Simone Rossetti, ovvero il Dna biellese attraverso la fotografia

Simone Rossetti, ovvero il Dna biellese attraverso la fotografia
Altro 18 Dicembre 2016 ore 11:47

Cento anni fa i fratelli Alfredo e Oreste Rossetti, figli del più celebre Simone, costituivano la “Ditta S. Rossetti”. Quattro anni prima il padre si era ufficialmente ritirato dall’attività di tutta una vita, ma il vero passaggio delle consegne avvenne proprio nel 1916. Di per sè nulla di straordinario, un semplice succedersi generazionale in un esercizio artigianale. Ma quella data, che dista da noi un secolo, può essere utilizzata come pietra miliare, come punto di riferimento cronologico per questa breve riflessione sul tema della fotografia biellese, del Biellese e nel Biellese. Simone Rossetti era nato a Gaglianico nel 1859, una generazione dopo i primi pionieri biellesi dell’arte fotografica: Giuseppe Venanzio Sella (1823-1876) e Vittorio Besso (1828-1895). Se si considerano come esordi della fotografia gli esperimenti condotti da Joseph Nicéphore Niépce (1765-1833) tra il 1816 e il 1826 (anno in cui realizzò la prima ripresa/stampa fotografica dalla finestra della sua casa a Le Gras in Borgogna), quando Simone Rossetti uscì di scena la fotografia aveva a sua volta un secolo di vita. La stessa distanza cronologica che separa questa nostra epoca dall’addio di Rossetti alla macchina fotografica (morì poi nel 1925). Quel 1916 può rappresentare quindi lo snodo simbolico di una grande epopea, quella della fotografia, che, fin dall’inizio, ha avuto a Biella veri protagonisti e tappe importanti.

 

Il tema della fotografia merita un’attenzione particolare, in modo speciale qui nel Biellese, perché proprio il Biellese è stato un “territorio fotografico” (la definizione, efficacissima, risale al 1991 ed è presa in prestito dall’esperto Pierangelo Cavanna) di un certo rilievo. Eppure quella esperienza declinata su epoche e personaggi diversi non ha prodotto una tradizione stabile né una realtà radicata o organica. La “scuola di Biella” era già scomparsa ben prima dell’arrivo della fotografia digitale e della fotografia da cellulare o da iPhone. Ma la “scuola di Biella” (che non era un istituto, bensì una sorta di “corrente”, di “gusto comune”) andrebbe virtualmente riaperta. Più di un cultore della fotografia si pone oggi il problema del significato del gesto fotografico. Ha ancora senso, allo stato dell’arte, fare fotografie nel senso artistico del termine? O la disponibilità e la banalizzazione tecnica del mezzo hanno reso “inutile” fotografare? E’ un problema culturale che, proprio in un contesto come quello biellese, potrebbe trovare qualche risposta nel momento in cui la citata “scuola” riaprisse i battenti. Forse si tratta di ri-scoprire per la fotografia una dimensione che le conferisca (o ri-conferisca) un significato superiore alla soggettiva ricerca estetica, ovvero una finalità, una “missione” politica e sociale di testimonianza.

 

