«Com’è potuto succedere?» È la domanda che rimbalza da giorni, in Italia come nella Confederazione elvetica, dopo l’incendio che ha trasformato una notte di festa in una strage a Crans-Montana, notte in cui anche la giovane concittadina Elsa Rubino è rimasta gravemente ustionata. Una domanda semplice, quasi infantile, ma carica di incredulità. Perché la tragedia non ha colpito un luogo qualunque: ha colpito la Svizzera, un Paese tradizionalmente considerato un modello di sicurezza, efficienza e rispetto rigoroso delle regole.

La Svizzera, un paese percepito come un paradiso sicuro
Proprio per questo l’incendio ha generato uno shock profondo, alimentando interrogativi e reazioni durissime che si sono diffuse ben oltre i confini elvetici. «Fa impressione: la Svizzera, il Paese perfetto, ma dove le norme non vengono rispettate e questo è il risultato: ragazzi morti bruciati. È orribile. Cose del genere si vedono nei Paesi sottosviluppati», è una delle frasi che circolano con maggiore frequenza nei commenti raccolti dai media. Parole crude, che restituiscono il senso di disillusione e rabbia di fronte a una tragedia ritenuta semplicemente impensabile.
Crans-Montana: «Com’è potuto succedere? Siamo sotto shock»
Un sentimento, questo, condiviso anche da chi la Svizzera la vive ogni giorno. Irene Badone, biellese di 30 anni, da oltre quattro residente in Svizzera nel Cantone del Vallese, a pochi chilometri da Crans-Montana, racconta un clima di smarrimento diffuso. «Siamo tutti sotto shock, davvero sconvolti. Qui c’è la sensazione che nulla possa andare storto, che tutto sia controllato e a norma. Prendere coscienza che non è così, in questo modo, è devastante».
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