Valanga notturna nel vallone d’Olen

Valanga notturna nel vallone d’Olen
Altro 19 Dicembre 2016 ore 12:03

La banalità di vedere arrivare un soccorritore quando l’incidente è avvenuto. E’ reale. A volte rischioso. E’ una sensazione diffusa, data ormai per scontata, che però nasconde qualcosa che banale non è. E per sua stessa definizione non potrà mai esserlo: la preparazione. Dietro la competenza dei soccorritori alpini che ogni giorno, con il Piemonte tra le regioni in prima linea, riportano a casa escursionisti, alpinisti e persone di ogni genere finite a trovarsi in difficoltà sui monti c’è qualcosa di molto complesso: una meccanicità che è frutto di addestramento, prove, esercitazioni. Anche nelle situazioni più difficili, proprio per far sì che ogni eventualità possa sempre essere affrontata al meglio.

Ecco perché sabato sera, quando si sarebbero potuti tranquillamente godere un aperitivo in compagnia nel caldo di un bar, 33 soccorritori della Delegazione Valsesia/Valsessera del Soccorso alpino e 5 militari del Sagf Guardia di Finanza di Riva Valdobbia si sono ritrovati immersi nel buio del Vallone d’Olen. Allertati poco dopo le cinque del pomeriggio da una chiamata giunta al capostazione di Alagna, tramite la centrale, per una grossa valanga scesa nel famoso vallone amato dai tanti sciatori del Freeride Paradise, ai ragazzi viene chiesto di agire con la massima velocità. Le notizie iniziali sono scarse: quel che si sa è che chi ha chiamato era insieme ad un amico sepolto dalla valanga e dietro di lui ha visto un gruppo di sciatori. Avvolta ormai nel buio, una squadra veloce di soccorritori con un’unità cinofila raggiunge in pochi minuti il luogo del fatto e inizia le ricerche, mentre un secondo gruppo, fra cui tre sanitari, li raggiunge successivamente. Un terzo gruppo arriva più lento con barelle e materiale da immobilizzazione. E’ il momento dell’azione: il testimone dà ai soccorritori tutte le informazioni sul fatto, quindi il capostazione di Alagna, con un altro soccorritore esperto, inizia a gestire i gruppi di volontari in arrivo: chi di qua, chi di là. Ognuno viene destinato a una zona di ritrovamento, mentre si cerca di capire l’effettivo numero di coinvolti. Sono momenti difficili. Il buio rende complicate le comunicazioni e ogni movimento richiede fatica. Ma tutto resta sotto controllo. E quando i feriti che vengono disseppelliti vengono stabilizzati da medici e infermieri e trasferiti a valle, dove li attendono i mezzi di soccorso, l’obiettivo più importante è raggiunto. Sono passate due ore dal momento dell’allarme. Centoventi minuti per recuperare e mettere in salvo tutti gli otto coinvolti, di cui qualcuno con Artva e qualcuno senza, rinvenuto dal cane da ricerca.

Quel che resta alla fine è la soddisfazione di aver fatto un buon lavoro. Un lavoro duro e importante, fatto nel silenzio e proprio per questo destinato a non ricevere conto dalla riconoscenza dell’opinione pubblica. Ma del quale è giusto raccontare la rilevanza, magari con un vago senso di riconoscenza. Perché senza notti come quella, tante altre notti, molto più reali, finirebbero nella tragedia.

Veronica Balocco

La banalità di vedere arrivare un soccorritore quando l’incidente è avvenuto. E’ reale. A volte rischioso. E’ una sensazione diffusa, data ormai per scontata, che però nasconde qualcosa che banale non è. E per sua stessa definizione non potrà mai esserlo: la preparazione. Dietro la competenza dei soccorritori alpini che ogni giorno, con il Piemonte tra le regioni in prima linea, riportano a casa escursionisti, alpinisti e persone di ogni genere finite a trovarsi in difficoltà sui monti c’è qualcosa di molto complesso: una meccanicità che è frutto di addestramento, prove, esercitazioni. Anche nelle situazioni più difficili, proprio per far sì che ogni eventualità possa sempre essere affrontata al meglio.

Ecco perché sabato sera, quando si sarebbero potuti tranquillamente godere un aperitivo in compagnia nel caldo di un bar, 33 soccorritori della Delegazione Valsesia/Valsessera del Soccorso alpino e 5 militari del Sagf Guardia di Finanza di Riva Valdobbia si sono ritrovati immersi nel buio del Vallone d’Olen. Allertati poco dopo le cinque del pomeriggio da una chiamata giunta al capostazione di Alagna, tramite la centrale, per una grossa valanga scesa nel famoso vallone amato dai tanti sciatori del Freeride Paradise, ai ragazzi viene chiesto di agire con la massima velocità. Le notizie iniziali sono scarse: quel che si sa è che chi ha chiamato era insieme ad un amico sepolto dalla valanga e dietro di lui ha visto un gruppo di sciatori. Avvolta ormai nel buio, una squadra veloce di soccorritori con un’unità cinofila raggiunge in pochi minuti il luogo del fatto e inizia le ricerche, mentre un secondo gruppo, fra cui tre sanitari, li raggiunge successivamente. Un terzo gruppo arriva più lento con barelle e materiale da immobilizzazione. E’ il momento dell’azione: il testimone dà ai soccorritori tutte le informazioni sul fatto, quindi il capostazione di Alagna, con un altro soccorritore esperto, inizia a gestire i gruppi di volontari in arrivo: chi di qua, chi di là. Ognuno viene destinato a una zona di ritrovamento, mentre si cerca di capire l’effettivo numero di coinvolti. Sono momenti difficili. Il buio rende complicate le comunicazioni e ogni movimento richiede fatica. Ma tutto resta sotto controllo. E quando i feriti che vengono disseppelliti vengono stabilizzati da medici e infermieri e trasferiti a valle, dove li attendono i mezzi di soccorso, l’obiettivo più importante è raggiunto. Sono passate due ore dal momento dell’allarme. Centoventi minuti per recuperare e mettere in salvo tutti gli otto coinvolti, di cui qualcuno con Artva e qualcuno senza, rinvenuto dal cane da ricerca.

Quel che resta alla fine è la soddisfazione di aver fatto un buon lavoro. Un lavoro duro e importante, fatto nel silenzio e proprio per questo destinato a non ricevere conto dalla riconoscenza dell’opinione pubblica. Ma del quale è giusto raccontare la rilevanza, magari con un vago senso di riconoscenza. Perché senza notti come quella, tante altre notti, molto più reali, finirebbero nella tragedia.

Veronica Balocco