Quando Simone Rossetti mosse i primi passi, all’inizio degli anni Ottanta dell’Ottocento, gli strumenti a sua disposizione erano rudimentali e perciò limitati e limitanti. Tutto ciò malgrado, l’azione fotografica nostrana delineò subito due grandi ambiti d’interesse (artistico e commerciale): il paesaggio e le persone. Concentriamo l’attenzione sulle immagini di persone, soprattutto sui ritratti in studio. In effetti Simone Rossetti non fu il migliore paesaggista, ma fu, a livello locale, il più grande ritrattista. Sia in chiave qualitativa sia in termini quantitativi i lavori del fotografo non hanno rivali e il loro valore non è ancora stato compreso nella sua pienezza. Davanti alla macchina fotografica di Rossetti sono passati pressoché tutti i biellesi dei suoi tempi. E’ evidente la portata culturale, scientifica e sociale di un tale fenomeno che, tra gli aspetti di maggior rilievo, va visto anche sotto il profilo del rapporto tra i biellesi e la fotografia. Un rapporto di abitudine e di frequentazione che ha consegnato a questa generazione e a quelle che verranno un patrimonio inestimabile. L’archivio dello studio fotografico di Simone Rossetti e dei suoi eredi e successori è conservato presso la Fondazione Sella, ma quel nucleo imprescindibile è solo una parte del frutto di un inconsapevole lavoro capillare e immenso. Sicuramente Simone Rossetti non poteva avere coscienza né percezione del risultato involontario che avrebbe raggiunto, ma è un fatto che in ogni casa (e in ogni cimitero) o in ogni famiglia biellese da almeno tre generazioni ci sono una o più stampe fotografiche firmate Rossetti. Centinaia di migliaia di riprese: volti e corpi singoli, volti e corpi in coppia, in gruppo. Individualità e pluralità, evoluzioni (anagrafiche, fisiche, psicologiche, socio-economiche) rapporti, strutture, codici comportamentali, convenzioni... Nella serialità catalografica sta tutta la valenza di un gesto ripetuto innumerevoli volte a condizioni costanti e a soggetto variabile solo di pochissimo. Ed è in quegli scostamenti minimi tra ritratto e ritratto che va cercata e riconosciuta la potenza archivistica e poetica di un impegno tanto grande. E’ un enorme e collettivo testamento biologico, una civiltà che consegna se stessa sulla gelatina al bromuro d’argento.

 

La prolifica attività di quel creatore di immagini è paragonabile a quella di Massimo e Alfonso Sella. Padre e figlio glottologi hanno “fotografato” e tramandato la parlata biellese. Simone Rossetti ha documentato i tratti somatici (antropologici, antropometrici, folklorici ecc.) di un piccolo popolo. Si tratta di una mappatura visuale del Dna collettivo della “nazione biellese” come la chiamava un altro Sella, Emanuele. Chi, ieri, oggi o domani, ha fatto, fa o farà una cosa del genere? Le nostre facce attraverseranno il tempo? I pixel delle nostre immagini digitali ci sopravviveranno? I selfie ci daranno un po’ di eternità come quelle platinotipie marca Rossetti? L’osservazione delle stampe di Simone Rossetti restituisce la sacralità dello scatto fotografico, la volontà di costruzione di un istante dilatato fuori dal tempo fin dalla preparazione. Non era un’operazione semplice quella di ritrarre e di farsi ritrarre (non è solo aprire più o meno rapidamente un otturatore), si trattava di un’occasione in qualche modo importante, specialmente per le classi meno abbienti. Ecco perché certi momenti erano ritenuti degni di una fotografia. Anche un solo passaggio nello studio del fotografo poteva racchiudere un’intera vita. Pochi scatti raccontano storie di esistenze e di dinastie. Oggi la sommatoria di migliaia di clic digitali non significa alcunché, non qualifica né quantifica, non tramanda. Anzi si perde velocemente in un cloud di impalpabili solitudini condivise. La caratteristica quasi epigrafica delle immagini di Simone Rossetti permetteva di incidere nelle memorie quelle immagini e generava la opportunità/necessità di alimentare il ciclo con altre fotografie analoghe. Si può cogliere in questo processo una virtuosa ritualità e il fotografo era, ad un tempo, astante e celebrante il rito.

 

