei mesi avevo conosciuto e che, dopo la guerra, divenne mio marito». Ecco un breve estratto dell'intervista a Lea Gariazzo, ultima partigiana vivente del Biellese. Rispondendo allee oltre venti domande fatte dal giornalista ed ex direttore di Eco di Biella Roberto Azzoni, la partigiana di Ponderano racconta le vicende che l'hanno riguardata in prima persona.

La strage nazista di Piazza del Gallo

Sette le vittime della strage nazista avvenuta nel quartiere Riva a pochi giorni dal Natale del 1943: alcuni autori attribuiscono le cause della rappresaglia all'uccisione di due soldati tedeschi (un ufficiale e un graduato) opera dei partigiani del distaccamento "Bandiera" avvenuta nei pressi del bivio di Tollegno il mattino del 21 dicembre del 1943.

L’irruzione vigliacca delle SS a Postua

A gennaio 1944 a Postua i partigiani del distaccamento “Pisacane”, da cui si sarebbe originata la 50^ brigata Garibaldi e la XII divisione “Nedo”, instaurarono per una ventina di giorni il proprio governo, prototipo delle esperienze delle zone libere. Il mattino del 25 gennaio un centinaio di SS, appoggiate dal fuoco di un autoblindo e accompagnate da militi fascisti, attaccarono le postazioni partigiane in tutta la Valle Sessera, entrarono nell’abitato di Postua, dove si trovava il comando partigiano, uccisero un anziano, deportarono tre civili in Germania, diedero alle fiamme alcune abitazioni.

L’eccidio di frazione Gila a Portula

Terminata l’azione contro Postua, ridiscesero a Crevacuore, dove uccisero sommariamente Vitale Vercella Baglione, che passava con il suo carro e fu accusato di essere un partigiano; quindi passarono per Mucengo, frazione di Pray, mentre gli operai stavano rientrando dal lavoro e spararono con l’autoblindo ad un gruppo che risaliva verso l’abitato della frazione, uccidendo Nice Filera e Aldo Perrone. Portatisi a Portula, sparando indiscriminatamente con le mitragliere e uccidendo, oltre al Gila e al Giorset, anche altri tre civili.

Quei tre caduti di Cascina Canisei

Alcuni militari alleati si erano rifugiati presso la Cascina Canisei, sul Monte Casto, territorio del comune di Tavigliano, nella zona del Bocchetto Sessera già investita da imponenti rastrellamenti a partire dal febbraio 1944. Sull'azione compiuta dai fascisti, in seguito a una delazione, il rapporto del brigadiere dei Carabinieri di Andorno Micca dell'epoca, trascritto sul registro di stato civile del Comune di Andorno, afferma che gli ex prigionieri furono uccisi "siccome al momento della cattura avrebbero tentato la fuga".

A Curino uccisi 3 civili e 9 partigiani

Durante una marcia di trasferimento dalla zona di Mongrando, una squadra partigiana composta da 13 uomini, comandata da Gemisto la sera dell’8 maggio 1944 si ferma all’Osteria del Ginepro in Santa Maria di Curino e viene attaccata dai militi della legione “Tagliamento”, che aprono il fuoco tra l’osteria e l’attiguo spaccio. Dieci partigiani sono uccisi nello scontro a fuoco, da cui Gemisto si sottrae, benché ferito, precipitandosi da una finestra, insieme a “Gavetta” (Ladis Lessio, destinato ad essere fucilato nell’episodio della Garella di Castelletto Cervo). I fascisti catturano anche tre civili, ritenuti colpevoli di favoreggiamento nei confronti dei partigiani, e li passano per le armi, costringendo poi gli abitanti di Curino a raccogliere i cadaveri e seppellirli in una fossa comune.

La strage di 20 partigiani traditi e fucilati

È il 17 maggio del 1944 quando venti garibaldini dei distaccamenti “Bandiera” e “Piave ”, al comando di Mario Cangemi (Freccia), guidati da un certo Silvio Rivardo, raggiunto Castelletto Cervo attendono il buio prima di attraversare il torrente Cervo per raggiungere alcune cascine nella zona di Mottalciata. Raggiunta Santa Maria, nella casa canonica del vicario, don Antonio Bersano, vengono loro offerti alcuni fiaschi di vino che il Rivardo riesce a narcotizzare con un sonnifero. Tutti vengono poi passati per le armi al cimitero di san Vincenzo di Mottalciata.

I sette caduti all’Alpe di Noveis

Dopo le esperienze delle zone libere nel giugno del 1944 ritornano in Valsesia e nel Biellese orientale reparti tedeschi e fascisti, che operano rastrellamenti e procedono ad esecuzioni con particolare accanimento. Molti partigiani si sono dispersi negli alpeggi tra Valsesia e Valsessera, tra cui l'Alpe Noveis, già rifugio di ex prigionieri alleati e base partigiana nei primi mesi di vita delle bande. Tra il 19 e il 20 luglio i partigiani vengono attaccati da forti reparti nazifascisti.

L’assassinio del carabiniere Lepori

Il 3 gennaio 1945 ha inizio un nuovo grande rastrellamento voluto dal capo della provincia di Vercelli, Michele Morsero, per distruggere le forze partigiane che investe tutta la zona dalla Valsesia al Biellese alla Valle d’Aosta. Nel Biellese l’azione parte dalla Serra, zona della 75ª Brigata, che contrasta il nemico con efficacia. Quando questi porta in campo altri reparti da Cerrione, Cavaglià, Salussola, la 75ª Brigata chiede rinforzi al Comando della 12ªDivisione Garibaldi ”Nedo” che invia in luogo, al comando del vice-comandante di Brigata, Leandro Volpini (Tom), parte della 50ª Brigata autocarrata. Nella notte però sopraggiunge una forte nevicata che crea condizioni sfavorevoli alla resistenza e allora la brigata partigiana, creando il vuoto davanti al nemico, ripiega verso Netro.

Massacro di Salussola, torturati e fucilati

Ottenuto il permesso da un ufficiale tedesco, alle cinque del mattino i fascisti cominciarono le fucilazioni, complessivamente 20 partigiani, i cui cadaveri mostravano evidenti segni di percosse precedenti l’esecuzione. Si salvò soltanto rocambolescamente uno dei 21 partigiani, Sergio Canuto Rosa (che racconterà poi quei tragici fatti).

La strage nazista della Locanda Firmino

Secondo alcune fonti uno sfollato sparò dalla locanda Firmino contro i tedeschi con un fucile da caccia, innescando la loro reazione che causò la morte di 10 uomini, vari arresti, la demolizione parziale del municipio dove erano state trovate armi partigiane. Tre partigiani furono uccisi nei pressi della locanda Firmino mentre transitavano sulla strada proveniente da Salussola.

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