La lezione di Simone Rossetti è una delle prime da proporre in una ipotetica nuova “scuola biellese“: essere parte del flusso, seguendolo, guidandolo, non giudicandolo (lo Studio Rossetti è stato democratico, inclusivo, basato sulla dialettica economica cliente/fornitore senza pregiudizi, ossia commerciale nell’accezione migliore) e testimoniandolo. Il flusso è la gente e i suoi innumerevoli destini che vale la pena di cristallizzare sul vetro e sulla carta anche solo una volta. La seconda lezione riguarda la replicabilità periodica. Sono passati cento anni ed è ora di vivere una nuova stagione di ritratti, è ora di fare la nostra parte per recapitare al domani il nostro Biellese di oggi, anche sotto forma di visi e di figure intere. Qualcuno avrà così modo di riflettere su “come eravamo” esattamente come facciamo noi con i nostri bisnonni fotografati da Rossetti. Non interrompiamo la sequenza, ripristiniamo il flusso senza pensare di affidare la memoria di noi all’inaffidabile web. Bisognerebbe farlo anche con ciò che ci circonda, un po’ come Festivaletteratura a Mantova nel settembre scorso (il progetto “L’immagine della città” era una proposta in questo senso: cittadini e turisti costruiscono un archivio contemporaneo con cinque scatti a testa e ne motivano la genesi ad uso dei posteri), ma restiamo nel contesto dei ritratti. In effetti qualcuno ha avuto l’idea di rileggere e di reinterpretare il “sistema Rossetti”.

Il riferimento è al laboratorio che il collettivo milanese Crop ha allestito presso la Biblioteca Civica di Biella. Non si tratta di una mera riproposizione, bensì di una riflessione che indaga a suo modo la tematica sin qui abbozzata. Il titolo del progetto è “Album Portrait_Biella” e mira a ricondurre i biellesi su percorsi antichi, ormai desueti, spesso inesplorati dai più giovani. Rispetto a Simone Rossetti e ai suoi colleghi di fine Ottocento o inizio Novecento si muove da una certa consapevolezza sia nei confronti del punto di partenza sia verso la destinazione, cioè il futuro. Sarà ovviamente molto interessante raffrontare il nuovo “Album” con quelli di un secolo fa. Siamo cambiati? Davvero così tanto? Oppure è solo una questione di forma, di abiti, di acconciatura? Di primo acchito sono questi i parametri, ma le differenze sono soltanto così superficiali? E che cosa diranno tra cento anni. Il fatto è che dobbiamo fare in modo che tra cento anni abbiano qualcosa da guardare, qualcosa su cui basare certezze e dubbi, qualcosa che adesso ci renda meno effimeri di un tiff.

Danilo Craveia

Cento anni fa i fratelli Alfredo e Oreste Rossetti, figli del più celebre Simone, costituivano la “Ditta S. Rossetti”. Quattro anni prima il padre si era ufficialmente ritirato dall’attività di tutta una vita, ma il vero passaggio delle consegne avvenne proprio nel 1916. Di per sè nulla di straordinario, un semplice succedersi generazionale in un esercizio artigianale. Ma quella data, che dista da noi un secolo, può essere utilizzata come pietra miliare, come punto di riferimento cronologico per questa breve riflessione sul tema della fotografia biellese, del Biellese e nel Biellese. Simone Rossetti era nato a Gaglianico nel 1859, una generazione dopo i primi pionieri biellesi dell’arte fotografica: Giuseppe Venanzio Sella (1823-1876) e Vittorio Besso (1828-1895). Se si considerano come esordi della fotografia gli esperimenti condotti da Joseph Nicéphore Niépce (1765-1833) tra il 1816 e il 1826 (anno in cui realizzò la prima ripresa/stampa fotografica dalla finestra della sua casa a Le Gras in Borgogna), quando Simone Rossetti uscì di scena la fotografia aveva a sua volta un secolo di vita. La stessa distanza cronologica che separa questa nostra epoca dall’addio di Rossetti alla macchina fotografica (morì poi nel 1925). Quel 1916 può rappresentare quindi lo snodo simbolico di una grande epopea, quella della fotografia, che, fin dall’inizio, ha avuto a Biella veri protagonisti e tappe importanti.

 

Il tema della fotografia merita un’attenzione particolare, in modo speciale qui nel Biellese, perché proprio il Biellese è stato un “territorio fotografico” (la definizione, efficacissima, risale al 1991 ed è presa in prestito dall’esperto Pierangelo Cavanna) di un certo rilievo. Eppure quella esperienza declinata su epoche e personaggi diversi non ha prodotto una tradizione stabile né una realtà radicata o organica. La “scuola di Biella” era già scomparsa ben prima dell’arrivo della fotografia digitale e della fotografia da cellulare o da iPhone. Ma la “scuola di Biella” (che non era un istituto, bensì una sorta di “corrente”, di “gusto comune”) andrebbe virtualmente riaperta. Più di un cultore della fotografia si pone oggi il problema del significato del gesto fotografico. Ha ancora senso, allo stato dell’arte, fare fotografie nel senso artistico del termine? O la disponibilità e la banalizzazione tecnica del mezzo hanno reso “inutile” fotografare? E’ un problema culturale che, proprio in un contesto come quello biellese, potrebbe trovare qualche risposta nel momento in cui la citata “scuola” riaprisse i battenti. Forse si tratta di ri-scoprire per la fotografia una dimensione che le conferisca (o ri-conferisca) un significato superiore alla soggettiva ricerca estetica, ovvero una finalità, una “missione” politica e sociale di testimonianza.

 

Quando Simone Rossetti mosse i primi passi, all’inizio degli anni Ottanta dell’Ottocento, gli strumenti a sua disposizione erano rudimentali e perciò limitati e limitanti. Tutto ciò malgrado, l’azione fotografica nostrana delineò subito due grandi ambiti d’interesse (artistico e commerciale): il paesaggio e le persone. Concentriamo l’attenzione sulle immagini di persone, soprattutto sui ritratti in studio. In effetti Simone Rossetti non fu il migliore paesaggista, ma fu, a livello locale, il più grande ritrattista. Sia in chiave qualitativa sia in termini quantitativi i lavori del fotografo non hanno rivali e il loro valore non è ancora stato compreso nella sua pienezza. Davanti alla macchina fotografica di Rossetti sono passati pressoché tutti i biellesi dei suoi tempi. E’ evidente la portata culturale, scientifica e sociale di un tale fenomeno che, tra gli aspetti di maggior rilievo, va visto anche sotto il profilo del rapporto tra i biellesi e la fotografia. Un rapporto di abitudine e di frequentazione che ha consegnato a questa generazione e a quelle che verranno un patrimonio inestimabile. L’archivio dello studio fotografico di Simone Rossetti e dei suoi eredi e successori è conservato presso la Fondazione Sella, ma quel nucleo imprescindibile è solo una parte del frutto di un inconsapevole lavoro capillare e immenso. Sicuramente Simone Rossetti non poteva avere coscienza né percezione del risultato involontario che avrebbe raggiunto, ma è un fatto che in ogni casa (e in ogni cimitero) o in ogni famiglia biellese da almeno tre generazioni ci sono una o più stampe fotografiche firmate Rossetti. Centinaia di migliaia di riprese: volti e corpi singoli, volti e corpi in coppia, in gruppo. Individualità e pluralità, evoluzioni (anagrafiche, fisiche, psicologiche, socio-economiche) rapporti, strutture, codici comportamentali, convenzioni... Nella serialità catalografica sta tutta la valenza di un gesto ripetuto innumerevoli volte a condizioni costanti e a soggetto variabile solo di pochissimo. Ed è in quegli scostamenti minimi tra ritratto e ritratto che va cercata e riconosciuta la potenza archivistica e poetica di un impegno tanto grande. E’ un enorme e collettivo testamento biologico, una civiltà che consegna se stessa sulla gelatina al bromuro d’argento.

 

La prolifica attività di quel creatore di immagini è paragonabile a quella di Massimo e Alfonso Sella. Padre e figlio glottologi hanno “fotografato” e tramandato la parlata biellese. Simone Rossetti ha documentato i tratti somatici (antropologici, antropometrici, folklorici ecc.) di un piccolo popolo. Si tratta di una mappatura visuale del Dna collettivo della “nazione biellese” come la chiamava un altro Sella, Emanuele. Chi, ieri, oggi o domani, ha fatto, fa o farà una cosa del genere? Le nostre facce attraverseranno il tempo? I pixel delle nostre immagini digitali ci sopravviveranno? I selfie ci daranno un po’ di eternità come quelle platinotipie marca Rossetti? L’osservazione delle stampe di Simone Rossetti restituisce la sacralità dello scatto fotografico, la volontà di costruzione di un istante dilatato fuori dal tempo fin dalla preparazione. Non era un’operazione semplice quella di ritrarre e di farsi ritrarre (non è solo aprire più o meno rapidamente un otturatore), si trattava di un’occasione in qualche modo importante, specialmente per le classi meno abbienti. Ecco perché certi momenti erano ritenuti degni di una fotografia. Anche un solo passaggio nello studio del fotografo poteva racchiudere un’intera vita. Pochi scatti raccontano storie di esistenze e di dinastie. Oggi la sommatoria di migliaia di clic digitali non significa alcunché, non qualifica né quantifica, non tramanda. Anzi si perde velocemente in un cloud di impalpabili solitudini condivise. La caratteristica quasi epigrafica delle immagini di Simone Rossetti permetteva di incidere nelle memorie quelle immagini e generava la opportunità/necessità di alimentare il ciclo con altre fotografie analoghe. Si può cogliere in questo processo una virtuosa ritualità e il fotografo era, ad un tempo, astante e celebrante il rito.

 

La lezione di Simone Rossetti è una delle prime da proporre in una ipotetica nuova “scuola biellese“: essere parte del flusso, seguendolo, guidandolo, non giudicandolo (lo Studio Rossetti è stato democratico, inclusivo, basato sulla dialettica economica cliente/fornitore senza pregiudizi, ossia commerciale nell’accezione migliore) e testimoniandolo. Il flusso è la gente e i suoi innumerevoli destini che vale la pena di cristallizzare sul vetro e sulla carta anche solo una volta. La seconda lezione riguarda la replicabilità periodica. Sono passati cento anni ed è ora di vivere una nuova stagione di ritratti, è ora di fare la nostra parte per recapitare al domani il nostro Biellese di oggi, anche sotto forma di visi e di figure intere. Qualcuno avrà così modo di riflettere su “come eravamo” esattamente come facciamo noi con i nostri bisnonni fotografati da Rossetti. Non interrompiamo la sequenza, ripristiniamo il flusso senza pensare di affidare la memoria di noi all’inaffidabile web. Bisognerebbe farlo anche con ciò che ci circonda, un po’ come Festivaletteratura a Mantova nel settembre scorso (il progetto “L’immagine della città” era una proposta in questo senso: cittadini e turisti costruiscono un archivio contemporaneo con cinque scatti a testa e ne motivano la genesi ad uso dei posteri), ma restiamo nel contesto dei ritratti. In effetti qualcuno ha avuto l’idea di rileggere e di reinterpretare il “sistema Rossetti”.

Il riferimento è al laboratorio che il collettivo milanese Crop ha allestito presso la Biblioteca Civica di Biella. Non si tratta di una mera riproposizione, bensì di una riflessione che indaga a suo modo la tematica sin qui abbozzata. Il titolo del progetto è “Album Portrait_Biella” e mira a ricondurre i biellesi su percorsi antichi, ormai desueti, spesso inesplorati dai più giovani. Rispetto a Simone Rossetti e ai suoi colleghi di fine Ottocento o inizio Novecento si muove da una certa consapevolezza sia nei confronti del punto di partenza sia verso la destinazione, cioè il futuro. Sarà ovviamente molto interessante raffrontare il nuovo “Album” con quelli di un secolo fa. Siamo cambiati? Davvero così tanto? Oppure è solo una questione di forma, di abiti, di acconciatura? Di primo acchito sono questi i parametri, ma le differenze sono soltanto così superficiali? E che cosa diranno tra cento anni. Il fatto è che dobbiamo fare in modo che tra cento anni abbiano qualcosa da guardare, qualcosa su cui basare certezze e dubbi, qualcosa che adesso ci renda meno effimeri di un tiff.

Danilo Craveia